Diversi movimenti

Andamento carsico. Significa fare in silenzio la propria attività e poi ritrovarsi nei grandi appuntamenti. La nuova fase del movimento. L’obiettivo? Lottare per il futuro dell’umanità.
Vittorio Agnoletto (Europarlamentare del gruppo GUE - Sinistra unitaria europea)

Il “movimento dei movimenti” si è affermato come soggetto protagonista dell’agire collettivo, sociale e politico, planetario. In Italia esso affonda le radici nella seconda metà degli anni Ottanta, quando decine di migliaia di donne e di uomini abbandonano, delusi e bruciati dalle sconfitte, la militanza politica tradizionale e scelgono di proseguire il proprio impegno nell’attivismo sociale. Grazie al Genoa Social Forum del 2001 e grazie al consolidarsi del fenomeno Forum sociale mondiale, che da Porto Alegre 2001 (prima edizione) al 2002 passa da quattromila a settantamila partecipanti, la comunità internazionale diventa più ricca. Per la prima volta nella Storia vi è un movimento che non mette al centro “solo” lo scontro di classe o la lotta per l’autonomia o l’indipendenza di un popolo, ma la scommessa sulla possibilità per l’insieme dell’umanità di poter, o meno, avere un futuro. Un movimento portatore di un nuovo umanesimo che, in quanto tale, si fa carico di supplire allo sbando della politica nazionale, prima, e internazionale dopo l’11 settembre. Nel nostro Paese, attraverso la costruzione e realizzazione del primo Forum sociale europeo di Firenze (2002) e – forse ancor più – con la campagna “Pace da tutti i balconi!”, sfociata nella storica marcia contro la guerra del 15 febbraio 2003, si mettono in crisi tutte le false verità del pensiero unico liberista. Oggi, in parte a causa di una serie infinita di scadenze elettorali e in parte per il famoso “andamento carsico” del movimento, non assistiamo più a grandi manifestazioni di massa, ma ognuno continua la sua attività per poi ritrovarsi in occasione di battaglie specifiche: la legge di ri-pubblicizzazione dell’acqua in Toscana, l’alta velocità in Val di Susa, i Centri di permanenza temporanea (CPT), la direttiva Bolkestein ecc.

Il patrimonio della diversità

Il moltiplicarsi e il differenziarsi degli atti e dei comportamenti è un elemento strutturale di questa esperienza collettiva, che unisce una grande potenzialità di mobilitazione militante a una significativa capacità di coinvolgere quegli ampi settori della popolazione che guardano con simpatia ad alcuni dei temi proposti dal movimento pur non identificandosi completamente con esso. Consapevoli di ciò, e confortati dal ruolo che i movimenti gemelli stanno giocando in questi mesi in America Latina, in Africa e – da ultimi – nella vicina Francia, non possiamo non valorizzare quelle che sono da considerarsi vittorie consolidate del movimento anche nel nostro Paese. Non possiamo non riconoscere il ruolo determinante che abbiamo giocato nello spostare il senso comune degli italiani sui grandi temi della globalizzazione liberista e quindi sulle questioni nazionali e locali che da essa derivano. Il successo della campagna “Manca Intesa” contro il finanziamento del commercio d’armi, lo sviluppo del commercio equo e solidale e della finanza etica, la mobilitazione contro le scorie nucleari di Scanzano, le reti di genitori e professori contro la riforma della scuola, la ripresa dell’attivismo femminista sulla procreazione assistita e in generale sulla condizione della donna, i comitati in difesa della Costituzione sono lì a testimoniare consapevolezza e una irrefrenabile voglia di partecipazione. Anche a livello di grandi organizzazioni sociali come l’ARCI, la FIOM o la CGIL – Funzione pubblica, il percorso da queste seguito verso un protagonismo politico ormai evidente è stato sicuramente agevolato dall’essere parte integrante del movimento. Il risultato più importante di questa prima fase di rivoluzione culturale è stato però quello di aver restituito una dimensione etica alla politica. Il superamento della teoria della guerra giusta, ispirato dalla riflessione di padre Balducci

Piccolo glossario

La direttiva Bolkestein è una proposta di direttiva europea, detta Bolkestein dal nome del Commissario Europeo per la Concorrenza e il Mercato Interno dell’UE, che l’ha scritta. È stata approvata all’unanimità dalla Commissione Europea, presieduta all’epoca da Romano Prodi, il 13 gennaio 2004.
La direttiva interviene pesantemente su tre questioni estremamente importanti: la privatizzazione dei beni primari, l’annientamento delle normative sul lavoro, e il ridimensionamento degli enti locali. Allo scopo di eliminare gli ostacoli alla libertà di stabilimento la proposta prevede misure che semplifichino tutte le operazioni necessarie alle imprese per stabilirsi all’estero. In altri termini cancella pratiche e sistemi di autorizzazione giudicati “particolarmente restrittivi”.
Fonte: http://tradewatch.it/osservatorio/

su “l’uomo planetario”, e il rifiuto della guerra come strumento di risoluzione di controversie fra i popoli si pongono alla base di un sistema di valori che comprende anche la nonviolenza e la disobbedienza. La scelta della nonviolenza non è accettazione dello status quo, non è indifferenza di fronte al Sinistra unitaria europea  sopruso, che ti rende corresponsabile del sopruso stesso, ma è una militanza dinamica – coraggiosa e ribelle – contro ogni forma di prevaricazione, le sue radici e le sue manifestazioni. Altrettanto fondamentale è l’esercizio della disobbedienza e quindi il pensiero e l’azione che in tempi non sospetti hanno avuto in don Milani un importante precursore. Fu, infatti, proprio don Milani a sostenere che un’obbedienza che fosse giustificata solo da un “comando superiore” non è obbedienza ma alienazione della coscienza. Nonviolenza, disobbedienza e costruzione del consenso sono tre concetti che devono stare insieme, nella riflessione come nella pratica. Ognuno di questi termini da solo rischia di essere equivocato. Per un lungo periodo il movimento e i girotondi hanno ampiamente compensato l’assenza di strategia del centrosinistra italiano. Oggi questo schieramento sembra essersi svegliato, almeno parzialmente, dal letargo come testimoniano il superamento (speriamo!) delle precedenti e ambigue posizioni sulla guerra in Iraq, la riapertura del dibattito sul pluralismo dell’informazione, sulla mancata legge sul conflitto di interessi e la sperimentazione di qualche timido esempio di democrazia partecipativa (come ad esempio con le primarie in Puglia e in qualche altro ente locale). Ma questi eventi, parziali e dovuti in gran parte all’azione del movimento, richiedono un urgente e ulteriore passo in avanti da parte del movimento stesso e dell’arcipelago sociale e associativo che lo costituisce.

Un salto di qualità necessario

Allargando di nuovo lo sguardo a livello mondiale è però doveroso ammettere anche le nostre sconfitte. Da Seattle in avanti abbiamo saputo coinvolgere milioni di persone attorno ad alcune delle nostre cause più importanti. Non siamo invece stati capaci di tradurre questo consenso in risultati complessivi e duraturi. Non abbiamo potuto fermare la guerra, non abbiamo ridotto le distanze tra il Nord e il Sud del pianeta. In occasione dell’ultimo vertice WTO di Hong Kong, in particolare, la vittoria dell’egoismo di Europa e Stati Uniti, ovvero delle loro società transnazionali, ha reso ancor più difficili le ultime possibilità di riscatto economico, e quindi sociale, dei Paesi del Sud e imposto un serio esame di coscienza a tutti coloro che si battono per un altro mondo possibile. La domanda che si pone oggi riguarda quindi la nostra capacità di mettere in campo quattro o cinque grandi vertenze mondiali attraverso le quali, pur avendo obiettivi alti e strategici, ottenere dei risultati verificabili anche a livello locale. Se dovessi pensare a una semplificazione comunicativa, le riassumerei così: il diritto a vivere (che implica il diritto alla terra e all’acqua); il diritto a vivere più a lungo (l’accesso ai farmaci e le politiche sanitarie); il diritto a vivere in un mondo più giusto e più equo (cancellazione del debito dei Paesi più poveri); il diritto a morire per cause naturali (no alle guerre e agli armamenti). La scelta di svolgere il Forum sociale mondiale 2006 in forma “policentrica” ha cercato di rispondere proprio a questa esigenza: l’idea è quella di utilizzare il Forum non solo come spazio privilegiato di dialogo ma anche come luogo di progettazione e verifica continua di campagne concrete. Occorre, in altre parole, gestire una vertenzialità senza diventare prigionieri dell’illusione, purtroppo tipica delle forze politiche che si richiamano all’Internazionale Socialista, di poter temperare gli effetti più distruttivi della globalizzazione neoliberista. In questo momento storico la radicalità delle scelte non ha nulla a che vedere con l’estremismo, ma rappresenta per il pianeta la conditio sine qua non per poter avere un futuro. Non è solo una questione di solidarietà internazionale. Si tratta di “sano egoismo”. Se in Africa subsahariana il brevetto farmaceutico condanna a morte milioni di sieropositivi che non hanno accesso alle cure, in Europa lo stesso brevetto grava pesantemente sui bilanci sanitari nazionali, distraendo risorse economiche fondamentali, per esempio, dalla ricerca sul cancro, sulla sclerosi multipla o su altre patologie diffuse. Allo stesso modo la battaglia contro i sussidi agricoli che Europa e Stati Uniti concedono alle multinazionali dell’agro-business è sì a beneficio dei Paesi poveri, con economie per la maggior parte basate sulla coltivazione della terra, ma riguarda anche i piccoli produttori e allevatori europei e la loro possibilità di essere sovvenzionati come parte integrante di un tessuto di relazioni commerciali, culturali e sociali fortemente radicate sul territorio. L’attuale sistema economico non garantisce un domani al pianeta, al contrario oggi, per la prima volta, è in grado di distruggerlo totalmente. Per questo la risposta deve essere altrettanto radicale e deve avere dei fortissimi ancoraggi etico-valoriali. C’è una bellissima poesia di Tomàs Borge (rivoluzionario sandinista, scrittore) che recita così: Siamo sognatori, ma siamo sognatori con i piedi ben piantati per terra, sappiamo riconoscere i nemici e sappiamo riconosce re gli amici. La trovo una efficacissima metafora di questo movimento. Utopista? Sì ma solo se ci riferisce all’etimologia greca del termine utopia: “il luogo che ancora non c’è,” il luogo da costruire.

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