IRAQ

Vivere a Baghdad

La guerra vista dalla gente. Che la vive.
A colloquio con mons. Warduni e con mons. Sako.
Renato Sacco

Come l’hai saputo?” chiede nuovamente mons. Warduni, il vescovo ausiliare del Patriarca di Babilonia dei Caldei, con sede a Baghdad. Lo abbiamo incontrato in Italia alla fine di marzo. La domanda si riferisce a quanto gli è successo. “Sono vivo per miracolo.” – ci dice – “Ero alla guida della mia auto, solo, e stavo andando a salutare il Nunzio mons. Filoni, che lascia la sua missione in Iraq per altra destinazione, quando da alcuni gipponi, certamente stranieri e solitamente usati dagli americani per il controllo del territorio e la sicurezza (difficile sapere chi c’è a bordo), sono partiti una ventina di colpi contro la mia auto. Forse mi sono avvicinato troppo alle loro auto. Mi sembra un sogno, un film, non ricordo più nulla. So solo che mi ha aiutato la gente del posto, alcuni giovani musulmani, che vedendomi illeso mi hanno detto: è stata la Madonna a salvarti e quella croce che hai appesa al collo. È stato un vero miracolo! I giovani musulmani mi hanno aiutato, quelli che hanno sparato hanno proseguito il loro viaggio senza fermarsi.
Così succede in Iraq! Dobbiamo ringraziare il Signore e pregare per la pace – conclude il vescovo – la pace di Cristo: Pax Christi” . È questo uno dei tanti episodi che ci danno il polso della quotidianità a Baghdad, dove – dice mons. Warduni – davvero “la situazione non è bella e ben lontana dalla pace e sicurezza per tutti”.
Il legame con mons. Warduni e con la Chiesa caldea in Iraq è iniziato da prima della guerra, negli anni dell’embargo. Ogni volta che viene in Italia ci si vede, si organizza anche qualche incontro in vari punti d’Italia... e ci si trova, col passare degli anni, a ripetere le stesse cose, o, per essere onesti, a constatare che le cose oggi in Iraq vanno peggio, di giorno in giorno. Anche la cronaca ufficiale dei Tg ci racconta (anche se frettolosamente... quasi dando per scontato che sia così, senza rimarcare

Luis Sako, vescovo di Kirkuk, è una figura di spicco della Chiesa caldea irachena. È stato per alcuni anni rettore del Seminario a Baghdad e poi parroco a Mosul, sua città natale, nel nord dell’Iraq. Conosce dodici lingue, ha studiato a Roma e a Parigi, è esperto in letteratura cristiana antica e ha un master in storia islamica. È consultore del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. È stato ordinato vescovo il 14 novembre 2003.
troppo la notizia per non impressionare e per non destare dubbi su una guerra... chiamata missione di pace) di continue stragi, violenze, uccisioni. “L’Iraq – continua mons. Warduni – ha bisogno di pace. Quando usciamo di casa non sappiamo se torniamo. Tutti siamo nella stessa situazione. E quando qualcuno si rivolge agli americani per denunciare rapimenti, violenze ecc. la risposta è “ Non è affar mio!”. Eppure le forze occupanti dovrebbero, secondo il diritto internazionale, essere responsabili della sicurezza, della gestione dell’ordine pubblico, della difesa della popolazione...
Invece... Quando c’era l’embargo si sapeva che, ad es. c’era solo 1 ora di elettricità e ci si organizzava... oggi la gente non sa quando l’energia elettrica c’è e quando viene tolta.. è difficile comunque che ci sia per più di 3-4 ore al giorno.
E potete immaginare – aggiunge il vescovo – cosa vuol dire vivere a Baghdad con il caldo che arriva ai 50 gradi, gli anziani, gli ammalati... A questo si aggiunga la fatica a procurarsi la benzina (pensate, proprio in Iraq, il Paese del petrolio!), code di ore ai distributori e il prezzo è più che raddoppiato. La gente, pur nella paura, non può stare sempre in casa, come potete ben capire, deve pur andare a comprare qualcosa”.

Cosa vuol dire, concretamente, essere cristiano oggi in Iraq?
In Iraq vivevamo molto bene con i musulmani e finora non possiamo lamentarci, anche se i fanatici ci sono dappertutto. E poi certo, l’idea che la guerra è venuta con i cristiani... ma – aggiunge – cristiani per modo di dire. Per questo noi cerchiamo di sottolineare sempre che siamo anche noi iracheni, parte dello stessa famiglia. Siamo in Iraq prima dei musulmani, dagli inizi del Cristianesimo. Intorno al III - IV secolo i cristiani erano parecchi milioni. A noi non piace distinguere tra cristiani e musulmani, perché la nostra sorte è unica.
Muoiono, vengono rapiti e uccisi molti più musulmani che cristiani. Certo viviamo in una paura tremenda. Noi preghiamo perché i responsabili, i capi, si impegnino per il bene di tutti, per i diritti delle persone. Prima di tutto perché cerchino il bene degli iracheni e dell’Iraq.

Qualcuno sì è scandalizzato sentendola pregare e invocare... Allah.
Quando prego nella lingua aramaica, quella che parlava Gesù, dico elohìm.

Shlemon Warduni, vescovo ausiliare del patriarcato di Babilonia dei Caldei, ha studiato al Pontificio Collegio Urbano de Propaganda Fide a Roma. Ordinato sacerdote nel 1968, consegue il dottorato in Pedagogia e si diploma in Mariologia e Scienze sociali. È stato rettore del seminario e poi parroco della chiesa N.S. del S. Cuore a Baghdad e Vicario Generale per gli Affari Pastorali. Nel 2001 viene nominato vescovo ausiliare di Baghdad.
Quando prego in arabo dico allah, che significa sempre Dio. Anche il patriarca utilizza sempre questa parola, per sottolineare che preghiamo lo stesso Dio e chiediamo allo stesso Dio il dono della Pace. Dio è l’unico Dio per tutti.

Parliamo di democrazia. Cosa sta accadendo? Qualcuno parla di rischio di guerra civile...
La situazione è terribile e complicata. Sui grandi politici preferisco non dire niente... la mia fiducia è nel Signore. Preghiamo perché Lui dia luce a tutti e li guidi sulla strada del disinteresse, non del potere o dell’egoismo. Il popolo iracheno deve avere la forza di costruire la sua nazione. Oggi soprattutto i giovani vedono tutto nero, cercano di andare via, perché – dicono – stiamo vivendo in un inferno. Speriamo che la guerra civile non arrivi mai.

E noi cosa possiamo fare?
Voi potete aiutarci soprattutto con la preghiera. Seminare amore, concordia è il senso della vera pace. E poi richiamare i potenti alla propria responsabilità per la pace e per il bene dell’Iraq e invitarli a non essere attaccati al potere e agli interessi.

In cerca di democrazia
Ma il legame con l’Iraq passa anche dall’amicizia con Luis Sako, il vescovo di Kirkuk, la città più ricca di petrolio. Anche di lui abbiamo già parlato in precedenti numeri di Mosaico di pace.È anche grazie alle sue e-mail, telefonate o visite in Italia che abbiamo questo legame affettivo con la gente dell’Iraq, e in particolare con la comunità cristiana.
Mons. Sako è stato in Italia per qualche giorno a marzo, esattamente un anno dopo la liberazione di Giuliana Sgrena e l’assassinio di Nicola Calipari. In quell’occasione, 5 marzo 2005, ha voluto farsi accompagnare a Masera (Vb) per salutare Antonietta e Franco Sgrena, genitori di Giuliana, mentre lei arrivava in aereo a Roma.
Lo scorso febbraio, a seguito di un attentato che aveva ucciso un giovane della sua comunità, scriveva: “Grazie infinite per tutto quello che sta facendo Pax Christi. Ciò di cui abbiamo bisogno è la vicinanza. Sentirsi isolati è terribile. La Chiesa irachena deve analizzare la situazione con chiarezza per preparare il futuro. È una sfida. Pax Christi deve formare gruppi sul campo per aiutare la convivenza.
Per noi il ragazzo Fadi (Salvatore, il giovane ucciso pochi giorni prima di questa lettera, ndr) è un martire, un santo. Nella Chiesa delle origini uno come lui sarebbe stato proclamato santo! Al funerale erano presenti tanti musulmani, soprattutto donne. È una cosa rara! È segno che la gente è piena di coraggio e di speranza”. Già in queste poche righe si possono cogliere importanti spunti di riflessione... Quando lo abbiamo incontrato a Roma ci ha confermato che “la situazione è molto complicata.
La struttura della società in Iraq è tribale e la vendetta è sempre stata considerata una cosa sacra e lo è tuttora. Gli sciiti hanno potere soprattutto a Baghdad e nel sud e cercano i capi del partito Bah’th per assassinarli, perché prima questi avevano ucciso gli sciiti. È una cosa complicata e profonda. Il governo non arriva a stabilizzare la situazione. Ci sono molte milizie: gli sciiti ne hanno due, i curdi hanno le loro e sono ben organizzati, come un esercito. Non si riesce a controllare più nulla.La ferita è così profonda che non si può risolvere così in fretta, bisogna formare la gente, educarla alla tolleranza e al perdono. È un tema molto difficile...”.
La popolazione – prosegue il vescovo di Kirkuk – vuole la democrazia. “Gli iracheni sono molto colti, istruiti. Sono pronti a fare un passo verso la democrazia, ma il problema sono anche i capi religiosi che non hanno vissuto in Iraq e spesso vengono dai Paesi arabi. Adesso questi hanno potere e autorità”. Una guerra civile in Iraq sarebbe la fine del Paese, perché la gente è stanca, soffocata. Scherza anche sul suo motto episcopale: “Essere sale e luce”... e aggiunge: “Da quando sono vescovo non c’è elettricità”. “In ogni caso – conclude anche lui – oggi abbiamo bisogno non tanto di denaro, ma di vicinanza, di supporto umano, per questo, come ho già detto altre volte, rinnovo l’invito a Pax Christi a venire in Iraq, ad aiutare i nostri giovani, a fare insieme progetti di educazione alla pace, al dialogo e al perdono...”.

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