Impegno nonviolento

Cristo è la nostra pace. E la pace è l’unico modo possibile per essere cristiani. Nonviolenti.
Luigi Bettazzi (Vescovo emerito di Ivrea)

Può sembrare fuori luogo la richiesta di un articolo sull’enciclica Deus caritas est e la pace, dal momento che Benedetto XVI non vi cita mai la parola “pace”; e non solo perché il tema è quello della “caritas”, ma anche perché quella scelta stessa potrebbe rivelare l’intento del nuovo Papa, non dico di ridimensionare il sociale, quanto di radicarlo profondamente nell’essenziale umano, e di radicare l’umano nel divino. Proprio questo radicamento ci guida a una concreta riflessione sulla pace, se è vero – come ci viene rivelato (Ef 2,14) – che “Cristo è la nostra pace”. Del resto, gli angeli annunciavano ai pastori di Betlemme che era nato chi recava gloria a Dio (rilevando appunto che Dio è amore e dove c’è amore c’è Dio) e pace in terra per gli uomini che Dio ama (Lc 2,14). Il primato dato all’amore non può non portare a illuminare alla sua luce tutta la realtà e l’orientamento della vita umana, recuperando una valutazione più autenticamente cristiana – quindi più pienamente umana – della storia, della politica, quindi di un impegno concreto nella vita sociale.

O Dio o mammona

Benedetto XVI mette in guardia dal lasciarsi condizionare dall’ideologia marxista nel valutare la carità, quasi che potesse indebolire l’impegno per la giustizia (n. 26). Credo che la stessa attenzione dovrebbe imporci di non lasciarsi condizionare dalla ideologia, che io chiamo della “mammona” (cfr. Mt 6,24), e cioè dell’individualismo personale e sociale, tutto incentrato su di sé e prioritariamente sul proprio interesse e sul proprio potere. È lì che si radica lo spirito della guerra, come imposizione delle proprie mire di potenza attraverso la violenza. Come cristiani si capì subito che la guerra, trasgressione radicale del comandamento “non uccidere”, era radicalmente antievangelica, e si è cercato di limitarla alle “guerre giuste” e alle “guerre sante”, poi di circoscriverla alle “guerre di difesa”, giungendo infine, nella Pacem in terris di papa Giovanni XXIII, a porla “al di fuori della ragione” (n. 42), a condannarla nella Costituzione conciliare Gaudium et spes (n. 81 d) come “delitto contro Dio e contro la stessa umanità” quanto meno nella sua dimensione di “guerra totale”, come allora si indicava la guerra atomica, che “indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città e di vaste regioni e dei loro abitanti”. Papa Giovanni Paolo II, nel dicembre 2003, arrivò a indicare la nonviolenza attiva come l’unica strada odierna per risolvere i conflitti tra i popoli; e questo coincide con l’affermazione di papa Benedetto, che già nell’introduzione dell’Enciclica (n. 1) dichiara di “voler parlare dell’amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi dev’essere comunicato agli altri” “in un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza”.  

In cammino

E credo che questa nonviolenza attiva sia in realtà la forma più alta di “servizio” in cui l’essere umano deve esprimere il suo amore verso Dio (cfr. Deus caritas est n. 18), tanto più appunto noi cristiani e le nostre Chiese, chiamate a testimoniare questo amore verso tutti (n. 25). Credo allora che tra le opere del volontariato, come espressione tipica della carità e dimensione dell’evangelizzazione (n. 30), ci debba essere l’impegno dei cristiani e delle Chiese per un cammino concreto di pace. Nella conclusione (n. 4041) Benedetto XVI addita come icone della carità i santi, e in primo luogo Maria, Madre del Signore e specchio di santità”. Proprio nel suo Cantico L’anima mia magnifica il Signore – largamente qui commentato – v’è l’indicazione di questo concreto cammino della pace, per i singoli e per i popoli, facendosi testimoni del piano di Dio, che “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato a mani vuote i ricchi” (v. Lc 1, 5153). La Deus caritas est non parla espressamente della pace, ma dà tutte le indicazioni perché le Chiese e i cristiani si rendano conto del loro impegno ineludibile di farsi profeti e operatori di pace.   

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