POVERTÀ

Società senza

Senza lavoro. Senza casa. Senza tutele. Senza permesso di soggiorno.
La società dei “senza” cresce. Perché ripartire dai diritti sociali.
Anche per correggere le distorsioni del mercato. Intervista ad Alain Touraine.
Emanuele Rossi e Paola Natalicchio

Non solo non vogliamo che il liberalismo trionfante distrugga lo stato sociale, il quale non può in alcun modo venir ridotto ai corporativismi o a una politica di sovvenzioni, ma ci opponiamo, in Europa come in molte altre parti del mondo, dagli Stati Uniti all’America Latina, all’accrescersi delle disuguaglianze, della disoccupazione e della precarietà, dell’esclusione”.
Alain Touraine è un sociologo francese, oggi particolarmente attento all’azione e ai movimenti sociali che, a suo parere, possono avere uno scopo costruttivo e importante nella difesa dei diritti delle minoranze e della costruzione di una democrazia dal basso. Globalizzazione, liberalismo, mercato. E dall’altro lato povertà, disuguaglianze, diritti negati. Ne parliamo “con il professore”.

Nella seconda metà del Novecento abbiamo assistito all’ascesa di una grande promessa: la fine della povertà e la costruzione del migliore dei mondi possibili. Questa promessa non è stata mantenuta. Anzi, sono aumentate tante nuove povertà. Perché?
Non so se quella promessa era un mito o una speranza o comunque qualcosa che non aveva alcun legame concreto con la realtà. Nel mondo attuale le disuguaglianze vanno aumentando così come cresce il numero della gente emarginata ed esclusa. La ragione più importante di tutto questo oggi è riposta nella dominazione oramai totale della logica di puro mercato, dell’economia, del profitto che prevale incontrastato su ogni cosa. La situazione, nel mondo di oggi, è cambiata a partire dal 1974: il programma post-guerra, con le sue fragilità e contraddizioni, che aveva un’idea dello Stato, che prevedeva progetti economico-sociali, è stato abbandonato. Ora domina la globalizzazione e questo significa la dominazione del mercato

Alain Touraine
Sociologo francese, ha studiato all’École Normale Supérieure di Parigi, diventando docente di storia (1950) ed è stato Rockefeller Fellow nel 1952 e 1953 presso le Università di Harvard, Columbia e Chicago, e fino al 1958 ricercatore presso il CNRS (Conseil National de la Recherche Scientifique). Nel 1956 fondava il Centro di ricerca di Sociologia del Lavoro all’Università del Cile e, nel 1958, il Laboratorio di Sociologia Industriale a Parigi (dal 1970 Centre d’Etudes des Mouvements Sociaux). È stato direttore di ricerca all’École Pratique des Hautes Etudes (attualmente École des Hautes Etudes en Sciences Sociales). È diventato professore presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Parigi-Nanterre dal 1966 al 1969. Attualmente fa parte di diversi istituti di ricerca e di accademie scientifiche.
mondiale sui programmi politici e sociali che sono sempre nazionali o regionali.
Uno dei problemi di oggi è che la Costituzione europea, così come è stata pensata, non è politica e il processo che l’ha preparata non è stato democratico. L’idea fondamentale, la verità è che tutto è subordinato a un’economia e a una logica di mercato. Nella stessa Europa la disuguaglianza aumenta e il dato più preoccupante è che gli europei non hanno più alcuna capacità progettuale. L’Europa sta scomparendo, non ha nessuna capacità politica e nessuna autonomia: salvo due Paesi che hanno detto no alla guerra in Iraq, nonostante le opinioni pubbliche maggioritarie non l’hanno approvata, i governi hanno detto sì alla guerra. Questo mi preoccupa molto perché davvero la capacità politica dell’Europa è scomparsa. La capacità europea di formare attori sociali, nuovi processi sociali, negoziazioni di conflitti è molto bassa. L’unica logica europea oggi vincente è l’incorporazione dei Paesi nei mercati mondiali. Prevale una logica puramente economica e ogni altra cosa che fuoriesca da questa logica di mercato ha perso valore.

Nel suo lavoro Come sconfiggere il liberismo, ha affrontato il tema della disuguaglianza e si è soffermato con un certo ottimismo su quella che definisce “la lotta dei senza” (senza-lavoro, senza-documenti, senza-casa) per arginare le ingiustizie create dal neoliberismo. Secondo lei è possibile attribuire un ruolo particolare ai senza nella resistenza al capitalismo di oggi?
Veramente non ho pensato a una possibile lotta dei senza. I senza, o la reazione dei senza, sono molto importanti per capire e definire i problemi. Ad esempio il mondialismo è un movimento ideologico, una maniera di dire “è impossibile proseguire questo cammino”. Il problema fondamentale e più interessante per me è quello di saper definire in maniera positiva nuovi attori.
Uno di questi – che ha fortemente attirato il mio interesse – è il movimento delle donne perché in esso c’è un contenuto positivo, una visione più ampia e globale che indica la necessità di prendere come sfida la politica. È uno scandalo pensare che l’Europa sia stata costruita durante mezzo secolo senza processo politico. Essa è la costruzione politica più

Non si tratta più della classica disparità tra Primo e Terzo Mondo, ma di una progressiva latinoamericanizzazione di tutto il pianeta. A New York ci sono ricchi e poveri proprio come a San Paolo. Esiste un mondo dei ricchi, dei meno ricchi, dei meno poveri e un mondo dei molto poveri, che appartengono anch’essi a questo pianeta.
A.T.
antidemocratica del mondo. Forse in passato era necessario così ma non può durare. Il progetto della Costituzione è buono se guardato nel suo insieme; non ha in sé nessun punto negativo, ma è la prima volta che una Costituzione viene approvata senza la possibilità da parte della gente di esprimere un’opinione politica.
Gli europei non hanno avuto alcuna occasione di esprimere le proprie idee. E infatti oggi dicono di essere scontenti di una evoluzione che aumenta l’orientamento liberale dei propri Paesi. Tanta gente è scontenta del fatto che la componente social-democratica stia perdendo terreno. Il problema concreto è proprio nello squilibrio così accentuato fra la componente liberale e quella socialista. Ma è possibile ancora lottare dentro il sistema. Anche perché penso non ci sia possibilità reale di uscire dal gioco: l’unica soluzione è riorganizzare il tempo e lo spazio della Costituzione europea, la capacità di azione. Questo concretamente significa organizzare un’opposizione interna di dissenso rispetto al sistema.

Quale effetto potrebbe avere l’impoverimento delle classi medie, particolarmente visibile anche in Italia, sul conflitto sociale?
Francamente mi pare difficile parlare dell’impoverimento delle classi medie anche perché è una nozione tanto vaga che i più ricchi si definiscono in termini di ceto medio. Qualcuno pensa alla possibilità che si ripeta altrove l’esperienza dell’Argentina. Non credo che ci possano essere esperienze simili all’Argentina: questo è un caso estremo, ma non europeo. Un dato è certo: i poveri sono più poveri ed è possibile che in Europa si possa cominciare a percepire un impoverimento che tocchi anche i livelli intermedi della popolazione. Ma, ribadisco, i poveri sono già poveri e lo saranno sempre più. La situazione italiana è preoccupante anche perché per la prima volta si tratta di una crisi strutturale.
L’euro è mortale perché in Italia ha facilitato la svalutazione. Adesso l’Italia può vivere ma con sforzi immani. La Germania, la Francia, non vanno molto meglio a livello economico. Il successo della Spagna è in gran parte artificiale... Temo che l’Europa abbia sacrificato tutto al successo economico e al dio mercato, proprio in un periodo particolare di crisi economica e di incapacità progettuale.
E non penso si possa progredire molto a livello economico senza capace di riorganizzare una politica sociale. Esempi interessanti sono quelli forniti dalla Finlandia e dalla Svezia che hanno una politica sociale forte e un’integrazione nell’economia mondiale altrettanto solida. Dunque è possibile combinare bene i due elementi: sviluppo ed economia.

Come mai la società non interviene più di fronte alla povertà?
Nel corso di diversi secoli, come nel diciassettesimo o diciottesimo sec., le categorie di pensiero e di azione sono state politiche: pace/guerra, ordine/integrazione/ rivoluzione... Solo con la rivoluzione industriale inglese in diversi Paesi sono state eliminate dai processi decisionali le categorie politiche e sono state sostituite da nuove categorie economico-sociali. Negli ultimi 50 anni, credo che le categorie sociali, le classi sociali, le negoziazioni, i sindacati, abbiano perso la propria importanza e la propria utilità politica e nello stesso tempo viviamo in un mondo in cui si parla dell’individuo più come soggetto di diritti che come persona particolare. Nel momento attuale le battaglie o le idee nuove sono sempre presentate in termini di diritti umani e sempre meno come capacità di qualche individuo o di qualche gruppo di costruire e difendere la propria identità, unica e particolare.

Traduzione a cura di Valeria Vettorel

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