Povere donne!

Sono la maggioranza. Spesso figure marginali. Quasi sempre escluse dal governo della Chiesa. L’ecclesiologia di comunione esige parità di ruoli.
A.B.
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Difficile cancellare dalla memoria le arrabbiature di un’amica, femminista e di sinistra, quando sentiva il pur da lei amato Enrico Berlinguer parlare di un’emergenza sociale che riguardava “disoccupati, fasce sociali deboli, poveri, donne”. Le scocciava essere parte di una generalizzazione che collocava le donne in un contesto che non rendeva ragione della peculiarità del genere femminile, non solo della fragilità per una storia imposta o soprusi subiti. Non vorrei commettere lo stesso errore: il dossier intende trattare la realtà delle identità minoritarie, apparentemente secondarie all’interno della Chiesa cattolica. Bisogna subito specificare che in realtà le donne, nella Chiesa, sono tutto fuorché una minoranza; ma di sicuro esiste una questione della loro marginalità, o almeno di un ruolo non adeguato in molti contesti ecclesiali.

Nei processi di educazione alla fede nella sua trasmissione, nelle prassi di carità, nell’insegnamento scolastico delle materie religiose, spesso nelle funzioni di assistenza alla liturgia, di certo nella partecipazione alla liturgia stessa nonché ai percorsi di catechesi, si può senza dubbio parlare di un ruolo ecclesiale quantitativamente più significativo di quello maschile, se si esclude l’ambito del ministero, naturalmente. Il prevalere della dimensione della cura e dell’assistenza nei ruoli femminili è un elemento anche sociale, non solo ecclesiale: ma si completa nel notare che nelle facoltà teologiche il numero delle studentesse è ancora minoritario, mentre nelle università italiane il numero delle ragazze è assai superiore. Come a dire: per quanto presenti, abili e preparate (già molte donne hanno completato brillantemente i loro studi in teologia) ci sono fattori che bloccano l’evoluzione femminile verso la dimensione del governo delle realtà ecclesiali, fattori non del tutto comprensibili.

È la Chiesa stessa che si pone il problema e a partire dalla sua più alta gerarchia; si vedano gli ultimi passaggi del magistero pontificio, in cui ci si interroga su quanto sia importante la presenza femminile. Quanto abbiamo da delineare può essere riassunto in tre punti; la parola delle donne non è considerata, nei fatti, autorevole anche se lo sarebbe secondo il Magistero (il “genio femminile” di cui parla Giovanni Paolo II); se essa si concretizza in un voto quest’ultimo è solo di natura consultiva; azione e partecipazione delle donne sono di carattere attuativo, ma non dell’orientare e del disporre. In effetti, la questione è di carattere squisitamente ecclesiale: il problema della realtà femminile è quello dell’attuazione piena della concezione dell’ecclesiologia di comunione, in cui si realizza la reciprocità dei ruoli. In questa prospettiva il ruolo di laici e laiche si definisce secondo l’immagine di Paolo del corpo e delle membra, in cui la dignità di ognuno è garantita dall’autorità di Cristo stesso. In questo momento storico, del ministero sacerdotale alle donne non si può discutere, dato che la questione è definita dal Magistero.

Resta però il problema della dimensione subalterna che molte donne vivono nelle loro comunità, fino a sfiorare la discriminazione. Ciò non dipende solo da fattori locali o parziali: se si pensa che il Concilio Vaticano II in pratica non affronta mai la questione femminile, evidentemente un problema di fondo c’è, ed esige una riflessione comune. Le motivazioni di esclusione delle donne dal ministero presbiterale sono presentate con chiarezza, ma il livello autoritativo con cui vengono esposte esprime la poca serenità con cui l’argomento è trattato: eppure non esiste nella Chiesa cattolica un movimento di opinione dalle dimensioni consistenti che sollevi la questione. Proprio questa considerazione chiederebbe un dibattito più approfondito, l’assenza di polemica consentirebbe una ricerca seria, capace magari di dare risposta ad altre questioni che il pensiero teologico delle donne propone. Ad esempio, la connotazione di genere della ricerca teologica, la questione di un linguaggio ecclesiale che non contempla l’interazione tra i sessi e il valore reciproco, un ripensamento della morale sessuale a partire dall’esperienza delle donne che siano spose e madri... non ultima la questione del potere, l’uso che il mondo e (ahimè) talora la Chiesa ne fanno e come molte donne ne chiedano una trasformazione radicale. Si tratta di proseguire su di una strada già segnata nella storia, a partire dall’agire e dal comunicare in tal senso di Gesù Cristo, proseguita dalla comunità nascente negli esempi di Prisca, annunciatrice del Vangelo, di Febe e Giunia, limpide testimoni di fede e servizio.

Se ne parla nel capitolo 16 della lettera ai Romani: allo stesso capitolo degli Atti degli Apostoli si racconta la storia di Lidia, la prima europea a convertirsi al Vangelo, dopo aver accolto la predicazione di Paolo a Filippi. Paolo non esita, come racconta, ad annunciare la Parola di salvezza anche alle donne: “Ci sedemmo e ci mettemmo a parlare alle donne che si erano già riunite” in un luogo di preghiera lungo il fiume. Tra di loro Lidia, commerciante, donna libera e indipendente, crede al Vangelo e conduce al battesimo la sua famiglia”. Da allora il cristianesimo ha continuato a percorrere questo fiume di verità e di contraddizioni, di fatica e di gioia, di morte e resurrezione, che è la sua storia. Un percorso che si intesse anche delle parole delle donne nel loro dialogo con gli uomini e con Dio. Conduce all’Eterno e alla sua misericordia.

 

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