AFRICA

Missione comune

Un nuovo modo di fare missione. L’opera delle suore domenicane in Camerun. Per la salute, l’educazione e la dignità della gente. Anzi, delle donne.
Patrizia Morgante (Comunità domenicana in Italia)

Due settimane, questo è il tempo trascorso in Africa tra Camerun e Repubblica Centrafricana. Troppo poco per riuscire a immergerci e capire questi Paesi e le loro innumerevoli provocazioni e contraddizioni. Tempo sufficiente per farsi interrogare e tornare in Europa con tante emozioni nel cuore e tante idee e quesiti che la realtà ci ha posto. Lo scopo di questo viaggio era conoscere il lavoro delle comunità di suore domenicane in questi Paesi, e vedere come interconnettere questo con ciò che facciamo noi presso gli uffici internazionali della Famiglia domenicana. Il nostro è stato soprattutto un viaggio di ascolto, per cogliere dai loro vissuti e racconti la complessità della missione in realtà e con popoli che hanno paradigmi culturali e cosmovisioni molto diversi dai nostri. La difficoltà di comprendere alcuni riti, alcune credenze e tradizioni non è sentita solo dalle religiose europee, ma anche dalle suore di Paesi africani che, attraverso lo studio, i viaggi e la riflessione, stanno relativizzando alcune prospettive e punti di vista della propria cultura.

Salute globale

L’educazione e la salute globale sono i comuni denominatori dell’impegno domenicano in questi Paesi. L’approccio con cui affrontano questi impegni è di promozione e non di assistenzialismo: “aiutare le persone a riprendere la loro vita in mano”, “mettere la persona umana in piedi”... Ecco le finalità che le accompagnano durante il lavoro. Particolare rilevanza la sta assumendo il progetto MISSIONE COMUNE, ideato, progettato e realizzato da ben 7 congregazioni di suore domenicane del Camerun. Questo il loro obiettivo: “Noi, Suore Domenicane del Camerun (SDC), sensibili alle numerose sofferenze della popolazione, abbiamo ritenuto necessario creare un centro polivalente, dove attraverso prestazioni mediche, sociali e spirituali, noi cerchiamo di rimettere globalmente l’uomo in piedi”. Il Centro, diventato realtà il 3 novembre 2005, giorno in cui si ricorda San Martín de Porres al quale il centro è dedicato, si trova in una struttura affittata in un quartiere molto popolare e povero poco fuori il centro di Yaoundé. Il centro è polivalente perché desidera prendersi cura della persona umana nella sua interezza, ma non in modo assistenzialistico: cure mediche, accompagnamento spirituale, sostegno affettivo e psicologico. “Sorella, lo sa il mio cuore parla troppo”, questo lo sfogo di una donna con Pilar, la suora che è responsabile dello spazio di ascolto nel centro. Pilar lavora soprattutto con le donne, che sono le più esposte alle vessazioni e all’emarginazione. Come ricorda Suor Costanza (suora domenicana camerunese): “Qui le donne sono donne solo se hanno dei figli, magari anche senza marito, ma senza figli non sei considerata donna. A noi suore infatti non ci considerano donne”.

I luoghi

La rilevanza di questo centro non sta tanto in quello che fa, ma nel fatto che le diverse congregazioni coinvolte hanno saputo accettare la sfida di collaborare, uscendo dallo specifico del proprio carisma, osando di investire in una Missione Comune, al di fuori del proprio “orticello sicuro”. Insieme si è più efficaci, ci si supporta reciprocamente e si cresce di più. Voi mi direte che non è possibile fare questo in ogni Paese di missione! È vero lo abbiamo verificato in Repubblica Centrafricana. Il Camerun è considerato un po’ la perla dei Paesi dell’Africa Centrale, il livello di vita e il livello di scolarizzazione è più elevato di altri Paesi africani. Anche il numero dei religiosi è alto, solo come famiglia domenicana ci sono più di 10 congregazioni tra suore, monache, frati e laici. La Repubblica Centrafricana è più isolata, sconosciuta, dimenticata. I Paesi visitati sono poveri, nel senso che non c’è garanzia quotidiana di cibo, medicine e acqua sufficienti per condurre una vita dignitosa. Spesso la quotidianità è un’affannosa scommessa per guadagnare qualche soldo o per cercare di raggiungere almeno un pasto al giorno. La ricerca di altre cose diventa profondamente secondaria. Il desiderio di cambiare la realtà così opprimente può lasciare il posto all’apatia, alla paura, all’indifferenza, alla guerra dei poveri contro altri poveri, alla corruzione, all’abuso del potere. Ho visitato i luoghi di vita nei quali religiose, religiosi, laici, laiche lavorano per offrire delle opportunità culturali, formative, di crescita umana alla popolazione locale. Ogni volta che uscivo da una scuola, da una parrocchia, da una comunità sentivo sorgere in me un’inquietudine. La frustrazione di dire “quando queste gocce diventeranno finalmente un lago, un mare che possa realmente cambiare radicalmente la vita di un popolo piegato, oppresso da anni di colonizzazione più o meno sottile?” Spesso nell’ambito missionario si vive un po’ un “gap” tra coloro che lavorano sul campo, a contatto con i bisogni reali e intenti a dare risposte immediate ai tanti gridi del popolo; e coloro che invece esercitano il loro servizio in un ufficio, cercando di fare pressione sui governi e le istituzioni perché cambino le politiche e le relazioni internazionali, o coscientizzando l’opinione pubblica che esiste un’altra fetta di mondo quasi totalmente ignorata.

Missionarie

Un modo di fare missione non è migliore dell’altro, è solo diverso negli strumenti e nell’approccio. Grazie alle risorse della globalizzazione (tecnologie, scambi, circolazione delle informazioni) la missione può aggiornare il suo volto: essere presenti in un luogo solo per avere vocazioni o per fare assistenza, credo non valga la pena. Operare con consapevolezza localmente, per migliorare la vita dei popoli, e pensare globalmente, inserendo il proprio lavoro in un quadro politico, sociale ed economico più ampio, dà un senso diverso alla missionarietà. Ragionando così il “gap” tra locale e globale si assottiglia notevolmente e si diventa più efficaci perché si lavora in rete. Il nostro modo abituale di parlare di questi Paesi è dire “l’Africa è ...”, come se l’Africa fosse un continente, un blocco unico, una realtà indistinta. Non accade la stessa cosa quando dialoghiamo di America Latina, verso la quale la consapevolezza dei nomi e l’ubicazione di ciascun Paese è molto più alta e diffusa. Questa percezione porta con sé la conseguenza che a questo Paese manca un’immagine internazionale reale. Molti sono i “sentito dire” o le immagini stereotipate che assorbiamo dai mass media. L’isolamento politico e sociale dell’Africa (forse conseguenza o effetto di quello economico) contribuisce alla violazione sistematica e impunita dei diritti umani, esercitata spesso da africani contro altri africani. Lo sforzo che andrebbe fatto è di comprendere che molte delle soluzioni ai problemi dell’impoverimento africano risiedono non solo a livello locale, ma sul piano delle relazioni commerciali ingiuste a livello globale. Bisogna fare pressione dove le decisioni vengono prese, non solo dove vengono subite! Quando una violazione dei diritti umani non è più solo un problema locale, ma diventa argomento di dibattito internazionale, la percezione del Paese cambia: cambia negli occhi di chi guarda se stesso e negli occhi di chi osserva dall’esterno. Questo interessamento e questa mobilitazione internazionale favoriscono il Paese senza però mettere in pericolo i/le religiosi/e presenti localmente. Chi opera in luoghi di frontiera ha diritto alla paura, ha diritto a proteggersi. Non è una vergogna sentirsi inadeguati, impotenti, o timorosi di osare, di prendere l’iniziativa. La comunicazione in molti Paesi dell’Africa è molto difficile, sia attraverso il telefono che la posta elettronica. Come possiamo aiutarci a includere in questa rete di contatti e di relazioni che stiamo tessendo anche le nostre sorelle e i nostri fratelli africani? Perdonate i miei occhi e il mio cuore per l’arroganza con la quale talvolta hanno espresso giudizi o azzardato interpretazioni su ciò che hanno visto e sentito. Lascio a voi l’invito di andare e gustare questi Paesi con la vostra sensibilità...

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