EDITORIALE

Manodopera a basso prezzo

Alex Zanotelli

Cassibile è un paese limitrofo a Siracusa, in Sicilia. Oltre i pochi abitanti, vi risiedono 300 immigrati. Tutti accampati in una piccola valle. Sono abbastanza avvezzo ad assistere a circostanze di sofferenze e di difficoltà. Ma questa volta ho stentato a credere ai miei occhi. 300 persone accampate in un fondo, peraltro proprietà privata.  Sono braccianti agricoli e lavorano la terra per brevi periodi. Lavoratori stagionali che pagano il prezzo delle nostre assolate vacanze. Uomini che vivono in abitazioni ben lontane dal tepore di una casa. Baracche che non hanno i contorni di un’accogliente abitazione. Sono costruzioni più che povere, manufatti di pezzi di legno e di altri diversi materiali adatti all’uso e ritrovati nelle discariche: una coperta, un telone, pezzi di lamiera. Lì sotto dormono. La cucina è all’aperto, fuori dalla loro abitazione, ed è costruita con legni ritrovati in giro. Da una parte della valle, sono tutti nordafricani – in particolare marocchini – dall’altra parte, invece, sono sudanesi. Questi ultimi erano quasi tutti con le carte in regola.

Ho girato un po’ tra loro, ho cercato di parlare usando il mio povero arabo, residui nella memoria di una mia permanenza in Sudan. Ho detto loro che, ancora una volta, mi vergogno di essere cristiano e di essere italiano, dopo aver visto quale trattamento riserviamo agli immigrati. Sono lavoratori, braccianti, alla mercé del caporale di turno che li impiega nelle diverse aziende. Lavorano soprattutto patate. Lavorano per 10-12 ore al giorno. Tempo di fatica ininterrotta senza potersi inginocchiare. Tempo di lavoro e di sforzo che grava sulla schiena e sulla loro dignità umana. Sudore che cade sulla terra e sul cuore battente di questa Italia. Il giro dei braccianti stagionali non termina a Cassibile ma prosegue per Crotone, per Foggia, per le città campane e per tutta la Sicilia. Un giro di schiavitù e di commercio di esseri umani. Che non salva nessuna regione. Che non si nasconde. Che non si interrompe. Sono i nostri braccianti, sono coloro che lavorano la nostra terra. Manodopera a basso prezzo. Ecco cosa è stata la Bossi-Fini: abbiamo privato la gente della propria dignità. Del proprio status naturale di soggetto di diritto. Usiamo le persone a nostro piacimento per poi rispedirle nelle loro originarie miserie. Senza scrupoli. A volte anche senza legge. Perché tutti coloro che potrebbero godere dello status di rifugiato politico e del diritto d’asilo sono privi di un’apposita legislazione in materia.

Ritorno a dire che, di fronte a una legge come la Bossi-Fini, mi vergogno di essere italiano. È una legge non costituzionale, profondamente immorale, che va modificata. Subito. Io chiedo, semplicemente, che in un Paese che si dice civile e democratico queste situazioni siano smascherate e cessino di esistere. Chiedo al nuovo ministro dell’Interno di modificare la legge Bossi-Fini e di restituire alla legge sull’immigrazione un carattere di umanità che oggi non ha più. Anche una norma può contribuire a restituire all’Italia il valore autentico dell’accoglienza e della condivisione. Anche una legge che regoli il fenomeno immigrazione può colorare il nostro Paese d’umanità.

Chiedo al nostro ministro di smantellare tutti i CPT. Mi auguro che il lavoro della commissione istituita perché si compiano serie verifiche nei Centri di Permanenza Temporanea conduca a buoni frutti e ponga le premesse per uno smantellamento totale di queste strutture che non esito a definire lager. Chiedo una legge che tuteli il diritto d’asilo. Chiedo a tutti di collaborare perché cessino le traversate della morte nel Mediterraneo che rendono funereo un mare contraddistinto dalla storia per sue capacità di abbracciare le diversità e di accoglierle. Chiedo a tutti di farla finita con le mafie e con tutto ciò che aiuta i loro affari. Ecco il grande lavoro che ci aspetta. E in questa torrida estate ricordiamo che i lavoratori sono persone e come tali vanno trattate. Non sono bestie. Hanno una vita. E dei diritti. Cassibile non si ripeta più.

 

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