APRILE 2006

La giustizia che ripara

A cura di Anna Scalori

Libertà, amore, pace, giustizia...
Valori così profondi, significati così intensi, essenzialità che percepiamo come parte integrante di noi... eppure così poco definibili con le parole, così difficilmente declinabili in maniera universale, così incomprimibili in rigide definizioni, formule valide per tutto e per tutti.

Giustizia
Più forte e definitiva delle tavole della legge, e per questo non scolpibile su nessuna pietra. Riguarda una parte fondamentale di noi di cui, come narra Zagrebelski, tutti abbiamo fatto esperienza tramite la sperimentazione dell’ingiustizia e del dolore che ne è derivato.
Riguarda la possibilità della relazione: con gli altri, con le istituzioni, con Dio. A livello personale e a livello sociale. Tra persone, tra Stati, tra popoli.
Le riflessioni che seguono sono relative al bisogno di giustizia di ciascuno; alla possibilità di un ordinamento nazionale e internazionale che nella giustizia – non solo nella legge – abbia le proprie fondamenta; alla ricerca biblica quale fonte non di schemi preconfezionati, ma di tracce, significati, possibili vie da percorrere. Con i limiti e le potenzialità che ci sono propri. E le emozioni che ci accompagnano. C’è sì una riflessione astratta, ma anche la possibilità di costruire prassi che si sforzino di avvicinarsi alla giustizia, oltre la logica retributiva, e che consentano di fondare un mondo più umano.
Così che la Giustizia, bendata, armata di spada e di bilancia, possa liberare gli occhi e vedere, guardare, riconoscere, le persone che ha davanti. Con le loro storie e i loro sentimenti. Con ciò che l’irrompere della violenza ha causato nelle loro vite. E l’unicità che rappresenta.
Non più dunque solo responsabilità verso qualcosa – il rispetto della norma, della regola – ma verso qualcuno, verso l’altro, verso una relazione attaccata, colpita, infranta.
Giustizia riparativa e mediazione penale sono prassi concrete: dall’istituzione di commissioni per la verità e la riconciliazione, come quella sudafricana, di cui più volte è stato scritto su questa rivista, fino alla possibilità che, a latere del procedimento penale,
reo e vittima possano incontrarsi e costruire la possibilità reale di continuare.
Partendo dal reciproco riconoscimento. Cercando una possibile riparazione e assumendosene la responsabilità. Nel modo e con i mezzi che decideranno. Anche attraverso la decisione di mettere una distanza infinita tra sé e l’altro.

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