Storici movimenti

L’impegno per la pace in Italia ha ormai una storia. Ha attraversato molte fasi, cambiato molte pelli, ma ha mantenuto un solo punto di fuga.
La pace come unica strada per costruire il futuro.
Raffaella Bolini (ARCI)

La storia dell’ARCI è geneticamente intrecciata con quella del movimento per la pace. Non è strano: un’associazione che l’anno prossimo festeggia i suoi cinquanta anni ma che affonda le sue radici nel movimento operaio e popolare dell’Ottocento a nostro avviso non può che essere pacifista. La sinistra italiana ha un’antica tradizione di pensiero e di azione per la pace, il cui portato più forte sta ancora scritto a chiare lettere nell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra. Quel ripudio lo scrissero i costituenti appena usciti dalla lotta partigiana. Avevano visto gli orrori del fascismo e del nazismo, avevano visto i campi di sterminio e Hiroshima, erano stati costretti a combattere armi in pugno, ma le avevano deposte appena possibile per diventare costruttori di democrazia. Mai più la guerra – questo ci hanno insegnato. Erano convinti che nel mondo del dopoguerra ci fosse abbastanza consapevolezza e maturità per costruire un sistema di relazioni internazionali che espellesse la guerra dalla politica. Credevano nell’ONU, in un sistema di democrazia globale che riuscisse a prevenire i conflitti, e a risolverli con gli strumenti della politica e della democrazia. Non era certo perfetta l’ONU: figlia del suo tempo, segnata fortemente dal potere delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale e dalla nascente divisione del mondo in blocchi contrapposti. Ma segnava comunque un salto in avanti enorme nel percorso di civilizzazione dell’umanità, chiudendo definitivamente – si pensava allora – la porta all’idea che la guerra potesse essere considerata uno strumento fra i tanti a disposizione della politica. Noi dell’ARCI ci sentiamo figli e nipoti di quella storia, di quelle vicende e di quella utopia. Cerchiamo di essere all’altezza dell’eredità di pensiero che ci hanno lasciato coloro che poi hanno lottato contro il riarmo atomico, il colonialismo, le nuove guerre locali, le dittature che hanno insanguinato il pianeta.

Pacifismo unilaterale

Ci fu a sinistra un pacifismo unilaterale, che guardava solo alle colpe degli Stati Uniti dimenticando ciò che succedeva nel campo sovietico, giustificando l’assenza di libertà, i carri armati, la repressione dei dissidenti. Ma molte furono in quel periodo le personalità e le forze di sinistra che seppero guardare al mondo con altri occhi, guidati da senso di giustizia e senza pregiudizi. A questo approccio facciamo riferimento. Questo pensiero di sinistra fu determinante nella costruzione del movimento per la pace degli anni Ottanta, che esplose in Italia e in tutta Europa all’annuncio dell’installazione dei missili nucleari Pershing, Cruise e SS 20 nei Paesi dell’Europa occidentale e orientale. In quella esperienza di massa di tipo nuovo – più di mille furono i comitati locali per la pace che nacquero in tutta Italia – si fondò il nuovo corso dell’ARCI, un’associazione più moderna, che tendeva a legare l’insediamento tradizionale dei circoli e delle case del popolo alle dinamiche dei nuovi movimenti. Per l’Italia l’esplosione del nuovo movimento per la pace segnava la fine degli anni di piombo, e dell’incubo della violenza. Una nuova generazione scese in campo. Era una generazione meno vincolata all’appartenenza ideologica e di partito, aperta alla contaminazione. Laici e cattolici spesso per la prima volta si trovavano a militare insieme, il pensiero della sinistra storica si intrecciava con quello della sinistra nuova, con le esperienze del cristianesimo progressista, con il pensiero nonviolento.

La vera nonviolenza

La nonviolenza del movimento degli anni Ottanta non era nonviolenza irenica e passiva. Era quella di Capitini – di cui si riprese non a caso la Marcia Perugina-Assisi – era nonviolenza attiva e politica che non rimuoveva il conflitto, anzi lo rendeva possibile e praticabile da tutti. L’esperienza dei blocchi nonviolenti di fronte alla base militare di Comiso fu uno spartiacque: si poteva essere radicali, si poteva resistere perfino alla repressione. Con le mani alzate era possibile andare in contro ai manganelli e vincere. E potevano farlo tutti e tutte – senza deleghe ai più forti, ai più coraggiosi, ai più duri. Quello degli anni Ottanta fu un movimento realmente europeo. Il Muro di Berlino esisteva ancora, e gli esponenti democratici dell’Est finivano in galera. Passavamo i confini con i loro documenti nascosti nei vestiti. Lasciavamo le sedie vuote nei convegni quando i regimi non davano loro i visti. La politica – di destra e di sinistra – era ancora immersa nella realpolitik, si trattava con i regimi sperando in un cambiamento. Il movimento era già oltre. E quando cadde, il Muro non precipitò sulle nostre teste. Il movimento per la pace quel muro lo aveva già buttato giù, nel socialismo reale non credeva più nessuno. Le relazioni con l’Est costruite nel movimento contro i missili ci portarono con molta naturalezza in Jugoslavia, all’inizio degli anni Novanta. I nostri amici lì ci avevano avvertito in anticipo: “sta succedendo qualcosa, – ci dicevano – la lotta per il potere prende la forma del nazionalismo, dell’odio etnico, un grande pericolo è alle porte”. Dieci anni la nostra associazione è stata dentro le guerre balcaniche, nei campi profughi, nelle città assediate, nelle enclave affamate. Dieci anni in cui esse re pacifisti imponeva di stare nei luoghi del conflitto, a sostenere per come era possibile tutte le vittime, a rompere l’isolamento delle comunità e delle persone, a difendere l’umanità di chi non voleva cedere alla barbarie. In mezzo a quell’orrore abbiamo imparato, insieme a tanti altri, che nessuno può sentirsi al riparo dalla inciviltà, che bisogna tenere sempre alta l’attenzione – negli esseri umani c’è un principio di violenza e di sopraffazione che impone un’opera continua di formazione, di critica e di autocritica. Per questo non ci fidiamo di una Europa che si proclama democratica a priori. La democrazia si conquista ogni giorno attraverso ciò che si fa – perché tanto facilmente si precipita nell’abisso della brutalità.

Nelle guerre

Nel periodo in cui la Jugoslavia scoppiava, si consumava il sogno della pace in Israele e Palestina per cui tanto avevamo lavorato. In quella terra avevamo imparato a superare la logica amico-nemico, avevamo capito che il ruolo del pacifismo non è solo sventolare la bandiera delle vittime ma cercare di costruire ponti di dialogo fra le parti in conflitto, per dare davvero una possibilità alla pace. La catena umana in cui migliaia di palestinesi e israeliani si diedero la mano prima dei loro leader è una delle esperienze più forti che stanno nel bagaglio dell’ARCI. La disillusione seguita a quel momento magico, con la situazione in Medio Oriente sempre più involuta, ci ha insegnato che non ci si può accontentare dei trattati di pace, che i processi di pacificazione devono essere monitorati e accompagnati con rigore, che senza un impegno a realizzare ciò che è stato enunciato è troppo facile tornare indietro. E ritrovarsi in mezzo al tunnel dopo che si è intravista la luce genera una enorme frustrazione e può scatenare conflitti ancora più gravi.

Approdo a Genova

Così siamo arrivati a Genova, a Porto Alegre, al Forum Sociale Europeo di Firenze, a quel movimento no-global che ha prodotto, il 15 febbraio del 2003, la più grande manifestazione mai realizzata nel pianeta, centodieci milioni di persone in piazza per cercare di fermare la guerra all’Iraq, per dire no alla follia della guerra preventiva, per dire no alla logica imperiale dell’unica superpotenza e alla rivoluzione neo-conservatrice che straccia il diritto internazionale e ristabilisce il primato della forza. Il movimento no-global per noi ha significato comprendere che la lotta per la pace e per la giustizia globale vanno insieme, e che le responsabilità vanno chiamate per nome e per cognome. Il neoliberismo non è una catastrofe naturale, è una scelta sostenuta da governi, da forze politiche economiche e sociali con le quali va aperto un conflitto, contro i quali va costruito uno schieramento ampio e capace di ribaltare i rapporti di forza. Ed eccoci qui, l’ARCI di oggi, pacifista e nonviolenta per statuto e per convinzione profonda. Una associazione di sinistra, che non ha paura di contestare chi, a sinistra, pacifista non è più. Crediamo di essere stati fedeli alle nostre radici, quando nel 1999 scendemmo in piazza la vigilia di Pasqua contro un governo di sinistra che bombardava la Federazione Jugoslava. Crediamo di aver difeso quelle radici a fronte di chi dimentica la propria storia, e il mandato che essa gli consegna. Così ci impegniamo a fare anche nel prossimo futuro. Dobbiamo tanto a tanti. Abbiamo avuto a fianco persone che hanno guidato i nostri passi sulla strada che sentiamo giusta e a cui dobbiamo storia e identità. Tom Benetollo, che ha segnato tutto il nostro cammino, insegnandoci a cercare di vivere con umiltà ma a testa alta, rimanendo fedeli senza paura solo alla verità e alla giustizia. Ernesto Balducci, Tonino Bello, i nostri amici pacifisti jugoslavi, palestinesi, israeliani, e tante persone come loro che ancora sono al lavoro e con la loro vita testimoniano che essere pacifisti è l’unico modo per stare nel futuro.

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