Mi racconto

Omosessuale. Credente. Praticante. Riflessioni a margine di esistenze che spesso incrociano esclusione e chiusura.
Simone Schinocca
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In serate come queste, quando lo smarrimento prende un po’ il sopravvento sarebbe bello che le persone che “amo” e che mi aiutano nel difficile cammino di fede fossero vicine. Un prete che la sua vocazione ha portato a migliaia di chilometri e un monaco distante solo un centinaio di chilometri da Torino. E io quasi ventinovenne, cattolico, comunista e per finire anche omosessuale, stasera proprio non riesco a trovare la quadra. Sono settimane che devo scrivere questo articolo, un amico grande e sincero me lo ha chiesto, e queste righe sono diventate pretesto per tirare un po’ le fila rispetto alla mia vita – fatta di lavoro, di impegno, d’amore, di sesso – e soprattutto rispetto verso la mia fede. Arrivo da anni di grande attivismo in gruppi cattolici impegnati nel sociale e nella difesa dei più deboli, anni di animazione, di campi estivi, di ritiri e di preghiera. Anni di lavoro nel sociale, a coronamento di un bel percorso di studi.

Una storia

Poi un anno di vita in un’altra città, Firenze, una bella esperienza di servizio civile, allora ancora obiezione di coscienza, e la completa maturazione e accettazione della mia sessualità. L’anno si chiude con un pensiero che diventa quasi uno slogan della mia vita: amerò anche un altro uomo, ma sempre amore sarà e Dio non potrà che essere felice del mio amore. Con la serenità di una persona che non ha nulla da nascondere, non ho mai messo manifesti sulla mia vita sessuale ma neanche ho fatto della mia esistenza una sequenza di sotterfugi. Nella vita privata, con gli amici, sul lavoro, nel mondo pubblico mi sono sempre presentato per quel che sono, con garbo, con il sorriso. Sarò stato fortunato, ma non mi sono mai sentito discriminato per il mio amare “diverso”. Mai reazioni negative, di esclusione, di aggressività. Sarò stato fortunato, o forse il mio vivere serenamente il mio essere, si trasmette e

Simone Schinocca, 29 anni, Torino, laureato in Scienze Politiche, ha svolto per alcuni anni lavori sociali in carcere, in comunità con persone con problemi psichiatrici e come assistente sociale. Da circa un anno lavora per una giovane compagnia teatrale torinese occupandosi dell’organizzazione di eventi e dell’ideazione e realizzazione di progetti in campo artistico e culturale.
viene ben accolto dalle persone che mi stanno vicino. Come può essere un problema per gli altri se per primo non lo è per me? Penso che la società abbia fatto veramente passi da gigante. Molto c’è ancora da fare, ma a oggi una persona omosessuale può tranquillamente vivere la propria sessualità senza doversi nascondere. La mia vita quotidiana ne è una prova. Nessun problema sul lavoro, un sacco di amici, la mia famiglia mi vuole bene, la famiglia allargata di zii e cugini (una di quelle belle famiglie del Sud) talmente carina che in occasioni di feste (Natale, battesimi, matrimoni ecc..) invitano me e il mio compagno; perfino le persone della parrocchia che frequento, che ormai “sanno”, mi stimano.

Diritti civili

E proprio da questi primi pensieri parte una prima considerazione. Credo profondamente che sia venuto il momento che anche l’Italia riconosca una serie di diritti civili alle coppie omosessuali. Pur ritenendomi cattolico, credo che uno dei valori assoluti da proteggere del nostro Stato sia la laicità. In una società in trasformazione in cui le diversità finalmente non temono di manifestarsi, in cui molte culture si incontrano, è importante difendere il valore della laicità. In suo nome penso sia giunto il momento di riconoscere che se due persone decidono di compiere un percorso di vita insieme, abbiano il diritto di poter stare accanto anche in momenti di malattia, di condividere patrimoni, di poter lasciare le proprie ricchezze all’altro. Il riconoscere questi diritti non va a ledere in nessun modo l’idea della famiglia, l’idea del matrimonio. La coppia eterosessuale o il matrimonio è in crisi, non perché due uomini o due donne si amano e chiedono che vengano riconosciuti i propri diritti.

Le ragioni sono complesse a specchio della complessità della nostra società e delle nostre vite. Come si può additare parte della crisi della famiglia proprio a chi chiede a gran voce di poter essere riconosciuto come famiglia? Due persone che si amano sono una famiglia, si sentono una famiglia, vivono come una famiglia indipendentemente da sesso, età e colore della pelle. Spesso a questi pensieri senti risposte del tipo: “Io non ho nulla contro... vivete... ma perché richiedere un riconoscimento?”. Perché non richiederlo, auspicarlo come il segno dell’ennesimo passo di civiltà della nostra società? È vero, pur senza riconoscimento la vita della mia “famiglia” continuerà, ma dovrò pregare che mai una malattia, un momento di crisi economica, o ancora peggio una morte improvvisa mi colga, perché so che se dovesse capitare qualcosa del genere probabilmente il mio compagno non potrà condividere e starmi vicino al pari di una qualsiasi coppia eterosessuale. Da qui potrebbe partire un lungo dibattito su quale tipo di riconoscimento sia auspicabile. Io mi fermo un gradino prima: l’importante è che ci sia almeno un passo che vada in quella direzione. Penso che la formula dei Pacs potrebbe essere la risposta giusta per i nostri tempi. Credo che l’apertura alla possibilità che una coppia gay possa adottare un figlio sia troppo. Non mi pongo il problema se la coppia gay possa o non possa essere meglio o peggio di una coppia etero, ma credo fermamente che un bambino che va in adozione abbia diritto a una vita protetta e tutelata il più possibile. Già la sua storia che ha portato alla dichiarazione della sua adottabilità sarà un grosso zaino con cui fare i conti e da cui scrollarsi quantità più o meno grandi di dolore e sofferenza. In quello zaino oggi non sarebbe giusto aggiungere ulteriori discriminazioni e sofferenze per il fatto di avere due papà o due mamme. Probabilmente la nostra società, che ha già corso così tanto non è ancora arrivata a tanto.

Il peso delle parole

E da qui parte la seconda considerazione. Le alte sfere della Chiesa in questi ultimi mesi hanno più volte ribadito l’opposizione a qualsiasi forma di riconoscimento civile, si sono alzati i toni del dibattito. Ogni volta che da Roma si sente parlare di omosessualità, di Pacs o di riconoscimenti civile, inevitabile l’associazione alla disgregazione della famiglia, del matrimonio, alla loro crisi e distruzione. Adoro le mie guide spirituali e i grandi religiosi incontrati in questi anni proprio per l’immagine che ho di loro. Di persone, illuminate da Dio, che a braccia aperte corrono verso il prossimo chiunque sia. Le parole hanno un peso, ancora di più quelle di un cardinale o di un papà. E da quelle parole, da quella continua chiusura mi sento così lontano. Ogni volta che si sottolinea una separazione netta fra un noi e un voi, la sensazione che profondamente sento è quella di esclusione. Forse quel dolore o il desiderio di costringermi a interrogarmi sempre di più, forse la ricerca profonda di Dio, mi ha portato da qualche mese a decidere di non avvicinarmi più alla comunione. Sto riscoprendo il valore della Messa come momento di preghiera comune e di comunità, cerco di pregare con il cuore durante il ricordo dell’ultima cena, chiedo al Signore al momento della comunione di starmi vicino. Lo chiedo con il cuore. Vivo tutto questo come una grande rinuncia, non mi sento in colpa per nulla, ma obbedisco alle indicazioni “ufficiali”. Non fa parte di me credere al valore dell’obbedienza. Ma forse non spetta a me “farmi sconti”!.

E così chiedo al Signore di starmi vicino, perché lo desidero con il cuore. E gli chiedo di aiutarmi a vivere quel non ricevere la comunione, come un ennesimo stimolo alla ricerca più profonda di Lui. La preghiera è fatica. In questo periodo prego molto. Prego per le persone che amo e che non ci sono più, prego per la mia fatica quotidiana. Sto riscoprendo la dolce figura di Maria e anche questo è un bel dono. Mi sento parte della Chiesa? La risposta è sì. Sento che c’è una Chiesa che mi vuole bene, che mi ama. Fatta di persone, di azioni, di lavoro, di amore. Sento una Chiesa lontana, fredda, oscura, che faccio così fatica a capire, fatta di lettere, di encicliche, di dichiarazioni, così lontana dalla nostra vita e dalla nostra gioia e fatica quotidiana. La mia vita in quest’ultimo anno mi ha portato grandi cambiamenti. Un lavoro artistico sognato da tempo, il continuare a lavorare con la gente ma da un’altra prospettiva, una persona cara che sta lottando ogni giorno per sconfiggere una terribile malattia. E poi due grandi doni: una fede ritrovata e un compagno. Lui ha qualche anno in più di me, non è nato in Italia, non è cattolico bensì di religione ebraica. E proprio nel confronto con lui mi rendo conto di quanto mi senta ancora facente parte di quella Chiesa “dalle braccia aperte”. Questo è il Simone, ventinovenne, artista, cattolico, comunista, gay... Ti prego Signore stammi vicino!

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