EPPUR SI MUOVE

Giocare la rabbia

Dal 20 al 22 settembre, un laboratorio per l’infanzia alla Casa per la Pace di Pax Christi a Firenze.
Renzo Laporta
Nuova pagina 1

Sela, Alexsandra, Victoria, Barbara, Chiara, Luca, Gustavo, Manuele, Joele, Martino e Bruno sono un gruppo di bambini e bambine che hanno frequentato il laboratorio d’animazione intitolato Ho un vulcano nella pancia, titolo tratto dall’omonimo libro (edito da EGA), utilissimo strumento che raccoglie giochi e attività per sperimentare giocando l’emozione della rabbia, al fine di imparare a conoscerla e saper incanalare - secondo forme costruttive e creative - l’energia che da essa si scatena. Il laboratorio “ha promosso una passeggiata” in questi temi caldi: entrare nell’argomento a piccoli passi - senza perdere di vista il compito - guardarsi intorno senza fretta, mantenendo viva la potenzialità di raccogliere ciò che d’imprevedibile si presenta (portato dai partecipanti o dal contesto). Questo libro, assieme al testo Anche i cattivi giocano (edizioni la meridiana) mi hanno offerto una base di contenuti a cui ho aggiunto un impianto metodologico e pedagogico frutto dell’immagine dell’infanzia che ogni adulto si costruisce nel suo percorso formativo. Un’immagine d’infanzia centrata sul riconoscere i bambini e le bambine come persone soggetti di diritti: questa è già una sfida personale, sicuramente nuova rispetto a quanto ho interiorizzato nella mia biografia educativa; attuale per ciò che concerne l’orizzonte del rispetto e tutela delle diversità; in alcuni suoi punti ancora poco testimoniata dalle nostre strutture istituzionali, nonostante la carta dei diritti dell’infanzia del 1989 sia stata ratificata dall’Italia nel ‘91. Una sfida che gli adulti di oggi raccolgono nel loro ruolo educativo, cercando di non adottare semplicemente tecniche e contenuti, ma soprattutto giocare stili di relazione che oltre alla tutela, prevenzione, conduzione dell’infanzia sono con loro anche sul piano della ricerca, di un appassionato desiderio di reciproca e corale crescita.

Serve un capo?

Esprimo questa premessa per introdurre il tema della partecipazione: come azione che è entrata in forma di contenuto e di scelta metodologica nel laboratorio, come principio che - a detta degli articoli 13/14/15 della Convenzione ONU per l’Infanzia - chiede agli adulti e agli Stati di rispettare. Tutto ciò in un linguaggio movimentista e adultese, potrebbe essere tradotto in piccoli lillipuziani e lillipuziane crescono. La partecipazione è divenuto un tema trasversale, che si è aperto raccogliendo una domanda posta da Bruno a tutto il gruppo: Serve un capo? Vi era chi concepiva un capo, chi due, chi invece non ne voleva nessuno e proponeva che si è tutti capi, per poi arrivare a definire che ognuno è capo di se stesso e che in base alle attività ci può essere la turnazione di questa funzione. Un suggerimento per evolvere queste risposte - validato dallo sperimentarsi capi – avrebbe potuto essere “quali le caratteristiche per un buon capo?”, ma questo avrebbe portato il gruppo altrove. E il protagonismo era compito per tutti durante la prima mattinata di sabato, risolvendo la domanda chi conosce attività per facilitare la conoscenza reciproca le insegni. Attivare il reciproco scambio di giochi per socializzare, ha contribuito a generare un buon clima di gruppo, responsabilizzando i partecipanti rispetto lo stare bene insieme, e si è giocato a : Di mano in mano, partendo da una situazione in cui si è in cerchio, c’è una persona che attiva i partecipanti stringendo la mano di una altra persona (e non la lascia finché non incontra un’altra mano); chi è stato toccato fa uguale con persone nuove o già toccate. Dall’intreccio di mani che attraversano lo spazio del cerchio, allo “Stop!” che congela tutti sul posto in cui si è, esce un insieme di nodi da sciogliere (senza staccare le mani); slacciati i nodi, alla fine ritrovarsi in un grande cerchio. Il gioco cantato “Ritmo e velocità”. Un classico “Nascondino”, giocato anche con una variante (chi si nasconde cambia maglia, per confondere chi va a cercare). “Scossa !”, sedendosi in cerchio e tenendosi per mano c’è chi fa partire una scossa – alla sua destra o sinistra – dando una stretta di mano al compagno affianco, il quale deve dire il suo nome e il nome di tutti coloro che lo precedono; in una variante, al nome si associa la frase (“mi piace…, ho paura di…”) o il gesto, il verso. Infine “Osso!” (un gioco che in realtà utilizza un mazzo di chiavi, ma noi abbiamo trovato ugualmente valido un osso di pollo raccolto nel prato) che nella sua dinamica funzionava così: partendo da una situazione in cui si è tutti aggregati e in piedi, a turno c’è chi prende l’osso da terra e lo lancia un po’ più in là, chiamando contemporaneamente il nome di un compagno (che si desidera mettere in difficoltà); c’è una regola, che obbliga chi raccoglie l’osso per lanciarlo più in là, a non fare più di un passo di avvicinamento

L’importanza delle emozioni

Ma la partecipazione (che, nei suoi massimi livelli, è fatta di condivisione del progetto e responsabilizzazione rispetto alle competenze disponibili, si può chiedere solo ciò che c’è e immaginare di più), che è riconoscimento dell’infanzia, c’era anche nei momenti che connettono le diverse fasi: quando si decideva insieme come passare il mattino o pomeriggio, combinando le mie proposte con le loro, attraversando le pause per le merende e per il gioco libero. Ed ecco una serie di validi intermezzi, oltre alla merenda: sotto le indicazioni di Gianni della cucina, si è data la caccia alle galline scappate dal pollaio; il gioco “brucia la foglia secca” con la lente d’ingrandimento portata da Alexsandra; le continue incursioni intorno allo stagno; il “fuggi sotto la pioggia”; per chiudere con il disegno libero prima d’andare a mangiare. Il pomeriggio del sabato l’ho aperto leggendo al gruppo il cartellone memoria delle attività realizzate al mattino, nell’intenzione di fare emergere l’insieme delle emozioni vissute dai singoli. Quest’elenco è stato tradotto in tanti fogliettini, ciascuno riportava un’emozione: Quindi ogni partecipante, dopo aver estratto il fogliettino, traduceva l’emozione scritta in gioco dei mimi; sua variante è stata il mimo degli animali emozionati (diventare tigre contenta, elefante arrabbiato, topolini teneri, avendo un gruppo con il compito di indovinare il messaggio). La scelta di lavorare sulle emozioni mi ha permesso di avere “il polso della situazione”, permettendo ai singoli di ritrovarsi negli altri, di entrare in un linguaggio di cui troppo poco si parla e racconta, ma che in realtà ci anima la vita e che - per il focus del laboratorio - risulta propedeutico a imparare a leggere e interpretare “i segni espressivi” della rabbia, nonché la formula organizzativa dei contenuti successivi. Ho un vulcano nella pancia (pagine 29, 40) raccoglie così alcuni dei suoi concetti chiave, ispiratori del laboratorio. La rabbia è un’emozione. La rabbia è positiva, è sana, è naturale. La rabbia contenuta può diventare esplosiva, deprimente e dannosa per la salute. La violenza e il sopruso sono comportamenti; si possono imparare e disimparare; sono nocivi. Impedire la violenza è una responsabilità di tutti. La rabbia è necessaria come difesa e come stimolo, esprimerla senza fare danni fa bene. E dopo la merenda si è aperta una fase calda del laboratorio: centrati sul tema della rabbia, ognuno ha raccontato e agito il suo modo di arrabbiarsi, gli altri coralmente imitavano. Fare il muso, rompere la penna e scarabocchiare, mettere in disordine, dare calci, schiaffi, pugni, pizzicotti, dire parolacce, battere il piede a terra, sbuffare e gridare, sollevare cose pesanti, scrivere lettere piene di parolacce, battere il pugno sul palmo di mano e la testa contro il muro, sono state tutte azioni di rabbia sdrammatizzate nella loro forza eversiva, permettendo a tutti di ritrovarsi nella natura umana: liberi di poter vivere dentro l’emozione, ma anche deficitari nel modo di esprimerla senza che questa generi violenza.

Senza fare danni…

Ancora teatralmente (per comunicare agli altri ciò che essi dovranno indovinare) ognuno ha agito il raccontare una situazione che fa arrabbiare, tentando di rendere intelligibile: il chi, dove, quando, come è successo. Queste attività sono state vissute con molto coinvolgimento, portando alcuni a chiedere di esprimersi ripetutamente, forse avvertendo la possibilità del contenimento ludico offerto dal gruppo, liberando necessità. La mattina di domenica abbiamo esorcizzato la pioggia con un bel “Buon giorno!”: a turno, ciascuno esprimeva un gesto d’energia associata alla parola “Buongiorno!”, trovando poi gli altri a imitarlo. Infine l’ultima fase: si è stimolato il gruppo a “vedere il possibile che si cela nell’istinto di rabbia”, il gesto alternativo che - senza negare l’espressione di un vissuto naturale - evita di fare del male a se stessi, gli altri e il Mondo, magari innescando energia creativa. Con una lettura animata del racconto Il giorno che Marco si arrabbiò (pag. 30 e 31), si è ripreso il tema della rabbia, riconoscendo i modi erronei con cui Marco l’esprime (da modificare perché portano con loro conseguenze negative per tutti). Si è aperta la porta del “cos’altro potremmo agire per essere arrabbiati senza fare danni?” Prima a fatica, ma poi speditamente, ne è seguito un processo creativo che ha visto tutti i protagonisti: in ricerca e portatori di voci e azioni positive, generando un lungo elenco di gesti giocati coralmente. Urlare versi per scaricarsi (evitando di farlo nelle orecchie del vicino); scandire la frase urlata “Smettila che non ne posso più!”; un imbronciato “Basta!”, con sbuffo e battuta del piede a terra; un maglione fatto girare in aria o battuto a terra (se non c’è sporco); il porsi di fronte all’altro comunicandogli in forma convinta “Uffa!, mi fai stare male!”; l’uso del cuscino per assorbire colpi di mano e piede, con possibile lancio in aria (colpendolo in volo) e aggiungendovi la frase “Siccome sono arrabbiato e non posso fare male a nessuno, mi scarico così”; stringendo tra le mani una cosa gommosa; saltando su un materasso; strappando carta, accartocciandola in palline da lanciare, riducendola in coriandoli da fare volare in aria e trasformando tutto in una festa colorata, senza vinti e vincitori, colpe e colpevoli. Anche i genitori sono stati coinvolti a rispondere alla questione “Come esprimo la rabbia e come potrei farlo?”, ritrovando un gruppo di bambini e bambine come attentissimi uditori, tutti compartecipi di una ricerca che non finisce mai di fare crescere.

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