POLITICA

Cara Costituzione

Il referendum è alle porte. Difendiamo la Costituzione?
Giancarla Codrignani

Gli italiani sono molto affezionati alla loro Carta costituzionale, quella che – dopo il fascismo e la seconda guerra mondiale – sancì l’approdo del nostro Paese alla democrazia e alla dignità di nazione libera nel confronto internazionale. Si sa, tuttavia, com’è l’affetto: si ama spesso senza conoscere. E gli italiani conoscono poco la Costituzione. Per questo – si dice – che “non abbiamo il senso dello Stato”.
A giugno andremo a votare un referendum per dire che scegliamo questa Costituzione e diciamo NO al mostro giuridico votato dalla destra. Sarà un referendum diverso dagli altri, che erano abrogativi di leggi; questa volta sarà “confermativo” e, senza limite di quorum, deciderà se il popolo accetta la riforma Berlusconi.
È una grande responsabilità per tutti i cittadini, che esige una partecipazione di massa in nome del comune interesse. Infatti, dalla qualità di una Costituzione discendono le regole del governo, l’effettività dei diritti, la fedeltà ai principi. Qualcuno dirà che, in fondo, si tratta di modifiche apportate alla seconda parte, quella degli ordinamenti, già modificati con prassi analoga dal centrosinistra, e che i principi della prima parte non sono stati toccati.

Principi da salvare
Quanto ai principi, tutti possono rendersi conto che sia l’art.1, che fonda la Repubblica sul lavoro, sia quelli che stabiliscono i diritti alla salute, all’educazione, alla cultura, all’informazione vengono violati ogni giorno, perché questo governo non ha alcun rispetto per i valori e bada a consolidare il potere.
La raccolta delle firme per richiedere il referendum ha avuto un buon successo e ha fatto chiarezza sui contenuti; tuttavia la scarsità dei mezzi non ha consentito di arrivare a tutti i grandi e piccoli Comuni.
È prevalso lo slogan “no alla devolution”, che certamente denuncia uno strappo violento alla convivenza democratica, ma non altre correzioni perfino più pericolose.
Con il termine devolution, infatti, s’intende non un’efficace amministrazione che parta dalla responsabilità degli Enti locali e delle Regioni; bensì una scomposizione materiale del Paese per ciò che attiene all’istruzione, alla sanità, alla polizia locale. Per spiegarci con gli esempi: la scuola riceve in Emilia-Romagna una larga fetta del bilancio e, anche se adesso si deve tirare la cinghia, i finanziamenti per il diritto allo studio vengono mantenuti; in altre Regioni, più povere o dove l’istruzione non è una priorità, le conseguenze le pagheranno i giovani, svantaggiati in termini di formazione e competenze in una società competitiva.
Analogamente tutti sanno che i pazienti richiedenti un’assistenza ospedaliera efficiente si recano dove la Sanità è gestita bene: con la nuova Costituzione ognuno si tiene quello che ha. Vediamo invece quello che è ancora peggio.
Tutti dovrebbero sapere che i poteri di uno Stato democratico richiedono l’equilibrio reciproco interno. Ognuno di essi ha la sua competenza e autonomia, nel rispetto di regole che consentono il controllo degli uni rispetto agli altri e l’equilibrio delle funzioni. L’Italia è una repubblica “parlamentare”, perché è il Parlamento che fa le leggi e anche i decreti del governo debbono essere approvati dalle Camere dove siedono i rappresentanti del popolo, che è “sovrano” perché li ha eletti. Con la riforma, invece, il sovrano è il Presidente del Consiglio, che, in virtù dell’elezione popolare, non si presenta alle Camere per la fiducia e non riceve la nomina, per sé e i ministri, dal Presidente della Repubblica, che diventa un cerimoniere con funzioni simboliche inconsistenti.
Il Capo del Governo non viene sfiduciato, perché risponde solo alla sua parte che è in grado di controllare con scaltri meccanismi: nel caso di difficoltà insuperabili, scioglie le Camere. È da notare che neppure il presidente degli Usa, che governa un complesso di Stati e che per questo ha poteri più forti, non potrebbe mai sciogliere il Parlamento.
Quindi si spezza la coerenza fra le istituzioni e anche la Corte Costituzionale, che attualmente mantiene l’indipendenza per la sua composizione paritetica, rischia, per il possibile prevalere delle nomine governative, di dipendere dal governo.
D’altra parte, le riforme già attuate e previste per la magistratura fanno capire che i governi berlusconiani pensano di mettere la giustizia alle dipendenze del politico.
Sarebbe un modello unico nell’ambito dei paesi democratici e qualcuno definisce questa manovra di conquista del potere un elettorale.
Infatti il pasticcio della normativa per le recenti elezioni conferma tutti i sospetti: quello che piace a Berlusconi è il potere assoluto.

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