BOLZANO

Se la vittoria scalza la pace

Era la città laboratorio della convivenza. Ora anche la battaglia sul nome di una piazza indica che a Bolzano le cose sono cambiate.
Francesco Comina

Il fantasma della Vittoria riprende la sua antica dimora sulle tabelle della piazza più antica d’Italia e scalza la Pace, che un sindaco coraggioso aveva cercato di innalzare come programma politico e culturale aperto al futuro dell’integrazione fra i popoli.
È la mezzanotte del 6 ottobre. Bolzano si addormenta piegata sul suo passato triste e lacerante. La giunta comunale di centro sinistra (collegata con la Svp) entra in uno stato di catalessi e si alzano prepotenti le ombre della crisi istituzionale.
È il clima che si respira a caldo nel raccogliere i dati conclusivi del referendum consultivo voluto da Alleanza Nazionale per ripristinare la vecchia denominazione, che celebra la vittoria d’Italia nella prima guerra mondiale con l’annessione del Sudtirolo e l’inizio della storia più brutale del colonialismo italiano nelle terre a maggioranza tedesca di questa provincia ai confini con l’Austria.

Convivenza impossibile?
Il dato elettorale supera ogni previsione e getta addosso alla giunta comunale un messaggio molo preciso: oltre il 61 per cento dei cittadini che si sono recati alle urne (62 per cento in totale) rifiuta il nome della Pace e si schiera al fianco della destra per dire un forte “no” al depotenziamento dell’unico forte simbolo di coesione italiana nel Sudtirolo bilingue, ossia la piazza della Vittoria con il suo monumento fascista al centro e alla scritta sul frontone che offende terribilmente i sudtirolesi: “Hinc ceteros excoluimus lingua, legibus, artibus” (da qui abbiamo acculturato i barbari nella lingua, nelle leggi, nelle arti).
Dalla pubblicazione del risultato referendario a oggi tonnellate di commenti, editoriali, servizi televisivi in quasi tutti i mass media europei tornano continuamente a porre lo scandalo di Bolzano e della sua cultura fascista ancora prepotentemente attiva.
Ma in realtà quel referendum mette a nudo un groviglio di problemi sociali, politici, culturali, antropologici, psicologici, istituzionali, non dissimili da quelli che accompagnano il cammino della società civile ovunque nel mondo. Con alcune particolarità fondamentali: la difficoltà di dare vita e sostanza alla convivialità delle in un luogo dalla doppia identità, il peso dello scontro etnico del passa o, che si tramanda di generazione in generazione e il disorientamento che prende i cittadini e gli amministratori quando si tratta di elaborare un progetto di convivenza che vada oltre il diritto positivo, oltre la visione materiale delle cose, oltre l’idea di un dialogo per strade parallele e mai convergenti.
E allora anche la Pace scritta sui cartelli di una piazza può essere vista come un puro e semplice atto formale, amministrativo, burocratico e non come una risposta in positivo a una realtà di pace praticata.

Un voto contrapposto
Il voto del 6 ottobre non può essere letto solo come un voto fascista. Per la prima volta nella storia di questa città gli italiani hanno votato intruppati come fossero dentro un nuovo partito di raccolta contrapposto al Sammelpartei tedesco che in provincia ha la maggioranza assoluta (Südiroler Volkspartei).
Il messaggio di An è penetrato trasversalmente conquistando a sé una buona fetta di elettori di sinistra i quali, pur non essendo andati al comizio che il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ha tenuto in piazza della Pace – Vittoria (comizio che ha scandalizzato mezza Europa, compreso il picconatore Cossiga in vacanza a Dobbiaco) hanno voluto esprimere il loro disappunto nel dover cedere ai tedeschi un pezzo della propria identità italiana. E perfino alcuni referenti dei movimenti di base per la pace e i diritti umani hanno evitato di partecipare al referendum “spacca-città” con svariate motivazioni, riconducibili anch’esse dentro il quadro della propaganda di An: “La solita politica del carciofo della Svp che muove a suo piacere il centrosinistra e che a lungo termine arriverà a cambiare tutte le vie italiane della città”; “La debolezza di una coalizione al governo, che non riesce a coinvolgere la società civile”;
È “un problema che non vale la pena di essere affrontato”; “il rispetto della storia anche quando essa ci parla di eventi spiacevoli”.
Una serie di preoccupazioni e di paure alimentate dall’attivismo di An e dei suoi militanti, che per mesi e mesi hanno battuto i quartieri periferici gettando benzina sul fuoco della contrapposizione etnica.
E ora – a referendum concluso – emerge anche un intento “punitivo” di alcuni suoi senatori, sollecitati a scrivere un disegno di legge in materia di tutela dei beni architettonici della prima guerra mondiale con riferimento esplicito alla piazza della Vittoria in cui si pongono vincoli, anche di natura penale, al non rispetto dei criteri di tutela dei nomi e dei manufatti della grande guerra, vincoli che avrebbero pure valore retroattivo. Come a dire: se non si riesce a battere il sindaco di Bolzano con il referendum gli imponiamo il ripristino della Vittoria per legge. Una proposta bloccata in commissioni affari culturali del presidente forzista Franco Asciutti che su Il mattino di Bolzano ha parlato di un “testo animato da spirito di rivalsa” nei confronti della giunta bolzanina.

Bolzano è cambiata
Restano da definire, nel dibattito politico post-voto, la responsabilità politiche del centrosinistra, che ha messo il silenziatore alla propria campagna referendaria e quelle della Chiesa istituzionale, che al di là di un paradossale tentativo di mediazione dell’ultima ora (il vescovo ha buttato lì una soluzione di compromesso nel nome “Vittoria della pace”) se n’è rimasta lontana e in disparte.
L’unica iniziativa degna di nota è stata l’incontro con Alex Zanotelli organizzato dal Punto Pace di Pax Christi. Alex è salito nel giorno in cui Fini teneva il suo comizio per portare un testimonianza di riconciliazione. E ha detto: “Vedo in questa città un clima glaciale. Non c’è pace perché non c’è comunità. Viviamo come nomadi in un mondo appiattito sul piano del mercato e del commercio, ma i volti rimangono lontani, senza nome e senza storia. Fare comunità significa ritrovare il volto dell’altro e concepire una piazza non come un luogo di sacro, ma come un luogo d’incontro, di vita, di convivialità delle differenze come dice don Tonino Bello. Altrimenti tutto diventa vano, anche la pace sui cartelli stradali”.
E da Lisbona, Padre Alex ha pensato subito a Bolzano, quel lunedì 7 ottobre quando la storia della città: “laboratorio di convivenza” è tornata indietro di trent’anni: “Sono molto dispiaciuto di questo risultato, però il cammino della pace inizia adesso e io sarò al vostro fianco”.
Mentre Alex pronunciava queste parole, gli Schützen altoatesini annunciavano la loro manifestazione di protesta contro la Vittoria in piazza del municipio e il partito di destra tedesco, Union fur Südtirol, mostrava le foto della loro piazza ideale (giù il monumento e via la piazza) mentre alcuni giovani naziskin aggrediscono il sindaco.
Ora non sappiamo quanto tempo ci vorrà per uscire dalle secche della Vittoria.
Il vecchio progetto di depotenziamento della piazza (su cui aveva lavorato anche Langer in Consiglio provinciale negli anni ’70) riamane, per ora, solo un ricordo coraggioso di un sindaco coraggioso, che nel rilanciare la coalizione ora mette al centro dei suoi progetti la creazione di un laboratorio per la gestione nonviolenta dei conflitti.
Da affidare a Pax Christi. Forse.

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