Oltre il fallimento

La Chiesa e i fedeli divorziati risposati. La storia, le possibilità di apertura, il dovere ecclesiale di aprire un nuovo futuro. Quando il passato è definitivamente passato.

Basilio Petrà (Professore di teologia morale, facoltà teologica dell’Italia Centrale)
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Ci sono situazioni di vita che determinano un difficile rapporto con la comunità ecclesiale. Sono talvolta difficoltà che nascono da precise scelte e che fin dal principio includono una volontà di allontanamento dalla comunità. In casi simili è evidente che la Chiesa deve capire se può fare qualcosa; in ogni caso deve rispettare le persone coinvolte anche se le loro decisioni non corrispondono né alle convinzioni né alle attese ecclesiali. Assistiamo oggi all’innegabile distacco di parte di battezzati dall’appartenenza alla Chiesa. Un distacco spesso conseguenza di espressione della vita affettiva e sessuale non coincidenti con quelle ritenute giuste dalla Chiesa. Unioni di fatto, relazioni stabili senza convivenza o scandite sul fine settimana, di tipo omo o eterosessuale, sono forme entrate ormai a far parte del nostro orizzonte sociale. I soggetti coinvolti per lo più non avanzano richieste specifiche alla Chiesa; ne avanzano piuttosto nei confronti dello Stato perché cercano una qualche forma di riconoscimento o un’equiparazione giuridica al matrimonio e/o alla famiglia basata sul matrimonio.

La tensione più grande che oggi la Chiesa sperimenta riguardo alla famiglia è quella nascente dalla situazione dei credenti che accedono al matrimonio civile ma vorrebbero celebrare anche il sacramento del matrimonio, perché vogliono mantenere saldo il legame di appartenenza alla Chiesa. Poiché la Chiesa ritiene che la loro situazione sia in contraddizione con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio, non possono accedere alla celebrazione sacramentale della loro unione e non possono attendersi l’assoluzione e l’ammissione all’eucaristia a meno che trasformino il loro rapporto di coppia in un legame di tipo non coniugale. Si tratta dei cosiddetti divorziati risposati. Sono una minoranza, sempre più crescente. Questa situazione è fonte di preoccupazione seria in tutti. Al di là infatti di inevitabili eccezioni, è largamente prevalente il desiderio di trovare una soluzione – almeno sul piano pastorale – che sottragga queste persone a emarginazione sacramentale. Una soluzione che non sacrifichi la verità, in particolare la verità del primo matrimonio. Sarebbe facile mostrare quanto nel corso del secolo XX, specialmente negli ultimi decenni, la Chiesa abbia cercato di aprire possibilità in questa direzione; basti ricordare lo sforzo fatto dal diritto canonico per comprendere meglio il matrimonio facendo così emergere nuovi elementi determinanti la nullità del consenso matrimoniale.

Tuttavia, si tratta ancora di una questione difficile da risolvere. Ovunque si fanno tentativi pastorali e si promuovono ricerche teologiche e giuridiche. Lo stesso Benedetto XVI, parlando ai preti della Val d’Aosta il 25 luglio 2005, poco tempo dopo la sua elezione, ha fatto riferimento alla necessità di studiare più accuratamente il problema. Prima ancora di ogni studio e tentativo pastorale, è necessario che nella Chiesa cambi il modo di guardare a queste situazioni. Esse sono spesso viste come il risultato di colpe morali, di comportamenti peccaminosi, di cedimenti a desideri disordinati, di superficialità nella fede e nell’impegno matrimoniale. Certo, non si può negare che ci siano casi in cui le prime unioni siano distrutte da comportamenti colpevoli e da superficialità. Esiste però ormai la consapevolezza che tante sono le cause, psicologiche, relazionali, morali, religiose, fisiche, sociali, economiche, che possono condurre al fallimento di un matrimonio. Quando una realtà è irreparabilmente fallita, allora alla Chiesa non rimane che una sola possibilità che abbia senso: aiutare la ricostruzione delle persone e aprire loro di nuovo un futuro, su basi più solide e su una più forte consapevolezza. Si tratta di non legare la vita delle persone a un passato definitivamente finito, ma di promuovere le condizioni adeguate perché il futuro non ripercorra i sentieri fallimentari del passato. La Chiesa sa che in certi casi il passato va riconosciuto come definitivamente trascorso tanto che nella sua storia ha ripetutamente preso atto di ciò consentendo nuove unioni, specialmente nel caso di conversioni alla fede contrastate dal coniuge non credente ma anche in varie altre occasioni. Senza una simile conversione di mentalità da parte della Chiesa si potrà forse trovare il modo di allargare i confini della nullità o di ammettere più frequentemente all’eucaristia coloro che si trovano in questa situazione ma rimarranno probabilmente soluzioni insufficienti, non prive di contraddizioni e largamente esposte all’ingiustizia nella loro applicazione concreta.

 

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