SOCIETÀ

Consumatori in guerra (tra loro)

Il fronte delle associazioni dei consumatori si è spaccato. Ragioni di crescita, ma anche condizionamenti esterni e protagonismi eccessivi.
Marco Calò

Troppa attenzione da parte dei mass-media alle volte può far male. E così proprio quando televisioni e giornali si sono decisi a dare spazio e attenzione adeguati alle organizzazioni dei consumatori queste hanno pensato bene di gettarsi in una guerra, neppure tanto nascosta, fatta di sigle e strategie contrapposte. L’opinione pubblica forse non ci fa ancora molto caso, ma è ormai da tempo che le differenze tra associazioni si sono trasformate in divergenze sempre più marcate. Procediamo con ordine. In Italia un Ralph Nader, il leader dei diritti del cittadino in USA, non c’è mai stato. E le tematiche della difesa del consumatore non hanno mai trovato troppa attenzione da parte degli schieramenti politici. Un fattore culturale profondo ha anche condizionato in tal senso la società italiana. L’identificazione tra cittadino e consumatore non è mai stata ben vista in casa cattolica: voleva dire una resa al consumismo capitalistico senza un’adeguata considerazione per la totalità delle esigenze e delle responsabilità della persona. Negli ultimi dieci anni, tuttavia, molte cose sono cambiate: ed è stata proprio la responsabilità la chiave di volta che ha permesso ai temi consumeristici di assumere altro spessore e dignità.

Problemi di crescita?
I consumi sono diventati la chiave interpretativa di tematiche molto più ampie e forti: il rapporto con l’ambiente e le risorse della terra, le relazioni commerciali tra nord e sud del pianeta, le scelte di politica energetica e dei trasporti, gli oligopoli commerciali e industriali, la concentrazione globalizzatrice dei servizi e della finanza, le strategie della politica di casa nostra e di quella europea. Insomma, protestare per gli aumenti al banco del mercato o per la mancanza di trasparenza nel sistema bancario diventa parte di una modalità diversa e più responsabile dell’essere cittadino. Certamente, la dimensione più propriamente etico-politica (quella, per intenderci, del commercio equo e solidale o della finanza etica) resta minoritaria: e tuttavia il fenomeno del consumo responsabile, inteso in senso

Consumatori in rete
ampio, si sta affermando chiaramente.
Il problema, però, è che proprio la crescita del movimento dei consumatori e il suo maggior peso pubblico ne stanno causando le difficoltà. Paradossalmente, il momento del successo mediatico coincide con la sua spaccatura interna: e potrebbe preludere a una crisi profonda. Un po’ come avvenuto, nei primi anni Novanta, con il volontariato: che non a caso oggi è ormai ridotto nel nostro Paese a erogatore di prestazioni, senza più una voce autonoma e critica sui nodi delle trasformazioni del Welfare e della democrazia che mettono a rischio la giustizia sociale e la solidarietà. E come per il volontariato, i fattori delle divisioni profonde che oggi emergono tra le associazioni di tutela dei consumatori sono diversi.
Ci sono innanzi tutto ragioni di crescita. La raggiunta consapevolezza in gran parte della popolazione che il consumatore ha un suo ruolo attivo da svolgere esige forme e modalità organizzative sempre più adeguate e soprattutto implica che gli spazi di presenza e di impegno crescano sempre più. È impensabile ormai per una società o un gruppo industriale pensare di non avere un suo “patto fiduciario” con i consumatori o i clienti. Soprattutto in quei settori dove la concorrenza è reale e in quelli, sempre più numerosi, dove le indicazioni dell’Unione Europea dettano norme di maggiore trasparenza o liberalizzazione. E non sempre tutte le organizzazioni sono all’altezza dei nuovi compiti. Un solo esempio: non esiste in Italia un centro studi unico e unanimemente riconosciuto in materia. Ma l’attuale fase di crisi risente anche di condizionamenti esterni (pensiamo alle pressioni fortissime di alcune lobby, come quella assicurativa, sulla politica e il sistema dell’informazione) e soprattutto eccessi di protagonismo. Il bisogno, cioè, di acquistare sempre più visibilità.

Quelle sigle contrapposte
Le tredici principali organizzazioni dei consumatori italiani (e qui è il primo interrogativo: sono tante o poche? Il vero problema è chiedersi se sono reali) si sono raggruppate negli ultimi mesi intorno a due sigle: l’Intesa dei consumatori (ne fanno parte Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori) e la Coalizione dei consumatori (tra le altre raggruppa Adiconsum, Movimento dei consumatori, Cittadinanzattiva, Unione dei consumatori). Qualche altra realtà non va bene né agli uni né agli altri e quindi fa gioco a sé. La guerra (che gli addetti ai lavori seguivano già da tempo) ha raggiunto il culmine con le polemiche estive sui veri dati dell’inflazione. La Coalizione annuncia la nascita di un nuovo “paniere” per la rilevazione dell’aumento del costo della vita, realizzato insieme con l’Eurispes. L’Intesa boccia l’idea. Il ministro Marzano convoca un tavolo tecnico per discutere di prezzi: l’Intesa dice “se non c’è Berlusconi non ci veniamo”; gli altri, pochi minuti dopo, annunciano “noi ci andiamo”.
Un’associazione denuncia: in un anno le zucchine sono aumentate del 400%; il giorno dopo un’altra organizzazione attacca quelle “sigle fantasma” che perdono tempo con le zucchine. L’Intesa fa un accordo con la Confesercenti per bloccare i prezzi e la Coalizione lo snobba come inutile e propagandistico. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il colmo si raggiunge forse con l’annuncio del governo del blocco delle tariffe per tre mesi (per inciso: un’autentica bufala). Subito plaude l’Intesa: eppure nello stesso pomeriggio tre delle quattro organizzazioni che ne fanno parte emettono comunicati di forti critiche alla decisione di Palazzo Chigi. Insomma, non solo divisi tra loro, ma pure con se stessi... Ragioni di crisi interne ed esterne, si diceva. Queste ultime si sono aggravate con l’arrivo del governo Berlusconi.
Il Cncu (Consiglio nazionale dei consumatori e utenti), creato nel 1998 dall’allora ministro dell’Industria Enrico Letta, è stato svuotato dei suoi poteri consultivi e della sua forza. Diradate le convocazioni da Marzano, saltati i tre miliardi per il Cncu dalla Finanziaria 2002, non nominati dal ministero i due rappresentati italiani dei consumatori per il Comitato economico e sociale europeo (cosa che ha fatto dimettere per protesta dalla presidenza del Cncu Anna Bartolini, volto storico anche in casa Rai sui temi consumeristici). È inutile sottolineare che il fastidio creato negli ultimi anni dalle associazioni su alcuni temi caldi (il cartello delle compagnie assicuratrici per le Rc auto oppure la mancanza di concorrenza tra le società petrolifere, con le multe storiche comminate dall’Antitrust) ha giocato un ruolo non secondario in questa strategia scelta da un esecutivo che ai poteri forti è certamente molto vicino. E che, ad esempio, preferisce fare la guerra all’Authority indipendente per l’Energia guidata da Pippo Ranci piuttosto che agli oligopoli che colpiscono gli utenti.

Un futuro difficile
Il problema è che tutto questo ha fatto anche da detonatore per i protagonismi e gli antagonismi che da tempo covavano all’interno e tra le diverse anime delle associazioni. Ad alcune, che brillano per serietà e professionalità nelle denunce e nelle proposte, se ne affiancano altre francamente demagogiche e qualunquiste. Né valgono qui le distinzioni e i giochi di alleanze che si possono fare, ad esempio, in casa sindacale. Delle tre sigle nate a suo tempo dai sindacali confederali (Federconsumatori che viene dalla Cgil, Adoc che nasce dalla Uil e Adiconsum di provenienza Cisl), le prime due si ritrovano nell’Intesa, a fianco dell’Adusbef, il cui leader Lannutti è stato candidato con Di Pietro, e del Codacons, che non dialoga certo con i settori della sinistra. E la terza invece è nella Coalizione, dove fa gioco di squadra, tra l’altro, con il Movimento dei consumatori (nato dall’Arci) e Cittadinanzattiva (sorta dopo la trasformazione del Movimento federativo democratico, quello del Tribunale per i diritti del malato).
Insomma, le analogie con lo scenario sindacale e politico reggono poco. Mentre continuano gli scambi di accuse di faziosità e di dabbenaggine. Il vero rischio è che la politica a questo punto approfitti di rivalità profonde o di contrapposizioni personalistiche per snaturare, svuotandolo dall’interno, il movimento dei consumatori. Anche qui l’esempio del volontariato dovrebbe fare molto riflettere. Non è certo auspicabile ritrovarsi in una situazione in cui la valutazione su scelte di politica economica o sanitaria o finanziaria vengano date per appartenenza a qualche cordata piuttosto che per motivate ragioni di difesa dei diritti e degli interessi dei cittadini. Difficile dire che cosa accadrà nel prossimo futuro. Abbastanza arduo ipotizzare una ricomposizione in nome della difesa dei consumatori: termine divenuto ormai una coperta troppo corta per coprire un’eterogeneità simile. Quel che è certo è che per noi, cittadini- consumatori, scatterà ancora di più il dovere della responsabilità e della vigilanza civica. Non solo nei confronti di politica e mass-media, ma anche verso le sigle che di noi vorrebbero occuparsi. Persino sul prezzo delle zucchine sparato dai titoli dei giornali o dei Tg, dovremo fare molta più attenzione di prima alla sigla che l’avrà rilevato...

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