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Seduzione bellica?

Tutte le guerre dei chierici dell’ultimo secolo raccontate in un libro di D’Orsi.
Per superare la logica della forza bellica come “igiene del mondo”.
Giancarla Codrignani
Copertina libro Nuova pagina 1

Perché, nonostante le maledizioni di cui si trova traccia in tutte le civiltà, le guerre sono proseguite senza sosta nella storia e anche nel XXI secolo, dopo due guerre mondiali, l’olocausto e i milioni di morti del XX, si persevera con le aggressioni violente e il “gioco” di armi sempre più micidiali? La risposta è amara, ma vera: perché la guerra piace. Piace così tanto che i maschi vengano educati con i giocattoli e le playstation violente, fino al punto di non sapere più che uccidere significa morire non virtualmente. Piace così tanto che dalle fionde e le selci dell’età della pietra l’umanità è arrivata a costruire strumenti di morte sofisticatissimi e incontrollabili. Da Caino e Abele si perpetua la logica amico/ nemico e il “realismo” dell’“inevitabilità” della guerra. Di “onore delle armi” si dubita solo a partire da pochi decenni, da quando la “mondialità” delle stragi ha disonorato le guerre. Tuttavia, nonostante le esecrazioni di Freud e di Einstein, le guerre, anche se non più “gloriose”, continuano nella democrazia, così come continuano le giustificazioni degli scontri, perfino “di civiltà”. Naturalmente solo dopo che i conflitti sono esplosi e la guerra è un dato di realtà, mai quando c’è tempo per azioni di prevenzione.

Angelo D’Orsi, I chierici alla guerra. La seduzione bellica sugli intellettuali da Adua a Bagdad, Bollati Boringhieri, Torino 2005

Gli intellettuali, pur essendo maetres à penser, restano intrigati nei rapporti di forza, da bravi segretari dell’opinione dominante che elencano ragioni pro Israele o pro Palestina mentre israeliani e palestinesi sono ai ferri corti e le iniziative di mediazione sono in ritardo da quasi sessant’anni. Quelli che Julien Benda chiamava “sacerdoti di verità” vengono ammirati come moralisti, allo stesso modo dei sacerdoti delle Chiese, ossequiati e poco seguiti. D’altra parte un certo cattolicesimo mantiene i cappellani militari stipendiati e graduati nell’esercito e un ordinario che è generale. È interessante leggere, nel libro di Angelo D’Orsi, storico dell’università di Torino, tutte le guerre dei chierici dell’ultimo secolo, la festa bellica tra nazionalismo e fascismo, il supermercato della storia, con tutta l’attrezzatura ipocrita degli interventismi democratici, delle guerre giuste, di quelle a obiettivo variabile, delle catastrofi prossime e venture. Gli intellettuali che inneggiarono alla guerra “igiene del mondo”, che predicarono le guerre coloniali come conquista di civiltà (e fu il mite Pascoli a dire “la grande Proletaria si è mossa” quando l’Italia si armò contro la Libia), che non capirono (non capiscono) che le esigenze identitarie, nazionalistiche, irredentistiche, imperialiste, terroristiche continuano – in contesti mutati – a seminare pregiudizi e violenza.

È bene saperlo e imparare ad argomentare. È la lezione che D’Orsi impartisce partendo da una posizione intermedia tra il realismo di Bobbio e il profetismo di Capitini. Verrebbe voglia di aggiungere un capitolo di speranza sulla cultura espressa dal femminismo, che ignora il “piacere” della guerra. Ma vengono in mente le soldate di Abu Graib, anche se non sono intellettuali; e, purtroppo, Oriana Fallaci, che invece lo è.

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