AFRICA

Verso un Congo riconciliato

Guardare insieme per ristabilire un ordine mondiale per l’Africa. Un monito alla pace dal vescovo di Kisangani. Prima delle elezioni da cui dipende la stabilità del Paese.
Mino Spreafico

Pensare di radunare in Africa tutto il movimento Pax Christi International e voler invitare rappresentanti di questo continente all’incontro è stata un sfida

I Vescovi verso le elezioni

“Dopo 45 anni di indugi, dei quali 15 anni di una transizione inutilmente lunga, il popolo congolese spera, con le elezioni che si avvicinano, di ottenere finalmente nel 2006 l’instaurazione di un vero Stato di diritto”: così scrivono i Vescovi del Comitato Permanente della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo in un messaggio pubblicato al termine della loro riunione che si è tenuta a Kinshasa dal 27 febbraio al 4 marzo.
In vista delle prossime elezioni i Vescovi scrivono “Gli sguardi di tutti i congolesi sono ora rivolti verso le elezioni. Tutte le forze sociali e tutte le segreterie dei partiti politici si mobilitano per questa scadenza, che speriamo andrà a inaugurare una nuova era per il Paese. [...]
Bisogna negoziare con accortezza questo passaggio, affinché le speranze legittime non si trasformino in un incubo, come successe subito dopo l’indipendenza del nostro Paese nel 1960”.
“Papa Benedetto XVI ci ha raccomandato, durante la nostra visita ad limina a Roma, di assicurare ai nostri fedeli la sua vicinanza spirituale nel momento in cui tutti gli abitanti del Paese sono invitati a mobilitarsi per lavorare per la pace e la riconciliazione, dopo tanti anni di guerra che ha fatto milioni di vittime”, ricordano i Vescovi.
Nel messaggio si dà conto dei “segnali di speranza” e delle “zone d’ombra” che ancora incombono sui destini della Repubblica Democratica del Congo. Per quel che riguarda i primi, i Vescovi esprimono ancora una volta la loro soddisfazione per il referendum costituzionale che si è tenuto a dicembre “nonostante le carenze evidenti e le difficoltà riscontrate. L’organizzazione del referendum costituzionale può essere considerata una tappa importante per dotare il Paese di nuove strutture”.
Tra le difficoltà vi sono quelle relative alla sicurezza, “in particolare nel nord Katanga, nel Kivu e in Ituri, un’insicurezza che rappresenta una minaccia per la pace”.
Per questo motivo nel documento si stigmatizzano “i ritardi considerevoli nella formazione di un esercito unificato e repubblicano. Nel frattempo, un esercito mal pagato ed equipaggiato, invece di contribuire alla pace e alla sicurezza, abusa del suo potere e diventa una minaccia per i suoi cittadini che dovrebbe proteggere”. Un altro problema deriva “dall’insufficiente sensibilizzazione della popolazione al progetto della Costituzione, la mancanza di un dibattito su certe disposizioni costituzionali che ipotecano il futuro del Paese”.
I Vescovi denunciano anche l’esasperazione delle differenziazioni etniche da parte di alcune forze politiche che si sono autoproclamate “originarie”, e le violenze verbali di alcuni leader politici.
Sul piano sociale, il messaggio evidenzia la povertà nella quale vive la maggioranza della popolazione che vive in “una miseria disumana e insopportabile”. Povertà dovuta anche ai 10 anni di guerra civile con il suo corollario di “saccheggi delle risorse naturali, distruzioni delle infrastrutture pubbliche, stupri, pandemia dell’AIDS”.
Fonte: Agenzia Fides 6/3/2006

coraggiosa. Pax Christi ci ha provato ed è riuscita. È accaduto lo scorso dicembre. Ci sono voluti 5 lunghi anni per tessere questa rete di operatori che hanno sentito il desiderio di incontrarsi, di scambiarsi esperienze di riconciliazione e di progettare insieme nuovi destini. 70 persone provenienti da una trentina di Paesi africani, cui si sono aggiunti 6 europei e un americano. Il tutto in Sudafrica, a Pretoria. Voglio raccontarlo ora, a distanza di diversi mesi, ai lettori e alle lettrici di “Mosaico di pace” perché siamo alla vigilia delle elezioni in Congo. Un Paese oggetto da tempo delle attenzioni dei movimenti per la pace nazionali e internazionali, per i drammi che in esso si sono consumati. Per i bambini soldato, per le violenze sulle donne. Per l’instabilità e le armi. Per le guerre e i morti. Un Paese oggetto di tutte le attenzioni anche di Pax Christi. Ho avuto occasione di conversare con mons. Laurent Monsengwo Pasinya, vescovo di Kisangani Repubblica democratica del Congo per cogliere, in una terra martoriata, segnali di riconciliazione e di speranza, passi che lasciano intravedere all’orizzonte un futuro più sereno per i bambini congolesi.

Mons. Pasinya, in Congo – una regione grande quanto l’Europa – i processi di pace in corso non sono ancora terminati, non c’è ancora una soluzione definitiva al conflitto e alle tensioni. Una scadenza importante è quella delle prossime elezioni di luglio. Qual è l’impegno della sua Chiesa in questo clima politico e sociale teso?

La Chiesa cattolica nel Congo ha come posizione di principio quella di opporsi alla transizione. Già da 15 anni la transizione dura e quindi questa volta dobbiamo far sì che la legittimità dei governi possa essere chiara e non più contestata. Le elezioni sono un passaggio importante verso una vera democrazia e in vista di una pace sociale duratura. Esse dovranno essere democratiche, trasparenti e soprattutto leali. Perché siano così, noi vogliamo preparare il popolo a questo evento politico decisivo e partecipativo perché sarà il popolo a prendere su di sé la responsabilità della scelta di un governo. Insomma stiamo attuando un programma di educazione civica elettorale. Abbiamo concepito e stiamo attuando tutto un programma scritto passo per passo in questa direzione.

E la relazione con le altre Chiese in questa direzione?

Grazie a Dio siamo arrivati a convincere tutte le confessioni del Congo, quelle cristiane e quella musulmana, a impegnarsi per uno stesso obiettivo e in un progetto comune che mira alla formazione del popolo proprio in vista delle elezioni. Tutti hanno accettato. Abbiamo cominciato questo programma a luglio dell’anno scorso, in partnership con tutte le altre confessioni religiose e andiamo avanti insieme in quella direzione primariamente per formare i formatori che devono educare le popolazioni a questi temi. Finora siamo riusciti a formare 50.000 formatori. Ora il loro compito è quello di andare a fare la stessa cosa all’interno del Paese, dove ci sono ci sono 3 milioni di persone che attendono un’informazione corretta. Il lavoro procede bene e credo che avrà successo perché il popolo non voterà casualmente ma sceglierà con coscienza chi dovrà dirigere il Paese.

Il rapporto Nord-Sud, Europa-Africa è particolarmente complesso da costruire in modo rispettoso per le parti più deboli delle popolazioni. Come si può favorire una relazione matura e non emotiva, non assistenziale, anche tra e nelle Chiese?

Cedo sia compito delle Chiese lavorare per la Pace. Il nostro punto di vista è stato sempre questo: “A problemi globali soluzioni pastorali globali”. Abbiamo promosso un incontro con la CCEE il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa perché dobbiamo evitare il rischio di rinchiuderci ciascuno nel suo Paese, ciascuno nella sua diocesi o nel suo continente . Dobbiamo lavorare sempre di più insieme per dire gli uni agli altri come leggere la storia e come risolvere i problemi, anche pastorali, che un mondo globalizzato porta con sé. Ci sono state già due riunioni e i vescovi francesi sono venuti a visitarci l’anno scorso. I vescovi del Rwanda e del Burundi mi hanno invitato ad andare a parlar loro a Lourdes, durante l’assemblea plenaria. La cosa fondamentale è che sia avvenuto uno scambio. Quindi credo che, anche se lentamente, andremo avanti promovendo una riflessione religiosa, universale, globale su problemi che coinvolgono tutta la famiglia umana e tutta la Chiesa. In questi termini è compito della Chiesa lavorare per la pace e per l’unità della famiglia umana. Cosa ben diversa è il compito degli Stati!

Ci spieghi meglio, a livello politico, qual è a suo parere l’elemento imprescindibile nel rapporto tra Europa e Africa e rispettivi Stati?

L’Europa e l’Africa hanno dei legami storici imprescindibili e quindi dobbiamo vedere quale è la responsabilità reciproca. L’Europa deve favorire lo sviluppo dell’Africa e viceversa. Quella relazione non si deve più intendere in termini di relazione tra “colonizzatore e colonizzato”, ma in termini di partnership e reciprocità. Questa partnership deve essere costruita con la solidarietà: l’Europa deve aiutare l’Africa a stabilizzare la sua politica, la sua economia e soprattutto la formazione di persone capaci, oneste e integre. La solidarietà ci consente di affrontare meglio i problemi socioeconomici e politici perché crea un ambiente sereno. Guardare insieme a ristabilire un ordine mondiale per l’Africa: è questo il compito di tutti. L’Africa di contro può aiutare l’Europa a risolvere e superare i problemi legati all‘immigrazione clandestina. È chiaro che se l’Europa offre lavoro a tutti quei giovani per cui gli orizzonti di vita sembrano chiusi, nessuno andrà in Europa in una maniera clandestina. Se rimaniamo nell’ordine economico mondiale attuale, l’emigrazione clandestina sarà inevitabile. Se l’Europa si rinchiude in una posizione che corre il rischio di essere xenofoba nulla potrà cambiare rispetto alle condizioni di vita attuale degli immigrati. Se invece apre le porte in modo accogliente ed evangelico si potrà avviare una collaborazione costruttiva, una vera e propria partnership.

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