LAVORO

Poveri e flessibili

Lavoro e precarietà: quando i figli stanno peggio dei padri.
Cristina Tajani
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Invertire la tendenza che sembra condannare i giovani a prospettive di lavoro e di vita sempre più incerte e precarie e i lavoratori meno giovani a una costante erosione del potere d’acquisto dei propri salari e stipendi. È questa una delle sfide che il Governo insediato da poche settimane sembra avere innanzi. Non è una sfida da poco dal momento che il tema della precarietà del lavoro si è affermato in maniera prepotente nel dibattito pubblico, riverberando (sebbene con un po’ di ritardo) una percezione di insicurezza assai diffusa tra i giovani italiani e le loro famiglie.E non si tratta di una sfida solo italiana: se si guarda a com’è cambiato il lavoro in Europa negli ultimi lustri, il tratto della precarietà appare dominante. Il ciclo iperliberista degli anni Novanta, infatti, si è caratterizzato per una diffusa e generale convinzione, mai dimostrata, che disoccupazione e ciclo economico negativo si potessero combattere solo “flessibilizzando” il più possibile il lavoro e riducendo il suo costo. Quest’orientamento è stato fatto proprio da molti governi europei che, lungo tutto il decennio 1980-1990, si sono affrettati a varare norme che offrissero alle imprese una vasta gamma di tipologie contrattuali (dal lavoro interinale ai contratti a termine, passando per i contratti di formazione e le collaborazioni più o meno continuative) tutte caratterizzate da un minor costo per l’impresa e una maggiore onerosità sociale. Infatti l’apposizione di un termine ai contratti di lavoro, se da un lato ha alleggerito le imprese da impegni di lunga durata con i propri lavoratori, dall’altro ha scaricato sui singoli e sulle loro comunità l’incertezza e il rischio di un mancato rinnovo contrattuale.

Cosa accade in Italia

In Italia questo processo ha visto due tappe fondamentali: la prima, a fine anni Novanta, con l’introduzione del cosiddetto “Pacchetto Treu”, e la seconda nel 2003 con l’entrata in vigore della legge 30 promossa del Governo Berlusconi. Il primo provvedimento, tra le altre cose, ha introdotto il lavoro interinale nel nostro Paese e ha definito le condizioni e i limiti di utilizzo del lavoro a termine. La legge 30, varata dallo scorso Governo, ha proseguito sul solco tracciato dal Pacchetto Treu eliminando le causali per l’utilizzo del lavoro a termine e introducendo svariate altre tipologie contrattuali, tanto che oggi si contano, nel nostro ordinamento, più di 40 forme di contratti utilizzabili dalle imprese, alcune delle quali (come il lavoro ripartito, lo staff leasing, il lavoro accessorio) sembrano avere più un sapore simbolico di iperframmentazione del lavoro che una reale utilità: infatti sono pochissime le aziende che ricorrono a queste tipologie di assunzione. Oggi il ciclo iperliberista, che ha fortemente promosso flessibilità e frammentazione del lavoro, sembra vivere, in Europa, una battuta di arresto. Questo sotto la duplice spinta delle pressioni sociali e della concorrenza dei Paesi emergenti di fronte alla quale la compressione del costo del lavoro, da sola, non può bastare (nessun lavoratore europeo può competere sul costo con un lavoratore cinese o indiano, né questo sarebbe socialmente desiderabile: piuttosto bisognerebbe promuovere un’armonizzazione verso l’alto di salari e condizioni di lavoro). Il Governo francese è stato costretto, poche settimane fa, a fare un passo indietro di fronte alle grandi mobilitazioni studentesche che hanno contestato l’introduzione del CPE, il contratto di primo impiego volto a indebolire le tutele del lavoro per i giovani nei primi anni di impiego. Nello stesso modo il Governo spagnolo di Zapatero ha promosso una legge volta a limitare l’utilizzo indiscriminato dei contratti a termine (la Spagna è infatti il Paese europeo con il più alto tasso di questa tipologia di impiego), prevedendo l’obbligo di assunzione per il lavoratore che abbia lavorato con contratti “atipici” per 24 mesi su 30.

Oltre la legge 30

In Italia, l’attuale coalizione di Governo si è impegnata, in campagna elettorale, a un “superamento” della legge 30 su almeno due direttrici: la razionalizzazione e limitazione delle tipologie contrattuali attualmente presenti, e l’armonizzazione delle aliquote contributive tra i contratti a tempo indeterminato e i contratti “atipici” (questo al fine di eliminare l’anomalia che rende più conveniente per le imprese l’utilizzo di lavoro atipico risparmiando sul futuro previdenziale dei lavoratori così impiegati). Si tratterebbe di un primo passo verso la direzione giusta, sebbene forse non ancora sufficiente. La fotografia del lavoro che emerge dall’ultimo Rapporto dell’Istat, infatti, sembra segnalare problemi assai profondi che probabilmente richiederebbero una riscrittura e un ripensamento radicale delle regole su lavoro e formazione. Il dato forse più preoccupante è quello che ci segnala una mobilità sociale bloccata: negli ultimi anni il livello di istruzione ha smesso di rappresentare un fattore decisivo di mobilità. Nonostante l’aumento della quota degli occupati con diploma di istruzione post-secondaria (dal 9,6% al 14,4% tra 1995 e 2005) soltanto per tre quarti degli occupati (16,6 milioni di persone) c’è corrispondenza tra titolo di studio conseguito e professione esercitata. Nella media dell’Europa a 25, livelli di istruzione più elevati assicurano ai giovani maggiori probabilità di occupazione e minori rischi di disoccupazione. In Italia, invece, il tasso di occupazione dei giovani di età tra i 20 e i 29 anni con un livello di istruzione secondario è pari al 53,3% (tra i più bassi d’Europa), mentre quello dei giovani laureati si riduce al 50,2% (il più basso in assoluto, inferiore di oltre 25 punti percentuali a quello medio europeo). Questo dato segnala un’incapacità del sistema produttivo italiano di impiegare adeguatamente le professionalità e le competenze prodotte. Il problema è quindi strutturale: a lungo andare, l’inseguire una competizione giocata sulla compressione dei costi e sulla flessibilità del lavoro ha fatto scivolare il sistema produttivo su un sentiero di bassa specializzazione produttiva, di scarsa innovazione e di poca tecnologia. Fino al punto che i giovani con alta formazione stentano a essere impiegati per le loro competenze.

Redditi sempre più bassi

Di fianco alla mancata mobilità sociale (è la prima volta dal dopoguerra che le giovani generazioni registrano un’aspettativa di crescita sociale ed economica inferiore rispetto ai propri padri), l’altro dato preoccupante (strettamente connesso alla precarietà del lavoro) è l’erosione di redditi e salari. Sempre secondo l’Istat, oggi in Italia ci sono oltre 4 milioni di lavoratori a basso reddito (al di sotto dei 700 euro mensili), di cui circa 1,5 vive in famiglie in condizioni di disagio economico. Si tratta in prevalenza di giovani con redditi da lavoro autonomo; ma bassi redditi da lavoro sono anche presenti tra i dipendenti con orari standard e a tempo determinato. Nel lavoro “atipico” si registrano le maggiori concentrazioni di lavoratori sottoinquadrati e di redditi bassi. Il 43,8% degli occupati a termine, il 34,5% di quelli in part time e il 31,1% dei lavoratori con rapporti di collaborazione è impiegato in lavori poco qualificati. Per i giovani fino a 34 anni l’incidenza dei lavoratori sottoinquadrati nell’occupazione a termine raggiunge il 47,4%.Possedere un diploma o una laurea non modifica le possibilità di trovare un lavoro a termine adeguato al titolo di studio. Viceversa, per i contratti di collaborazione il 45,5% dei laureati svolge un lavoro poco qualificato, mentre ciò è vero solo per il 22,0% dei diplomati. Questi dati ci suggeriscono che, insieme a una riscrittura delle norme sul lavoro, l’attuale Governo ha di fronte a sé la sfida del ripensamento di un sistema di Welfare veramente inclusivo. E tutto ciò mentre si tratta di ricondurre il Paese su un sentiero “alto” di sviluppo, dove l’innovazione si possa sostituire alla compressione del costo del lavoro come fattore di crescita.

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