BANCHE ARMATE

Continuiamo a scrivere

Alcune anticipazioni sulla annuale relazione al Parlamento sull’import-export di armi...
Renato Sacco

Poecunia non olet. Così titolava l’articolo di “Mosaico di pace” dello scorso febbraio, in cui si dava conto anche del Convegno tenutosi a Roma il 14 gennaio scorso, sulle... “banche armate”. Abbiamo atteso la Relazione 2006 del governo, come previsto dalla legge 185/90, sull’export italiano di armi, solitamente presentata alla fine di marzo. In attesa che la relazione sia resa pubblica abbiamo letto alcune anticipazioni de “il Sole 24 Ore” del 3 maggio scorso e ci piace commentarle con Giorgio Beretta. Nel sito di Unimondo, si ha così la conferma che il portafoglio d’ordini delle autorizzazioni per l’anno 2005 sostanzialmente tiene, attestandosi attorno ai 1.360,7 milioni di euro, con un calo del 9,5%. Cresce, invece, e di molto (oltre il 73%), il valore delle consegne effettuate nel 2005: circa 831 milioni di euro contro 480 del 2004. “Negli ultimi 6 anni è il dato più alto”, conferma Giorgio Beretta. Segno evidente che le commesse autorizzate negli scorsi anni dal governo Berlusconi si stanno realizzando. Tra i produttori, spicca la società elicotteristica Agusta, con oltre il 13% delle operazioni autorizzate (quasi 180 milioni di euro di vendite autorizzate) e la Galileo Avionica (166 milioni).

E le banche?
Ricordiamo che le banche sono tenute a rendere noto al governo il proprio traffico legato all’export di armi e anche il tipo di sistema d’arma in oggetto. Per il 2005 sono state autorizzate dal ministero dell’Economia 645 operazioni definitive per un valore complessivo di 1.125,8 milioni di euro, con un leggero calo rispetto all’anno precedente che aveva raggiunto la cifra record di 1.318 milioni di euro. “Capitalia mantiene saldo il primo posto (168 milioni di euro) seguita dal gruppo S. Paolo Imi (164 milioni), dalla Cassa di risparmio di La Spezia (112 milioni) e dal gruppo Unicredit (101 milioni)” - commenta Giorgio Beretta coordinatore della Campagna di pressione alle banche armate.
“Capitalia resta prima, ma va riconosciuto a questo Gruppo di aver onorato quanto annunciato dal direttore Generale, dott. Lamanda, al convegno nazionale promosso dalla Campagna lo scorso gennaio: aver ridimensionato significativamente il volume delle transazioni legate a operazioni di export di armamenti, che nel 2004 superava i 396 milioni di euro”. “Preoccupa invece - continua Beretta - il forte ritorno del gruppo Unicredit che negli ultimi anni sembrava stesse uscendo da questo business tanto da raggiungere nel 2004 i 20,2 milioni di euro, mentre nel 2005 risale a più di 101 milioni di euro”. Anche questo dato conferma come sia indispensabile, soprattutto in questo momento, continuare a fare pressione sulle banche: scrivere, chiedere conto, chiedere trasparenza e risposte alle domande in merito al coinvolgimento del traffico d’armi.
Per chi non l’avesse ancora fatto ricordiamo che sul sito di http://www.mosaicodipace.it o http://www.banchearmate.it è possibile trovare tutto il materiale informativo necessario e anche il fac-simile della lettera da spedire alla propria banca. “Va invece valutata attentamente la crescita della partecipazione delle banche straniere, che con 445 milioni di euro si aggiudicano uno share del 40% del totale. Va innanzitutto notato che si tratta in gran parte di istituti europei anche in conseguenza di alcune grosse commesse degli ultimi anni verso Paesi dell’area UE; ma proprio questo rende improrogabile uno stretto collegamento della Campagna italiana con altre associazioni attive in Europa”.
E i destini di questo commercio? Poco più della metà dei Paesi che comprano armi dall’Italia sono Paesi dell’Unione Europea o della NATO. Ma tra i primi 10 Paesi acquirenti non c’è solo la Spagna, con autorizzazioni per 159 milioni di euro, la Gran Bretagna (131 milioni) e il Belgio (67 milioni). Troviamo infatti anche: Turchia (116 milioni), India, il cui debito estero è equivalente al 30% del PIL (104 milioni), Singapore (88 milioni), Egitto (77 milioni), Oman (55 milioni), Emirati Arabi (54 milioni), Pakistan (49 milioni). Ottimi clienti, senza dubbio, ma non si può certo dire che siano Paesi in pace o che rispettino i diritti umani!

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