DIRITTO INTERNAZIONALE

Storia di un embargo

Se ne parla spesso. Lo si applica molto. Ma senza controlli.
E aumentano violazioni, traffici illeciti e l’inefficienza di quello che potrebbe essere un ottimo strumento di prevenzione.
Diego Cipriani
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Secondo il Sipri, l’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma, solamente 8 dei 57 conflitti che si sono svolti nel mondo tra il 1990 e il 2001 hanno visto le Nazioni Unite decidere l’embargo sulle forniture di armi nei confronti dei belligeranti. Ma anche quando l’ONU si è mossa, il risultato è stato deludente. Parte da questo dato preoccupante il rapporto elaborato nei mesi scorsi da Controlarms, la Campagna promossa da Amnesty International, Oxfam e Iansa (la rete d’azione internazionale sulle armi

Fiumi di armi
Tenuto conto della natura clandestina dell’approvvigionamento in armi delle destinazioni sotto embargo, è impossibile quantificare esattamente il numero di armi che penetrano in questi Paesi. È chiaro tuttavia, da alcuni casi riportati dagli esperti delle Nazioni Unite, che l’ampiezza delle consegne è estremamente importante. Un’analisi dei documenti, tra cui i Certificati di Utilizzatore Finale e i documenti di trasporto di vari studi di casi identificati dai rapporti dell’ONU, mostrano che generalmente, queste consegne rappresentano milioni di munizioni, decine di migliaia di fucili d’assalto, mitragliatori e pistole, migliaia di bombe, tra cui anche bombe a propulsione.
Per esempio, l’impresa serba Temex ha fornito circa 210 tonnellate di armi alla Liberia a metà del 2002. Le Nazioni Unite hanno accertato sei voli tra il 1 giugno e il 31 agosto 2002, con un carico approssimativo di 5 milioni di munizioni, 5160 fucili d’assalto, pistole e mitragliatori, 4500 bombe a mano, 6500 mine, 350 lancia-missili. I proiettili trasportati in questi cargo potrebbero da soli uccidere l’intera popolazione della Liberia: 5 milioni di munizioni sono praticamente sufficienti per provvedere per un anno a 10.000 soldati.
leggere) per domandare un controllo efficace delle armi, col quale poter liberare veramente i popoli dalla minaccia della violenza armata.

Cosa è

L’embargo è di norma uno strumento che viene imposto tardivamente e i vari Comitati delle Sanzioni delle Nazioni Unite, cui è affidata la supervisione, dipendono in gran parte dagli Stati membri per il loro controllo e applicazione. Di conseguenza, l’embargo può essere uno strumento efficace per la prevenzione del traffico illecito delle armi solo in presenza di una rigida serie di controlli a livello nazionale dei trasferimenti di armi. Controlli, ovviamente, irrimediabilmente inadeguati. Inoltre, i Comitati delle Sanzioni del Consiglio di Sicurezza dipendono dalle missioni d’inchiesta e di peacekeeping dell’ONU che possono accertare le violazioni dell’embargo, ma questi organismi spesso non hanno né risorse né tempo per approfondire questo aspetto. Al momento l’ONU ha decretato l’embargo territoriale giuridicamente vincolante verso la Costa d’Avorio, la Liberia e la Somalia. Il trasferimento di armi verso attori non statali (ribelli e loro dirigenti) della Repubblica Democratica del Congo, della Liberia, della Sierra Leone e del Sudan sono vietati a tutti gli Stati della comunità internazionale, così come lo sono quelli destinati ad AlQaida e ai suoi associati. Negli ultimi dieci anni, embarghi sono stati decisi nei confronti delle forze ribelli dell’Angola (dal 1999 al 2002), dell’Etiopia ed Eritrea (dal 2000 al 2001), dell’Iraq (dal 1999 al 2003), della Libia (dal 1992 al 2003) e dell’ex-Jugoslavia (dal 1991 al 1996 e di nuovo dal 1998 al 2001). Non uno di questi embarghi, tuttavia, è riuscito a stoppare le consegne di armi; a volte hanno reso l’acquisizione di armi più onerose o più complicate dal punto di vista logistico. Il risultato è la violazione persistente e sistematica dell’embargo. Negozianti in armi, mediatori, finanzieri, trafficanti sono gli attori delle violazioni agli embarghi. Ma

Per saperne di più
Gli embarghi possono essere imposti anche da Organizzazioni regionali, come l’Unione Europea e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Ad aprile 2004, c’erano embarghi imposti dall’UE nei confronti di 11 Paesi: Afghanistan, BosniaErzegovina, Myanmar (Birmania), Cina, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Liberia, Sierra Leone, Somalia, Sudan e Zimbabwe.
Nel 1993, l’OSCE ha imposto un embargo politicamente vincolante all’Armenia e all’Azerbaijan, volto a “tutte le forniture di armi e di munizioni alle forze impegnate negli scontri in corso nella regione del Nagorno-Karabakh”. Nonostante siano un’importante espressione di volontà politica, tuttavia questi embarghi non possiedono lo stesso peso di quelli decretati dalle Nazioni Unite, poiché essi hanno di per sé una portata regionale e possono essere sabotati dai paesi al di fuori di accordi che non sottoscrivono forse le stesse opinioni politiche. Per saperne di più sui “Comitati delle sanzioni” stabiliti dal Consiglio delle Nazioni Unite dell’ONU (degli 11 attualmente attivi, ma anche dei 6 non più attivi) si può visitare il sito:
http://www.un.org/Docs/sc/committees/INTRO.htm
anche funzionari, imprese e privati, ad esempio di molti Paesi africani sono coinvolti in questa attività. Tutti soggetti che operano nei Paesi di fabbricazione, di esportazione, d’importazione, di transito e di registrazione e che, in una lista di una trentina di nazioni, vanno dall’Albania al Belgio, dalla Bulgaria al Burkina Faso, dal Burundi a Cipro e all’Egitto, da Israele alla Liberia e alla Moldavia, passando per Romania, Russia, Serbia, Sudafrica, Togo, Ucraina, Emirati Arabi e Regno Unito... Purtroppo non sempre è possibile identificare la provenienza delle armi, ma quando il personale dell’ONU è riuscito a recuperare armi e munizioni nei territori sotto embargo, esse provenivano da Belgio, Bulgaria, Cina, Germania, Egitto, Romania, Russia, Serbia, Ucraina... Spesso si tratta di armi “vecchie” o “d’occasione”, ma sempre buone a fare il loro mestiere.

Quando si applica

Generalmente l’embargo di armi viene decretato dalle Nazioni Unite allorquando in un Paese la situazione umanitaria e dei diritti umani raggiunge un punto critico, ma la decisione implica la posizione commerciale, politica e strategica che i membri del Consiglio di Sicurezza, soprattutto i “grandi”, hanno nei confronti del Paese o della situazione al quale applicare l’embargo. Da ciò si comprende come una tale misura abbia scarse possibilità di risultare efficace. A ciò si aggiunge il fatto che benché l’embargo dell’ONU sia giuridicamente vincolante in virtù della carta delle Nazioni Unite, la legislazione nazionale in molti Stati non riconosce le violazioni all’embargo sulle armi come un

Quando lo Stato non può punire
Leonid Minin, di origine ucraina, è un “mediatore” e il suo nome (come quello dell’imprenditore russo Victor Bout) compare in numerosi rapporti delle Nazioni Unite relativi alla vendita di armi alla Liberia e alla Sierra Leone. È stato accertato, ad esempio, che nel marzo 1999, 68 tonnellate di armi ucraine sono state consegnate al Burkina Faso grazie a falsi Certificati di Utilizzatore Finale, tramite l’Air Foyle, una compagnia britannica, e con un contratto stipulato da una compagnia registrata a Gibilterra. Nei giorni seguenti l’arrivo del carico in Burkina Faso, Minin è volato in Liberia con un aereo privato registrato alle Isole Cayman e con volo operato da un’impresa monegasca. Successivamente le armi hanno lasciato la Liberia a destinazione Sierra Leone.
Ebbene, nell’agosto 2000 Minin è stato arrestato in Italia e nel giugno 2001 è stato accusato di traffico d’armi e di possesso illegale di diamanti. I documenti di cui era in possesso provavano ulteriori traffici di armi destinate alla Liberia. Alla fine del 2002 il “nostro” viene rilasciato per impossibilità a procedere, in quanto le armi non erano transitate dal nostro Paese, pur in presenza della violazione di un embargo decretato dall’ONU.
reato penale. È il caso, purtroppo, anche dell’Italia, come si è visto in passato nel “caso Minin” (v. box). Insomma, c’è una vera e propria zona d’ombra nella quale non solo singoli individui, ma società e imprese, riescono a sottrarsi alla giustizia, nazionale e internazionale. Tutto ciò rivela come l’autorità delle Nazioni Unite sia seriamente erosa dalle continue violazioni degli embarghi sulle armi decretati dal Consiglio di Sicurezza. Occorre allora, come chiedono gli autori del rapporto di Controlarms, che i Comitati delle Sanzioni e gli altri organi delle Nazioni Unite siano messi in grado di effettuare i necessari controlli, soprattutto quelli relativi agli Stati limitrofi al Paese o alla zona soggetta all’embargo. Ma soprattutto s’impone una revisione delle norme relative a questa misura sanzionatoria prevista dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Un motivo in più per giungere finalmente a un Trattato internazionale sul Commercio delle armi da anni invocato, che possa costituire il quadro generale per un controllo efficace dei trasferimenti di armi a livello internazionale, basato su criteri comuni che siano compatibili col diritto internazionale.

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