STRATEGIE

Il futuro che ci attende

Capovolte le priorità, sono i mezzi a condizionare i fini.
E le scelte economico-militari a guidare le decisioni politiche.
Giancarla Codrignani
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La modernità comporta innovazioni che sfidano la vita in opposte direzioni. C’è un progresso culturale che nega l’onore della guerra e ne modifica gli attributi perché se non fosse umanitaria, chirurgica, preventiva, nessun governo o stato maggiore potrebbe proporla: tuttavia il livello di rischio che può derivare da queste operazioni è infinitamente più grave di quando gli squilli delle trombe animavano crudeli patrioti. Il progresso tecnologico ha prodotto innovazioni di grande rilievo in tutti i campi, che governi e individui potrebbero utilizzare costruttivamente a beneficio dell’umanità, mentre incentivano in primo luogo il perfezionamento della produzione bellica. È di tutta evidenza quale opzione sia stata vincente: la crescita e la diversificazione dei potenziali degli arsenali ha modificato le strategie. Non sono più i fini che giustificano i mezzi, sono i mezzi che condizionano i fini.

Le politiche di Bush

Il British American Security Information Center (BASIC) ha analizzato la nuova dottrina della deterrenza del presidente Bush in relazione al rinnovamento degli arsenali, nucleari in particolare. Di questo rapporto gli esperti potrebbero servirsi per i colloqui sul trattato internazionale sulle

E la borsa ci guadagna

Dopo l’11 settembre 2001 l’andamento dei titoli delle principali aziende statunitensi produttrici di armamenti ha conosciuto una fase estremamente positiva. Dalla metà di settembre 2001fino alla fine di gennaio 2002 le azioni della Lockheed hanno guadagnato il 28,9%. La tendenza di rialzo si è consolidata quando la dirigenza aziendale ha fatto sapere che per il 2002 si prevedeva un del fatturato di circa il 7% sino a raggiungere i 25,8 miliardi di dollari. Il buon andamento dei titoli dei colossi militari-indusrtiali Usa è dovuto all’incremento del portafoglio ordini generato dalle nuove commesse del governo nazionale e dei clienti esteri alla “guerra senza fine” al terrorismo. Le aspettative di ordinativi e profitti legate al notevole incremento delle spese militari statunitensi, hanno fatto si che le quotazioni delle azioni dei piccoli e grandi fornitori del Pentagono abbiano registrato un’impennata. La guerra in Afganistan non ha poi deluso le aspettative delle maggiori aziende statunitensi del settore militare, che cercavano di drenare capitali sul mercato borsistico attirando potenti investitori quali le banche d’affari ed i fondi previdenziali statunitensi lo stesso effetto positivo si era registrato nel periodo marzo-giugno 1999 in occasione delle operazioni belliche contro la Iugoslavia. Dal punto di vista del complesso militare-industriale la guerra planetaria dichiarata da Bush ha un limite. Un simile dispiegamento di forze impegnate sul campo necessita di investimenti in costante ascesa in personale, manutenzione e logistica, realtà che potrebbe far trasferire fondi dalle voci di bilancio riservate ai programmi d’armamento e di ricerca e sviluppo, generando problemi alle aziende. La crescita costante delle quotazioni di borsa del settore armiere è comunque in atto da almeno due anni: la Lockheed Martin in questo lasso di tempo ha visto raddoppiare il valore delle sue azioni, mentre i titoli di Northrop, General Dynamics e Raytheon sono cresciuti tra il 65% e l’85%. La capitalizzazione in borsa di Lockheed, Northrop, General Dynamics e Raytheon è più che triplicata nel periodo marzo 2000 – settembre 2002, passando da circa 23 a 75 miliardi di dollari.
A.L.

armi nucleari che si avviano sotto pessimi auspici. Mentre il mondo sperava che la fine della guerra fredda comportasse la messa al bando della corsa agli armamenti e la presidenza Clinton aveva dato segnali moderatamente positivi, G.W. Bush ha debuttato smantellando il trattato ABM e mettendo in mora la non-proliferazione. I territori apocalittici del conflitto EST/OVEST erano stati in gran parte simbolici perché si sapeva che nessuno avrebbe innescato la guerra totale per autoconflagare con il nemico e che pertanto i grandi missili potevano partire solo per errore. Oggi lo sviluppo di armi nuove – la cosiddetta triade, di penetrazione profonda, di distruzione degli arsenali chimici e biologici, di basso potenziale nucleare – interagisce con i programmi strategici, economici e politici degli USA e condiziona il mondo. Il monopolarismo imperiale degli Stati Uniti ha prodotto così la militarizzazione del tradizionale America first non più egemone nel campo economico. Tuttavia il rigth or wrong my Country, proprio della cultura americana, ha un costo che, in un Paese a basso livello di protezione sociale pubblica, non dovrebbe illudere i cittadini democratici. Ma Bush va avanti a testa bassa, perché solo massimizzando la paura che attanaglia la gente a partire l’11 settembre 2001 può realizzare i suoi obbiettivi ( che riguardano meno Saddam che il petrolio). Il terrorismo è indubbiamente un pericolo, e non solo per gli USA. Ma i modi di contrastarlo non sono necessariamente bellici: non è irragionevole pensare che una prevenzione pesante potrebbe agire come moltiplicatore dell’aggressività dei nemici. I quali possono agire sul territorio statunitense come su qualunque altro, a sorpresa, e, in quanto governi, difendersi in modi sconvolgenti.

La chiamavano difesa…

Non si osa, infatti, neppure dire che può essere alzata la soglia della strategia – offensiva o difensiva non importa – con il ricorso alle armi chimiche o biobatteriologiche, campo in cui a poco servono i controlli, le convenzioni internazionali o gli eserciti perché qualunque fabbrica di fertilizzanti può produrre veleni e la ricerca biologica di molti istituti farmacologici non necessariamente militari può reperire materiali batterici. Per dirla francamente, più di un governo e perfino organizzazioni private possono presumibilmente possedere già (o approvigionarsene in caso di necessità) agenti chimici o biologici.

Costano poco, sono difficilmente controllabili e, anche se costituiscono un pericolo per la stessa parte che le impiega, segnano il limite più alto della belligeranza, quella più incontrollabile e micidiale. Per questo la nuova politica difensiva si presenta come preventiva e, presumibilmente, totalizzante. La lotta al terrorismo consente l’affermazione unilaterale e prioritaria della sicurezza degli USA, il recupero della rappresaglia (retaliation) come diritto, il dirottamento della ricerca tecnologica sui progetti militari, l’alterazione del sistema della cooperazione, l’enduring degli arsenali, l’ambiguità dell’uso delle armi (il “primo colpo” solo se attaccati o “preventivo”), l’indebolimento dei controlli multilaterali, la ripresa dei test nucleari, l’azzeramento della limitazione numerica dei missili e via enumerando secondo l’analisi del BASIC.

Domande senza risposta

La presunzione di depositi in territorio nemico di armi, in particolare chimiche e biologiche, e anche di nascondigli di comandi terroristici comporta la strategia, sperimentato sul territorio afgano, dell’esplorazione profonda dei territori sospetti. Le armi già in dotazione – come il B61-11 – hanno una capacità di penetrazione di 6 metri. Per le esigenze future si deve andare

La nuova generazione di armamenti

Se si dovesse indicare un segno distintivo degli arsenali che i paesi occidentali schiereranno nei conflitti dei prossimi anni si dovrebbe far ricorso al concetto di Network Centric Warfare. Una guerra ‘informazionale’ nella quale le tecnologie dell’informazione svolgeranno un ruolo determinante, combattuta da forze e sistemi d’arma che raggiungeranno la loro massima efficacia solo se inseriti in un network capace di avvolgere tutto il teatro delle operazioni. Ciò che importerà nelle prossime guerre ‘senza fine’, saranno efficacia, prontezza, e flessibilità del network miliare. In questo senso si deve intendere di il recente ordinativo, del valore di 378 milioni di dollari, che la Boeing ha ricevuto dal Pentagono per accelerare la produzione della bomba con sistema di guida satellitare GPS denominata JDAM, un sistema d’arma che rappresenta in sé la realizzazione di un piccolo network. Sviluppata dopo che nel corso della guerra del Golfo del 1991 i sistemi di guida laser furono messi in forte difficoltà dalla pioggia e dall’umidità, è stata impiegata per la prima volta nel 1999 in Iugoslavia. Rispetto agli ordini a giuda laser è molto più ‘affidabile’ ed economica (25.000 dollari per singola unità contro i 250.000 delle bombe laser). Si tratta di un ordigno ‘ognitempo’ del quale sin dal 2000 è stata ordinata la produzione di 8.900 esemplari all’anno che, sulla base del nuovo contratto, passerà a 33.600 a partire dall’agosto del 2003. Secondo il “Washington Post” del 18 settembre 2002 le scorte limitate di queste bombe avrebbero consigliato di posticipare l’inizio delle operazioni contro l’Iraq. Si prevede che nel corso della guerra si potrebbero impegnare massicciamente le JDAM per distruggere la maggior parte degli obbiettivi iracheni a terra facilitando l’invasione ed evitando una rischiosissima guerra d’attrito. Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano statunitense fosse vera saremmo di fronte alla chiara dimostrazione di come nella guerra odierna i mezzi hanno un’importanza tale da determinare le stesse scelte politico-strategiche. Oppure, visto che le motivazioni politiche ‘ufficiali’ che tentano di giustificare lo scoppio dei conflitti sono sempre meno credibili, ci si affida alla costruzione di arsenali in attesa che i giochi politici sotterranei e inconfessabili siano fatti.
A.L.

oltre: gli hardened and deeply-buried targets raddoppieranno la loro efficacia. Come saranno queste armi di profondità: sensori? esplosivi? Gli strateghi hanno in mene le conseguenze sull’ambiente naturale e umano? I depositi eventualmente stanati verranno neutralizzati, recuperati, fatti esplodere o lasciati sepolti? L’esperienza, diversa naturalmente, ma utilizzabile per analogia, dell’uranio arricchito in Kosovo testimonia l’indifferenza degli apparati militari a porsi il problema delle conseguenze. Il full-out che esce dalle caverne sotterranee si espande nell’aria e già scienziati americani hanno allertato l’opinione pubblica insistendo sulla sua alta pericolosità per gli esseri umani e per l’ambiente. La dottrina di Bush e il ritorno del nucleare ha dunque conseguenze preoccupanti, anche se Rumsfeld conforta a credere che gli Stati Uniti hanno, si diritto alla sicurezza, ma non useranno il nucleare per primi. Intanto i vecchi arsenali sono divenuti obsoleti, ma sono ancora lì e non solo in Usa. I nuovi comprendono sistemi nucleari miniaturizzati (non fanno saltare il mondo ma producono grossi sconquassi locali) e innovazione nel settore dei sistemi missilistici, dei sottomarini, dell’aviazione. Questo significa nuovi test e conseguente, definitiva messa in crisi dei Comprehensiv Test Ban Treaty (CTBT); e di qualcosa di più. Sarà, infatti, inevitabile un effetto a cascata sulle relazioni bilaterali della politica americana.

Quali scenari per il futuro?

Prendiamo la Cina – che i politologi individuano come l’obbiettivo finale della sfida imperiale – e domandiamoci quanto durerà la volontà di auto-limitare la propria deterrenza. Oppure la Russia in cui la linea conciliativa di Putin significa la meno libera in Cecenia, ma non l’esclusione dal controllo delle aree petrolifere. Anche la NATO, in qualche modo messa in crisi davanti alla necessità dell’Europa di dotarsi di una forza autonoma, dovrebbe ritrovare il tradizionale ruolo dipendente, anche se per ora sembra disapprovare la strategia a oltranza. BASIC si appella per questo ai paesi europei, perché ripropongano con forza il sistema della prevenzione e dei controlli affinché la sicurezza globale non sia determinata dalle sole scelte degli Stati Uniti. Le pressioni esercitate in questa settimana  sull’Europa hanno, per la prima volta, trovato resistenza e l’Europa, desinata a perdere il proprio futuro accettando il riscatto degli arsenali ( che non significano automaticamente la vittoria di chi le possiede) deve trovare un ruolo autonomo ma la prevenzione è una richiesta tardiva: le armi sono tornate al centro e la guerra si ripropone nei termini più sopraffattori e rischiosi. Anche perché non pochi missili nucleari preventivi sono attivi in India e in Pakistan, dove si sperimentano nuove testate e dove le tensioni sono più accese che mai. Enduring Freedom anche lì?

Il rapporto Bunker Busters: Washington’s Drive for New Nuclear  Weapons è reperibile sul sito:

www.basicint.org/pubs/Research/2002BB.pdf

 

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