AMERICA LATINA

Vento di Lula

Molte grandi speranze di Lula si sono trasformate in delusione. Eppure meglio il Brasile con Lula che senza. L’analisi di un osservatore speciale, frei Betto, tra i maggiori teologi della liberazione.
A cura di Francesco Comina

Frei Betto ha dietro di sé la storia. Quella drammatica del Brasile anno 1969, quando la dittatura lo imprigionò insieme ad altri otto confratelli domenicani tutti accusati di spalleggiare il leader comunista Marighella che verrà poi ucciso dai militari. Fu il suo “battesimo di sangue”. Venne rinchiuso per quattro anni nel famigerato carcere di Tiradentes a San Paolo. Dai “sotterranei della storia” sentì le urla dei condannati.
Quelle di frei Tito de Alencar Lima, orribilmente torturato: “Per tre giorni appeso al ‘pau-do-arara’ (uno strumento di tortura) – scriverà più tardi frei Betto – o seduto sulla ‘sedia del drago’ fatta di placche metalliche e fili, ricevette scosse elettriche alla testa, ai tendini dei piedi e alle orecchie. Gli dettero legnate sulla schiena, sul petto e sulle gambe, gonfiarono le sue mani con staffilate, lo vestirono di paramenti e gli fecero aprire la bocca ‘per ricevere l’ostia consacrata’: scariche elettriche sulla bocca”. Frei Tito, una volta liberato, tentò di fuggire dal Brasile, ma i fantasmi dei torturatori gli corsero dietro e non trovò nessuna altra via d’uscita che quella del suicidio. Si appese ad un albero davanti al convento di Lione in Francia.
Ora Betto ha davanti a sé un’altra storia. Il compagno di sempre Ignazio Lula da Silva è presidente del Brasile. Una delle prime cose che ha fatto è stata quella di portarsi Betto al governo come consigliere speciale per il progetto “Fome Zero”. Ma in tutta l’America Latina la storia di oggi è molto diversa da quella di ieri. In molti Paesi i perseguitati delle varie dittature sono al governo con coalizioni di centrosinistra: in Bolivia, Argentina, Cile, Venezuela... E Betto parla di “risveglio del continente desaparecido”, di “speranza”, di “futuro”, di “utopia”. Lo fa da Bolzano, durante una delle tappe della sua ultima visita in Italia dialogando con l’economista cileno Rodrigo Rivas sul tema: “Il diritto alla felicità. Per una globalizzazione della speranza”.

Frei Betto, a ottobre si terranno le elezioni in Brasile. Lula sta finendo la sua legislatura fra speranze e scandali. Lei ha partecipato al governo come consigliere speciale per il progetto “Fome Zero”, ma ha deciso di dimettersi nel dicembre del 2004. Qualcuno sospetta che lei abbia lasciato l’incarico in polemica con il presidente. È così?
È stata una decisione complessa, dovuta a due motivi principali. Innanzitutto ho capito che la mia vocazione non è quella di rivestire incarichi pubblici,

Fome Zero
Da adolescente Lula era uno dei brincaderos della Praça da Sé. Come decine di migliaia di altri ragazzini della megalopoli, si nutriva grazie alla spazzatura dei ricchi. Più tardi sarebbe diventato manovale, poi operaio metallurgico e infine leader sindacale in un’industria di São Bernardo do Campo, una città della cintura industriale dell’immensa São Paulo.
Eletto il 27 ottobre 2002 con il 61,7% dei voti (più di 52 milioni!), assegna al suo mandato uno scopo preciso: “Tra quattro anni, in questo Paese, nessuno dovrà più andare a dormire con lo stomaco vuoto”. La strategia che dovrebbe battere il flagello della fame si chiama “Programma Fome Zero”. Comprende quarantuno provvedimenti immediati, la cui attuazione è cominciata il 2 gennaio 2003, poco dopo il giuramento del nuovo presidente sulla spianata del Planalto.
Il programma Fome Zero è diviso in tre parti: politiche strutturali di lotta contro la fame; politiche specifiche di lotta contro la fame; politiche locali di lotta contro la fame. Tra la folla anonima e innumerevole dei più miseri, il Programma Fome Zero ha suscitato speranze straordinarie. In molti benestanti ha risvegliato un ardente sentimento di solidarietà. Nel governo, non meno di venti ministeri sono direttamente coinvolti nella sua realizzazione. Ma la questione cruciale resta quella del suo finanziamento.
Il debito estero del Brasile, ereditato dalla dittatura militare e dai regimi neoliberisti e prevaricatori che l’hanno seguita, supera oggi i 235 miliardi di dollari ed equivale al 52 per cento del prodotto interno lordo (PIL). In pratica, dunque, più della metà di tutte le ricchezze prodotte nel Paese appartiene alle banche nordamericane ed europee.

Jean Ziegler, Dalla parte dei deboli. Il diritto all’alimentazione, Troppa, Milano 2004.
ma piuttosto quella di studiare. Sono un topo da biblioteca, mi piace leggere e approfondire i grandi temi del vivere civile. In realtà nel momento in cui avevo accettato l’incarico che Lula mi aveva proposto, avevo già deciso di stare due anni e poi tirare le somme del mio operato.
Il secondo motivo è invece di critica nei confronti della politica economica intrapresa da Lula. Il presidente, secondo me, si è inserito nel solco del neoliberismo tradizionale e ciò rende difficile affrontare i problemi strutturali del Paese, in particolar modo la riforma agraria e la riforma dello stato sociale.

Ci si attendeva troppo da Lula?
Il presidente ha acceso grandi speranze, grandi aspettative e anche enormi timori fra i conservatori. Ha tentato di destreggiarsi evitando di fare delle fughe in avanti, ma non è riuscito a evitare la contraddizione di un’azione politica bifronte: progressista in campo sociale e neoliberista in campo economico. Il giochino, alla lunga, ha rivelato la sua debolezza e Lula ha cominciato a vacillare. Poi c’è stata la complicata vicenda della corruzione, la crisi del Pt e le polemiche che ne sono seguite. Ha dovuto difendersi, non è stato facile.

Ma lei crede ancora in Lula?
Certo, nonostante tutte le difficoltà, nonostante la contraddizione che la sua politica ha rivelato in questa legislatura sono convinto che il Brasile sta molto meglio con Lula che senza Lula. Credo che in ottobre vincerà le elezioni, anche se non sarà facile. Dobbiamo investire ancora sul presidente perché possa liberarsi dei blocchi di rappresentanza e possa dare libero corso alle riforme che il Paese sta attendendo da sempre, prima fra tutte la riforma agra ria. Lula può farcela se riuscirà a vincere bene le prossime elezioni e garantirsi una maggioranza in parlamento, cosa che oggi non possiede.

Eppure oggi in America Latina soffia un vento nuovo. Il Brasile è il punto di riferimento di una nuova organizzazione del continente. Lula si è impegnato in questi anni per rilanciare il Mercosur, il mercato comune del Sud.
Sì, l’America Latina vive un periodo positivo, di grandi speranze. Il problema è rispondere alle aspettative dei popoli. Speriamo che i governi di sinistra che si sono insediati in vari Paesi abbiano la capacità di dare concretezza a una politica che sviluppi la qualità di vita della gente. Ma, come sanno gli analisti politici, quando le attese sono troppo alte c’è il pericolo che, davanti alla prima crisi, il vento riprenda a soffiare da un’altra parte.
Per questo guardo con entusiasmo, ma anche con preoccupazione, a quanto sta avvenendo. I latinoamericani attraverso il voto hanno dimostrato di essere stanchi delle oligarchie troppo legate agli Usa. Lula in Brasile, Morales in Bolivia (primo presidente indigeno della storia [N.d.R.]), Chavez in Venezuela, Kirchner in Argentina, ora Michelle Bachelet in Cile hanno vinto le elezioni prendendo fortemente le distanze dalle vecchie politiche asservite agli Stati Uniti. Attendiamo con grande interesse e partecipazione l’esito delle elezioni in Messico che potrebbero dare un’altra spinta forte alla speranza. Il Brasile ha un ruolo importante in questo scenario e Lula sta cercando di rilanciare il Mercosur, anche se non sarà facile in tempi brevi riorganizzare una struttura cooperativa che è stata fortemente indebolita dai governi precedenti.

E la Chiesa che fa? Come ha vissuto questi anni di governo di Lula?
In Brasile la Chiesa è moderata, fatica a prendere una netta posizione politica. Però bisogna dire che da un punto di vista sociale è molto impegnata. Posso dire che in massima parte la Chiesa brasiliana, sui temi sociali, sta alla sinistra di Lula. La teologia della Liberazione è ancora molto viva, le comunità di base sono attive, i sacerdoti impegnati si stanno diffondendo. Sono ottimista. Il vento soffia. La speranza cresce.

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