Dio di Sodomia e Gomorra

Dio perdona. E punisce. La giustizia di Dio è ripristinare la relazione. Di fraternità. Di amore. Di salvezza. Per tutti. Anche per il peccatore.
Paola Palagi

Non è facile accostarsi al testo biblico per cercare di cogliere la ricchezza di contenuti collegati alla parola “giustizia”, perché il nostro approccio è condizionato da alcune precomprensioni. Infatti i significati più comuni di questo termine nell’uso linguistico corrente e nella nostra tradizione culturale si muovono in un’ottica fondamentalmente giuridica, riconducibile alla celebre espressione di Ulpiano: “Giustizia è la costante e perpetua volontà di dare a ciascuno il suo diritto” (definizione ripresa nel Digesto I, 1, 10). Si tratta di una concezione in cui è prevalente il concetto di legge, di giudizio, di condanna, di assoluzione, di pena. Si può sintetizzare questa espressione parlando di modello giuridico-retributivo.
Inoltre occorre tenere presente che, nel mondo contemporaneo, come è constatabile dalla semplice consultazione dei dizionari di lingue moderne, il termine giustizia non è primariamente ed essenzialmente riferito a Dio: giustizia definisce invece l’agire umano rispetto alle leggi e alle istituzioni, autonome da riferimenti trascendenti.
Leggere i testi biblici in base a questo tipo di mentalità e a questa sensibilità culturale significa correre il rischio di equivocarne il significato della maggior parte.

La giustizia di Dio
Il concetto biblico di giustizia è innanzitutto e primariamente riferito a Dio e al suo agire nella storia: si colloca dunque essenzialmente in un’ottica religiosa e salvifica e non giuridico-retributiva. Chiave ermeneutica corretta e globale dell’insieme dei testi scritturistici può essere considerato il concetto di giustificazione di Paolo: la giustizia di Dio, di cui parlano i libri biblici è sempre, in entrambi i Testamenti, la manifestazione e la potente realizzazione della sua volontà di salvezza.
Giustizia di Dio è la sua fedeltà al progetto di liberazione: non a caso questo concetto di giustizia è spesso associato a bontà, santità, amore, pace. Il termine che esprime biblicamente il contrario della giustizia di Dio è la sua collera, che interrompe, sia pure in modo sempre temporaneo e fugace, l’intervento di salvezza.
Se il modello biblico dominante di giustizia è di tipo soteriologico, i riferimenti al giudizio di Dio e agli aspetti forensi sono certamente rintracciabili nei testi, ma in un ruolo secondario e subordinato, e devono essere correttamente compresi e interpretati in un orizzonte più ampio per acquisire la loro vera connotazione.
Questo non significa assolutamente indifferenza o sottovalutazione del male, dell’oppressione, della violenza: Dio interviene per il popolo schiavo in Egitto, difende il giusto perseguitato, il povero, la vedova, l’orfano. Il giudizio che salva gli oppressi e condanna gli empi afferma la signoria di Dio sulla storia, il suo progetto di pace e di pienezza di vita da realizzare al di là di ogni ostacolo.

Un Dio clemente
L’intervento di Dio esige che ogni negatività sia smascherata e distrutta, liberando dall’alienazione e dalla distruttività l’oppresso e anche l’oppressore. Si può dire che la stessa punizione degli empi abbia in definitiva un significato positivo: non solo la difesa del giusto ma anche il richiamo, la sollecitazione, l’educazione del malvagio.
In questa logica si comprendono certi testi bellissimi in cui appare, già nel primo Testamento una sollecitudine veramente universale: nel libro di Giona viene pazientemente contestato il dispiacere e l’irritazione del profeta di fronte a un Dio troppo misericordioso e desideroso di perdonare (v. capitolo 4). Il Dio clemente e longanime apprezza, perché in sintonia con la sua “logica”, l’intercessione di Abramo per le città di Sodoma e Gomorra (Gen 18,16-33) e la preghiera di Mosè per il popolo infedele (Es 32,7-14).
Passando al Nuovo Testamento vediamo come la giustizia di Dio, la sua fedeltà, il suo amore benigno sono diventati realtà storica definitiva in Gesù Cristo (Rom 1,16-17). Gesù è la compiuta realizzazione della giustizia di Dio, cioè della sua efficace volontà salvifica. È la figura esemplare del Giusto, come appare in tutta la sua esistenza: dalla scelta del battesimo penitenziale ricevuto da Giovanni, espressione di solidarietà con l’umanità peccatrice, all’impegno durante la vita pubblica per l’annuncio e l’attuazione del Regno con gesti e parole liberatrici da ogni tipo di male, fino alla fedeltà estrema all’amore nella libera accoglienza della croce.
Per la fede e il battesimo, in Cristo si è, per dono gratuito, resi giusti, salvati, si diviene figli nel Figlio, chiamati a vivere, nella forza dello Spirito, la sua prassi, la testimonianza del Regno, la logica nuova e paradossale del Vangelo.
Questo primato della efficace volontà salvifica di Dio, cioè della sua giustizia, non esclude la possibilità del peccato come chiusura al dono di Dio, possibilità questa connessa alla libertà dell’uomo e che evidenzia la serietà e l’importanza delle scelte. L’accento però non è da mettere sul pericolo, sugli avvertimenti che richiamano l’attenzione sulla sterilità e la morte del tralcio che si stacca dalla linfa vitale della Vite: si tratta, per così dire, dell’abisso che evidenzia l’altezza della montagna, dell’ombra che accompagna la luce. Ciò che rimane centrale e irreversibile è l’appassionata ed efficace realtà della giustizia salvifica del Dio biblico.

La giustizia degli esseri umani
L’ottica “religiosa” cui si faceva riferimento all’inizio, emerge anche ora con estrema forza: la Bibbia, infatti, parla della giustizia degli esseri umani alla luce e all’interno del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo. La giustizia umana è correlata in modo diretto con Dio e appare come il riflesso di una realtà più grande che trova il fondamento dei rapporti giusti tra esseri umani nel modello della fedeltà divina e nelle indicazioni del Dio dell’esodo. Il libero e generoso impegno di Dio ha fondato un patto caratterizzato da clausole, condizioni e leggi, espresse tenendo conto dei patti di alleanza del tempo.
Il popolo dell’Alleanza si configura come popolo caratterizzato dalla libertà e da rapporti di fraternità: l’adesione a Dio implica correttezza e fedeltà, condizioni essenziali per vivere la pace, che è integrità, pienezza, equilibrio, armonia in ogni realtà relazionale. Le dieci parole e i successivi e vari codici legislativi esprimono e concretizzano le esigenze di un vivere secondo giustizia, sono punti di riferimento per l’uomo giusto che aderisce a Dio per la fede e si sforza di agire in modo corrispondente alla sua volontà.
È ben noto come questo ideale di popolo libero e fraterno sia stato costantemente disatteso e come gran parte della predicazione profetica del primo Testamento denunci al tempo stesso le derive idolatriche e le prassi di sfruttamento della parte più debole e povera della popolazione.
Ricordiamo ad esempio, il profeta Amos che denuncia con grande forza e indignazione i soprusi verso i poveri, le deviazioni della magistratura, i meccanismi che creano crescenti profitti per latifondisti e grandi commercianti (Amos 5,10-13 e 8,4-6). I diritti dei poveri sono calpestati da sovrani amanti del lusso, come denuncia Geremia (Ger 22,13), e il culto stesso viene a essere non di rado inquinato e distrutto, quando diviene falsa coscienza e copertura di pesanti ingiustizie (Is 1,1117). Esiste uno stretto e inscindibile legame tra culto autentico e pratica della giustizia sociale (Sir 34,19-22).
Nel Nuovo Testamento la linea della denuncia profetica pur non occupando un posto centrale, permane comunque in tutto il suo vigore, come avvertimento del pericolo e invito alla conversione: si veda ad esempio il celebre passo del capitolo 5 della lettera di Giacomo (Gc 5,1-6).
L’elemento fondamentale del Nuovo Testamento è la ricorrente unione della terminologia del la giustizia con quella dell’amore: i due concetti sono compenetrati tra loro, sfumano l’uno nell’altro.
Giustizia e amore configurano l’uomo nuovo che vive la fede e pratica l’amore, amore che è stato effuso dallo Spirito nel cuore dei credenti e che deve plasmare non solo le relazioni dentro la comunità cristiana ma anche quelle con l’ambiente sociale in cui si trova a vivere. Paolo invita inoltre ad affrontare anche situazioni conflittuali e ingiuste con uno stile dettato dall’amore e con una logica che intende vincere il male con il bene.
In altri termini, le indicazioni dei Vangeli relative alla non violenza, all’impegno di costruzione della pace, alla pratica di un perdono e di una riconciliazione che nascono dalla grazia donata Cristo, costituiscono i riferimenti essenziali del credente, che cerca di vivere come binomio inscindibile di giustizia e carità.

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