TESTIMONI

I care

Ricordare don Lorenzo Milani per difendere oggi la nostra Costituzione.
Parole profetiche che richiamano una opportuna resistenza.
Filippo Trippanera

“Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di ‘obbedirla’. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi ‘degli uomini’ da osservarle quando sono giuste. Quando invece vedranno che non sono giuste essi dovranno battersi perché siano ‘cambiate’. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero” (Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù, LEF, Firenze 1966, pp. 37 e ss.). In queste parole taglienti ed essenziali, nel più autentico stile milaniano, possiamo riconoscere l’anima e il fondamento della cittadinanza responsabile, della nonviolenza attiva, della stessa Costituzione della Repubblica. In quelle parole c’è il fulcro del “fondamento sul lavoro” della Repubblica democratica, quando si fa riferimento alla leva dello sciopero, alla forza del debole e alla sanzione del sopruso. In quelle parole c’è la profondissima radice del secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione (“È compito della Repubblica rimuovere le situazioni di fatto che impediscono libertà ed eguaglianza, sviluppo della

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Costituzione italiana, articolo 2

persona e partecipazione democratica al bene comune”). In quelle parole si manifesta quello che può definirsi lo “zoccolo duro” dell’articolo 2, ovvero del fondamento della Costituzione: la dignità della persona e la sua responsabilità. Accanto ai grandi trattati costituzionali dei Padri Costituenti (La Pira, Dossetti, Mortati, Ambrosini, Calamandrei, Lazzati e altri) e degli studiosi di diritto costituzionale (per tutti ricordiamo il compianto prof. Paolo Barile), credo che pochissimi scritti, come la Lettera ai Giudici di don Lorenzo Milani (da alcuni chiamata L’obbedienza non è più una virtù, o semplicemente I care), abbia illustrato, in termini di estrema sintesi, con contenuti di così straordinaria efficacia, non tanto le parole, quanto lo spirito della Costituzione repubblicana, la quale, come è noto, è nata dalla Resistenza al nazifascismo.

Con gli occhi dei ragazzi

Il ragionamento da cui muove don Milani è di profilo altissimo e affonda le sue radici nei temi profetici della giustizia e della salvezza (“Non salveremo il mondo – egli scrive – ma ci salveremo almeno l’anima”); radici che sono punto di partenza per una visione schiettamente laica della Gerusalemme celeste (“Non ci saranno più templi perché l’Agnello – cioè il figlio dell’uomo – sarà il tempio; non sarà più necessaria la luce del sole, perché l’Agnello – cioè il figlio dell’uomo – sarà la lampada” – Ap. 21; 22, 23), che don Milani esprime molto bene nei suoi scritti. Profilo altissimo nelle parole e negli scritti di don Lorenzo, parole che spesso ci riportano alla Lettera a Diogneto e ai filoni della tradizione e della cultura cristiana, che, prima della Costituente, si espressero nel Codice di Camaldoli e poi esplosero in Costituente, dopo la bestialità nazifascista, come punto di superiore unità del popolo italiano, condiviso da tutti (marxisti, liberali, azionisti, monarchici) senza steccati, ma come faticoso consenso su dettati di sapienza e cultura storica, che non aveva bisogno di menzionare comuni radici cristiane, ma che quelle radici viveva al presente in una forte tensione di giustizia e di libertà.

“Il ragazzo non è ancora penalmente imputabile e non esercita ancora diritti sovrani, deve solo prepararsi a esercitarli domani ed è perciò da un lato nostro inferiore perché deve obbedirci e noi rispondiamo di lui, dall’altro nostro superiore perché decreterà domani leggi migliori delle nostre. E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, ‘indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno’ e che noi vediamo solo in modo confuso”. Don Lorenzo Milani

Quando La Pira iniziava i suoi discorsi alla Costituente con un plateale segno della croce, laici come Calamandrei, Einaudi e De Nicola erano ammirati e convinti. Quando Dossetti e La Pira disegnavano gli articoli 2 e 7 della Costituzione, marxisti come Togliatti o Terracini (nonostante l’estromissione del PCI dal Governo del Paese ad opera di De Gasperi) concordavano convintamente. Quando Fanfani disegnava l’articolo 1 e quelli dal 35 al 43, tutti consentirono con motivazioni di grande spessore.

Politica alta

La grande portata storica, culturale e profetica dei valori espressi nella Carta Costituzionale diveniva attuale in ogni tempo, si vestiva di presente, nel ricordo profondo di una storia comune di sofferenza e di distruzione, con lo sguardo rivolto a quel futuro che le nuove generazioni avrebbero realizzato in pace, in libertà e in democrazia. Con il trionfo della persona cui la Costituzione ambiva si disegnava il suo naturale sviluppo attraverso il lavoro e l’inserimento nelle formazioni sociali in cui la stessa persona esplica la propria personalità. Questa visione di radici antiche rivolte verso il futuro più lontano era supportata da una tensione forte, non solo formale, ma soprattutto sostanziale, che portava a blindare la Costituzione per i tempi e per tutti i problemi futuri attraverso il comma secondo dell’articolo 3: non c’è – né ci sarà – nessuna novità che non sia già vecchia alla luce di questa norma cardine. Giorgio Bocca, su “la Repubblica” del 25 aprile scorso, nell’articolo titolato: I valori da salvare, esprimeva queste considerazioni; le stesse che don Lorenzo Milani esponeva attraverso l’illuminante parabola degli “eserciti che marciano agli ordini della classe dominante” e che conclude con la condanna dell’idolatria della Patria. È, quindi, l’anima del popolo italiano che genera la Costituzione e che dalla Costituzione è espressa. Un’anima di civiltà, di cultura, di arte, di scienza, di fede e di fedi, di grandi sofferenze e di miserie, di ataviche debolezze e ignoranze, di grandi speranze, di lotte civili. Anima che don Milani ha ben disegnato quando ha proposto in termini essenziali, il principio della responsabilità: “[...] Ognuno deve sentirsi responsabile di tutto”, cioè quando propone ai suoi ragazzi (ma anche a tutto il mondo) “[...] il motto I care è il contrario esatto del motto fascista me ne frego”. Proprio in questi due motti sta il salto epocale di qualità che ha fatto tutto il popolo italiano con la Costituzione. I care è veramente il simbolo della Costituzione nata dalla Resistenza al nazifascismo.

Difendere la Costituzione

I care significa sovranità su se stessi e per gli altri, libertà e responsabilità, giustizia, legalità, eguaglianza, diritti innati e doveri inderogabili, solidarietà, pace, accoglienza, condivisione, sollecitudine, apertura, rispetto verso tutti soprattutto se minoranze, sacralità della vita, sanità e tutela della salute per tutti, scuola per tutti, famiglia, lavoro, partecipazione democratica non solo ai processi politici ma anche a quelli economici e sociali, autonomia, garanzia di sviluppo, rimozione degli ostacoli di fatto che impediscono sviluppo ed eguaglianza o pari opportunità. I care significa andare al fondo della legge e non fermarsi ai formalismi; significa “ragionevolezza costitutiva di rapporti civili, giuridici, economici e politici” come la Corte Costituzionale costantemente insegna: la legge per l’uomo, si potrebbe dire parafrasando il Vangelo, e non l’uomo per la legge. I care, quindi, è trasparenza, democrazia e responsabilità. Proprio in questi ultimi tempi abbiamo assistito a un vero e proprio attacco alla Costituzione, progettato da oltre trent’anni in una villa nei dintorni di Arezzo, e in questi giorni siamo tutti impegnati a difendere la nostra Carta costituzionale nel prossimo referendum confermativo. Per uscire dal vicolo cieco in cui le classi dominanti hanno tentato in tutti i modi di ricacciare il popolo italiano, occorre riscoprire in tutto il suo valore la Costituzione; occorre rendersi conto che tutto il mondo ce la invidia. Per riscoprire i valori della Costituzione un magistrato, nel gennaio del 2002, ha indicato la strada, quando ha gridato in una occasione e in una forma solenne: “Resistere, resistere, resistere!”. È il verbo che ha generato la Costituzione e con il quale oggi essa va difesa. Don Milani indica una strada: “...il voto [...] e lo sciopero” ma i suoi ragazzi, in Lettera a una Professoressa, vanno ancora più in profondità: “Cercasi un fine [...] bisogna che sia grande e che vada bene per tutti e che non richieda altro che essere uomini. [...] Il fine giusto è amare il prossimo”.

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