L’insostenibile peso delle minoranze

Ritrovare una vera comunione ecclesiale. Superare l’idea di un potere gerarchico. Riscoprire una Chiesa plurale. Perché plurime sono le soggettività che la compongono.
Serena Noceti (Teologa, associazione teologica italiana)
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Porrò la mia Torah nel loro animo, la scriverò nel loro cuore. / Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo: / Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo: “Riconoscete il Signore”, /perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande. (Ger 31,33-34) Il testo di Geremia sull’alleanza nuova offre nuovi percorsi e confini di appartenenza al corpo ecclesiale.La Chiesa è il popolo adunato dall’azione del Cristo e dello Spirito, popolo in cui tutti – “dal più piccolo al più grande” – sono portatori di una parola di conoscenza e di relazione profonda con Dio e la sua rivelazione nella storia.Tutti i battezzati sono soggetti costituenti la comunione, tutti attivi e responsabili nella dinamica di annuncio costitutiva della Chiesa, nella quale tutti vivono un sacerdozio comune, della vita prima ancora che dei riti. Se questi sono punti fermi della figura di Chiesa neotestamentaria, riaffermati con forza nella visione ecclesiologica del Vaticano II, la realtà quotidiana ecclesiale ci pone sotto gli occhi, e affida alla nostra considerazione, prospettive di strutturazione effettiva delle relazioni ecclesiali ben diverse. La realtà della Chiesa appare segnata dalla presenza di “minoranze”, le cui parole e azioni non sono sufficientemente considerate in ordine alla vita della chiesa come popolo di Dio.

Di fatto esclusi

Quello di “minoranza” è certamente un concetto da precisare. Da un lato, infatti, si tratta di “minoranze” sul piano quantitativo: persone che hanno storie e caratteristiche comuni (per cultura o per condizione esistenziale), che ci permettono di parlare di loro come gruppo specifico. In altri casi si tratta di gruppi o categorie di credenti che sono di per sé maggioritari sul piano quantitativo (penso alle donne) o per lo meno rilevanti sul piano dei numeri (e il pensiero va ai bambini), ma che non sono riconosciuti di fatto come soggetti ecclesiali in pienezza. Dietro all’idea di “minoranza”, nel senso inteso in questo dossier, stanno perciò situazioni molto diverse le une dalle altre, accomunate dall’essere oggi nella Chiesa cattolica in condizione di “marginalità”. Si tratta di persone (e gruppi di persone) che, pur godendo di uno status ecclesiale, sul piano formale e sostanziale, analogo a quello degli altri battezzati (cf. Gal 3,28), occupano una posizione che si colloca in un punto esterno o marginale al sistema sociale “Chiesa” e contribuiscono solo parzialmente ai suoi processi partecipativi e costitutivi, al discernimento e alle decisioni, che danno direzione al corpo ecclesiale. Sono componenti “reali” del soggetto ecclesiale, e come tali vengono riconosciuti, ma non sempre sono partecipi di esso in forma attiva; sono portatori di appelli specifici, ma le loro parole non contribuiscono che limitatamente all’orientamento e alla vita dell’insieme.

Di per sé la Chiesa cattolica non decide secondo criteri di deliberazione democratica parlamentare, nelle logiche di maggioranza/minoranza, anzi la tradizione ecclesiale ha sempre riconosciuto – nei processi consultivi – il valore dell’apporto della sanior pars rispetto alla maior pars. Con “minoranza” si vuole quindi indicare – con uso analogico – quella parte del popolo di Dio la cui parola non gode di autorevolezza, la cui presenza e apporto specifici non sono considerati di fatto “necessari” per l’edificazione della comunità. Sono coloro che non sono soggetti attivi nei processi di comunicazione della fede; gli interrogativi e le questioni da loro

La voce dei muti
Juan Arias

Signore,
noi siamo i muti della terra;
coloro che non abbiamo mai avuto il diritto o il coraggio di parlare;
coloro che abbiamo sempre subito la parola degli altri.
Sarà vero, Signore, che la nostra parola è inutile e infeconda?
Io, Signore, sento la vita passare su di me come una violenza continua.
Nel consorzio di quelli che parlano, che decidono, che dicono di vivere,
per me non c’è posto.
[...] Quando, Signore, noi muti, troveremo la forza di urlare al travaglio
che ci portiamo nel cuore da secoli?
La mia preghiera a te, Cristo, non può essere altro che la richiesta di aiuto a
scoprire la mia dignità di uomo frustrata da tutti i poteri, da tutte le istituzioni
compresa quella che doveva farmi conoscere il tuo messaggio di liberazione.
[...] Devo trovare il coraggio di parlare con ogni uomo.
Devo trovare il coraggio di lottare con ogni uomo che crede non solo in te ma
che crede come te in me per far udire la voce di tutti coloro che continuano a
essere muti per paura o per strapotere di alcuni pochi.
La mia parola dopo tanto silenzio è solo questa: ed è anche la mia unica possibile
preghiera a te, la Parola fatta liberazione:
“Basta alla paura, basta alla rassegnazione, basta all’ingiustizia, che ha seminato
il mondo di tanti poveri muti come me”.
sollecitate non sono considerate “interessanti” per l’insieme o non vengono affrontate perché rimosse o perché giudicate non affrontabili nell’oggi; le loro prospettive di comprensione e di adesione al Vangelo, non necessariamente “corrette” o adeguate, sono sicuramente non abituali secondo lo standard della maggioranza o di quella minoranza che ha potere e autorità. Interrogarsi in questa ottica sulle minoranze nella Chiesa è allora porsi come comunità cristiana una questione spinosa, ma essenziale: le minoranze sono “cartina di tornasole” che spinge il mondo cattolico alla domanda sulle logiche della soggettualità dei singoli nella Chiesa e insieme alla domanda sul modo in cui esiste, vive e cresce il soggetto collettivo Chiesa. Sono due nodi interconnessi che portano la riflessione sulle forme del darsi e del divenire della Chiesa, nel cogliere un suo nucleo generatore. Interrogarsi sulle minoranze nella Chiesa è porre la domanda se e come vengono conosciuti e riconosciuti i singoli credenti nei loro peculiari caratteri e vicende umane, la domanda su quali siano i percorsi di autocoscienza collettiva di gruppi e su quale sia l’assunzione effettiva delle differenze. Non è quindi in gioco solo la questione se e come venga recepito e valorizzato l’apporto di minoranze ben caratterizzate in ordine alla edificazione della comunità, ma più ampiamente, se ci sia spazio reale nella Chiesa per la pluralità delle prospettive e dei percorsi esistenziali o se tali diversità siano “tollerate” ma non accolte. Allargando lo sguardo, interrogarsi sulle minoranze è riflettere con senso critico sul modo in cui la Chiesa vive, su quali siano gli spazi e i momenti, le forme e le strutture di partecipazione e di comunione, e su come vengano attuati i processi decisionali e articolati ruoli, funzioni, poteri nella Chiesa. In sintesi, il meccanismo che porta la maggioranza/minoranza a essere marginale è segno di un deficit ecclesiologico ed ecclesiale, nei processi comunicativi e sinodali.

Teoria e prassi

Anche a rischio di indebite semplificazioni si rileva che, dopo il Vaticano II, l’esperienza ecclesiale è segnata da una lucida ripresa dell’idea di popolo di Dio (cfr. Lumen Gentium, II cap.), dal riconoscimento della soggettualità laicale, da un’ecclesiologia della communio, come pure da una nuova teologia del ministero ordinato, con un superamento di riduzioni sacrali del ministero al solo sacerdozio e al solo dato sacramentale; una nuova visione di Chiesa a fronte però di una forma ecclesiale e di una prassi pastorale diverse. I processi comunicativi sono ancora spesso unidirezionali (dal clero ai laici), permane una visione “gerarchizzata” degli stati di vita: sono fattori che indeboliscono la vitalità del soggetto ecclesiale e creano marginalità. Se la communio ecclesiale è communio hierarchica e richiede una differenziazione funzionale, non possiamo prescindere dalla logica tratteggiata in Dei Verbum 8 e dalle affermazioni su una Traditio che cresce non solo per l’apporto dei vescovi e dei teologi, ma anche per quello di ogni cristiano. La presenza di minoranze marginalizzate e di maggioranze marginali è frutto di una incompiuta recezione di questa visione ecclesiale, che ha in Dei Verbum 8, Lumen Gentium 12, Gaudium et spes 16 i suoi capisaldi. La gerarchia (che solo quantitativamente appare “minoranza”) sembra ricoprire quel ruolo che la sociologia definisce “classe dominante”: dispone dei mezzi per orientare – da sola – le linee comuni del corpo sociale, per affermare sul lungo, medio e breve periodo la sua visione del reale e del bene ecclesiale.

La gerarchia, nel momento in cui non si fa promotrice di una sinodalità allargata, sembra non garantire a sufficienza al corpo collettivo, al servizio del quale è posta, la possibilità di un apporto di tutti i suoi membri, attraverso un flusso pluridirezionale di informazioni e risorse sociali, che coinvolga tutti. Il problema è quindi quello della forma di gerarchizzazione e di strutturazione delle relazioni sociali intraecclesiali. Considerare il modo in cui ci si rapporta alle minoranze mostra il volto di una Chiesa che ha solo cominciato a rendere effettiva – sul piano della forma ecclesiale e delle strutture – la coscienza di sinodalità, che il Vaticano II aveva intuito. È in gioco una forma di Chiesa che sia profezia nel mondo di un modo “altro” di vivere l’autorità e il potere. Quella che è in gioco è la fedeltà della Chiesa alle sue radici, alla pericolosa – perché sovvertitrice – memoria di Gesù, di colui che ha annunciato la venuta del Regno a coloro che ne erano esclusi dalla Legge. Ai discepoli che gli chiedevano posti di onore e autorità, straordinari rispetto agli altri, Gesù ha risposto indicando la via maestra della signoria di Dio, dove il potere non è “su”, ma “per”, dove il potere essenziale è quello della liberazione e dell’umanizzazione.

 

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