A proposito dello sciopero fiscale di Bossi....

18 agosto 2007 - don Renato Sacco

Niente di nuovo, purtroppo! Si, e c’è da preoccuparsi, perchè quanto Umberto Bossi va dicendo in questi giorni sul “non pagare le tasse”, sullo “sciopero fiscale” lo abbiamo già sentito altre volte: Nel 1996 quando la Lega Nord fece lo stesso appello accompagnato da un “manuale di resistenza fiscale”, e lo scorso 2006 quando l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parlò di “sciopero fiscale”.
È grave che queste affermazioni si ripetano in momenti in cui la crisi della legalità sembra crescere e dove l’individualismo, anche fiscale, sembra diventare una regola di vita, un criterio etico.
Ed è paradossale che questo invito arrivi da chi fa della “battaglia per la legalità” uno dei punti fondamentali della propria politica. Invitare a non pagare le tasse è anche un reato previsto dal codice penale (art. 415). Se la stessa cosa l’avesse detta un comune cittadino forse sarebbe stato denunciato. Invece le esternazioni di un ‘autorevole’ parlamentare rischiano di essere accolte in un clima di complice indifferenza.
Già lo scorso anno sul sito di “Mosaico di Pace” erano state pubblicate alcune mie considerazioni sulla differenza abissale tra la proposta di Bossi e la Campagna di Obiezione alle Spese Militari, che vede anche Pax Christi tra i promotori.
Le ripropongo, così come erano state scritte un anno fa.

" ... Sarebbe un discorso un po’ lungo, ma credo si possa riassumere in tre punti:
1. L’obiezione alle spese militari nasce da motivi di coscienza, di fronte a valori grandi, come la vita o la morte. Valori talmente grandi da superare anche le leggi di uno Stato in nome di una legge più grande, scritta nella coscienza di ogni persona. Non si può parlare di disobbedienza civile, o sciopero fiscale, per motivi, pur legittimi, ma legati alla vita democratica del Paese, quali la nomina di una carica dello Stato o le auto blu. Allora si potrebbe obiettare alle spese per la scuola, per chi non ha figli, o alle spese per l’asfaltatura delle strade, per chi vive in un alpeggio. Questo minerebbe alle radici la convivenza sociale, dando libero sfogo agli interessi particolaristici, egoistici, di singoli o gruppi.
2. Gli Obiettori alle Spese Militari si rifiutano di pagare la somma destinata alle armi ma non la trattengono per se: questa somma viene versata sul conto della Tesoreria Provinciale dello Stato a Roma o ad altri enti per attività di pace, senza armi. Del resto anche i lavoratori, quando scioperano, ci rimettono parte dello stipendio. Gli obiettori poi, come è successo anche a me e a molti altri, subiscono pignoramenti, e pagano di tasca propria questa scelta, dimostrando che hanno a cuore il bene dell’intera comunità, non il proprio interesse.
3. Infine chi fa obiezione compie una regolare e trasparente dichiarazione dei redditi, ‘attirando’ su di se l’attenzione della Finanza. Chi obietta, quindi, è innanzitutto un onesto cittadino che paga tutte le tasse. Chissà se nell’invito alla sciopero fiscale era previsto anche questo?

Queste piccole ‘differenze’ sono sufficienti, credo, per non mettere sullo stesso piano il gesto di chi ha a cuore la pace e per questa è disposto a pagare di persona, con il gesto dettato da interessi di parte, da egoismi locali, anche se mascherato come gesto di disobbedienza civile o sciopero fiscale.

E, per finire, forse la cosa più importante.
Invitare a non pagare le tasse è un reato previsto dal codice penale, anche se commesso da un Presidente del Consiglio. Il sottoscritto, insieme ad altri, è stato processato il 4 giugno 1991 con la seguente imputazione: “art. 415 codice penale per avere, nel corso di un pubblico dibattito, (a Villadossola il 15 maggio 1987) istigato i presenti a disobbedire alle leggi di imposizione fiscale, invitandoli a non versare parte delle imposte dovute”. Pena prevista: da 6 mesi a 5 anni di reclusione.
Abbiamo accettato il processo senza vittimismi e senza agitare lo spettro di una Magistratura corrotta o.. colorata di rosso, come spesso invece abbiamo sentito da chi cerca di evitare processi imbarazzanti.
La sentenza, nel nostro caso e in altri processi come il nostro, fu di “assoluzione perchè il fatto non sussiste”.

Cesara, 10 maggio 2006"

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