PAROLA A RISCHIO

La migrazione delle religioni

Memorie troppo piccole per contenere i gemiti della terra. Della storia.
Le desolazioni dell’umanità. Il posto delle religioni.
Ancora troppo preoccupate del potere. Troppo poco del dialogo.
Antonietta Potente

In mezzo a tante parole più o meno a rischio, più o meno compromettenti e più o meno responsabili, soggiacciono molte idee e sogni. Ci piacerebbe che queste idee e sogni fossero raccolti nei fori politici attuali; invece, percepiamo che in questi fori, le parole e i sogni si adeguano sempre alle stesse idee, alle stesse utopie e alle stesse simbologie.
Le religioni che di per sé potrebbero essere un po’ più creative, perché fanno appello ad altre dimensioni storiche e umane, seguono anch’esse, più o meno, gli stessi criteri, più o meno etici, più o meno dottrinali, ma sempre gli stessi. La paura di perdere il posto o il potere, anche se ormai puramente simbolico, rende sclerotico il pensiero mentre la fede diviene misteriosamente silenziosa.
Il mondo adulto – secondo le parole di Dietrich Bonhoeffer – cammina e cerca per conto suo, forse per mantenersi in vita. L’escatologia si allontana sempre più, come qualsiasi utopia, e il mondo maggiorenne mantiene il suo sogno autonomo, ma che resta pur sempre un sogno.

Sapienze gratuite
Se ci mettessimo intorno a una parola ancora gratuitamente posata – come rugiada – nella storia, se ci mettessimo intorno a una sapienza ancora gratuitamente presente nelle piazze e negli angoli della strada (cfr. Pr 8,1-3), forse potremmo percepire il gemito; una verità che nessuno possiede ma che molte e molti cercano.
Con molte donne e uomini ci domandiamo – a volte piangendo – se esiste qualcuno su questa terra, in questa moltitudine di religioni e d’approcci divini, qualcuno capace di aprire il libro e di leggere (cfr. Ap 5,4). Capace di leggere a voce alta e di lasciarsi trasportare liberamente dalla magica sorpresa che le parole evocano.
Ma la parola sigillata sta nel tempio mentre nelle piazze grida ancora la sapienza, approccio divino alla vita umana, alla biodiversità, alla terra. Spazio misteriosamente abitato da ciò che non sappiamo ancora capire, né immaginare, perché non lo abbiamo mai provato. Eppure, nel tempio ci sentiamo dire che non abbiamo abbastanza fede, che abbiamo abbandonato Dio e le sue Chiese, o tutto ciò che assomiglia a esse.
Alcune e alcuni di noi, invece, con resistenza infinita, aspettano qualcuno che ci parli e ci racconti come potrebbe essere la vita. Qualcuno che apra il libro... Ma molti di noi non resistono e abbandonano gli spazi dichiarati ufficialmente sacri, non per infedeltà ma perché la sete e la fame li divorano. Non vogliono aspettare e se ne vanno.
Cercano acqua e cibo altrove, rischiando come sempre rischiarono molti amici e amiche di Dio, anche con un prezzo alto, quello della solitudine e della confusione. Di per sé questo è sempre successo lungo il corso della storia: coloro che sono andati via molte volte hanno ricevuto il nome di eretici o di eretiche.

Ascoltare gemiti lontani
Altri cercano con nostalgia infinita dialoghi intensi e segreti con ciò che sottostà alla vita stessa. Non dimentichiamo ciò che raccontano le fonti francescane narrando la vita di Francesco: Cercava luoghi solitari, amici al pianto; là, abbandonandosi a lunghe e insistenti preghiere, tra gemiti inenarrabili... (cfr. Leggenda maggiore I.1034). Queste strane solidarietà tra tempi ed epoche differenti, tra spazi geografici e contestuali, queste coincidenze di desiderio e di sete mantengono viva la Parola, perché attirano una risposta... la ricerca.
La risposta è continuare a ricercare insistentemente, non abbandonare la sete, né il desiderio: desiderio delle donne, degli esclusi, delle risorse naturali, desiderio dell’atmosfera e dell’acqua, dei mari e dei fiumi, dei bambini e degli anziani... Grido degli amanti e dei filosofi, degli alchimisti e dei loro mistici esperimenti.
Se potessimo ravvivare la memoria, forse saremmo più creative, creativi. Se non ci dimenticassimo delle infinite Gerusalemme... (cfr. Sl 137,5), del Sudan, della Bosnia, dell’Iraq, di Haiti... gemiti, fughe in luoghi solitari, amici al pianto... fughe nel deserto dove si può tornare a ritrovare equilibri segreti, alito di vita e spirito divino che ricrea, come fece Gesù di Nazaret.

Anni di desolazione
Quanti deserti e quante storie vagano! Le nostre memorie sono troppo piccole per contenere questi gemiti, questi anni di desolazioni, di dittature, per trattenere i nomi dei morti, la maggior parte delle volte anonimi. Quanti silenzi perduti, come lacrime che nessuno raccoglie o asciuga; le nostre memorie sono troppo strette e distratte per ricordarsi quanti chilometri abbiamo fatto per chiedere che ci restituissero l’acqua quante sedute e digiuni nelle piazze e di fronte alle ambasciate, perché lasciassero liberi amici e amiche anonimi.
La memoria è troppo piccola, troppo corta, per potere mantenere in vita il ricordo, per impuntarsi a non voler dimenticare. Eppure, a volte, questi ricordi vengono a visitarci, di tanto in tanto, come se volessero tornare a vivere in noi e a ispirare un’altra storia, altre politiche, altre Chiese, altre religioni, un’altra pace.
Qualcuno continua a gridare: fino a quando Signore... fino a quando... Qualcuno ha ancora una voce viva, calda, forte, per potere gridare e la sua memoria non ha tempo, è grande ed estesa, si ricorda tutto e non vuole dimenticare, chiede di guardare il sole che sorge, la luna della notte e le stelle che illuminano segretamente le notti piene di luci artificiali. Qualcuno non smette di gridare o di aspettare che vengano ad aprire il libro con i suoi sigilli... qualcuno aspetta giorno e notte fuori del tempio, e non abbandona gli spazi umani e i solitari deserti.
Qualcuno torna tutti i giorni a cercare riposo e spia il pozzo per vedere se lei, la donna che cerca acqua, è venuta anche oggi... (cfr. Gv 4). Qualcuno spia il tempo e sorride, per vedere se la sua anzianità serve ancora, perché l’umanità provi la gioia, mentre la sua pelle è attraversata da un brivido di piacere... (Gn 17,17; 18,11-12).
La creatività non si allontana dalla vita, l’epidermide la porta con sé, così come la porta con sé la corteccia degli alberi e il sangue la lascia scorrere gratuitamente nel circolo della vita... mentre le piante fanno la loro fotosintesi, gli animali acconsentono alle stagioni dei loro istintivi amori e le spiagge accordano i loro spazi con i movimenti delle maree e dei fiumi.

Il posto delle religioni
Ma in tutto ciò, dove stanno le religioni? Dove stanno le differenti confessioni cristiane? Sinceramente non lo sappiamo. Sinceramente dobbiamo dire che non le vediamo né sentiamo tanto presenti.
Forse sono troppo preoccupate per un futuro che sta per venire... sono preoccupate per gli ultimi dati anagrafici: lunghe liste d’assenti, panche delle cattedrali ormai vuote, tempi e monasteri divenuti musei, privilegi costituzionali ormai in pericolo, categorie di persone troppo disobbedienti... Alcune sono preoccupate dal tempo mitico dei popoli indigeni che ritorna poco a poco, libero come il vento, occupando il presente e scoprendo i lineamenti di un mistero sconosciuto (ultimamente si è proibito alla Chiesa cattolica messicana l’ordinazione di diaconi indigeni...). Altre sono preoccupate per la civilizzazione, per la scienza, per l’autonomia delle leggi civili dagli empirei delle divinità.
Perché le religioni hanno ancora paura? Paura di che? Già in altre epoche ebbero paura e la paura fu tanta che lottarono tra loro per stare in vita...
Perché le religioni sono ancora preoccupate del loro potere, proprio come i vecchi partiti delle oligarchie dittatoriali già da qualche tempo democratiche; perché vogliono tanta sicurezza, mentre l’umanità cammina su di un terreno gelatinoso, dove appoggiare il piede non ha nessun sapore di certezza, ma piuttosto di precarietà e indecisione...

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