AMERICA LATINA

Tra terrorismo e solidarietà

La guerra al terrorismo dilaga anche in America Latina. Ma sa nascendo una nuova alleanza in nome della pace.
Samuel Ruiz

Due sono i processi alla luce dei quali si deve guardare all’America Latina oggi. Il primo è il processo di pace che sta procedendo un po’ ovunque, il secondo è la condizione dei diritti umani. Il processo di pace non ci lascia cero tranquilli perché i piani economico-politici che si sono sviluppati al suo interno, e particolarmente il “Plan Pueble Panamà” il “Plan Colombia” e il “Plan Alca” per il libero commercio nella zona sud dell’America Latina, sono strettamente legai al processo di militarizzazione e ai preparativi di guerre che avanzano nel continente.

Guerra al terrorismo
Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 sono stati presi a pretesto per giustificare molte delle cose che si stanno compiendo in questo continente, come nel resto del mondo, con l’obbiettivo fondamentale del controllo delle risorse energetiche da parte delle grandi potenze.
L’11 settembre 2001 ha fornito un preteso per accusare tutti gli oppositori di questi piani di essere terroristi o potenziali terroristi. La questione si è complicata a livello internazionale. Non riesco a comprendere come una nazione, per quanto potente come gli Stati Uniti, abbia potuto spingere anche l’Europa a entrare in questa guerra generalizzata.
Le ripercussioni di questa situazione nel continente latino-americano sono pesanti. La solidarietà oggi si pone in stretto collegamento con la questione della pace. La risposta alla domanda “Quale solidarietà con l’America Latina oggi?” si avrà solo rispondendo alla domanda su come si fa a costruire la pace oggi.
Purtroppo alcune specifiche situazioni hanno favorito il coinvolgimento dell’America Latina in questa situazione di guerra contro il terrorismo. Penso in primo luogo alla Colombia dove, dopo l’11 settembre, si sono verificati vari interventi delle forze delle forze guerrigliere Farc contro la popolazione civile, contro le chiese e uomini di chiesa. Questi gruppi sono stati immediatamente inseriti tra le organizzazioni terroristiche da combattere con ogni mezzo. Anche nel Messico, dopo l’11 settembre 2001, per alcuni alti politici l’Esercito di liberazione nazionale zapatista del Chiapas era da considerare un movimento terrorista. Per fortuna, il governatore dello stato Pablo Salazar ha subito detto che lo ZLN non era un movimento terrorista bensì un movimento di riforma sociale.
Il governo nordamericano ha esercitato una forte pressione sul governo messicano perché contribuisse, con rifornimenti di petrolio o con forze militari, alla guerra internazionale contro il terrorismo: il presidente Fox, da parte sua, ha risposto che avrebbe potuto inviare il petrolio ma i non i soldati. In seguito, però, altri membri del governo hanno reagito dicendo che neanche questo si poteva fare a causa della mancanza di mezzi tecnici atti ad aumentare la produzione di petrolio, peraltro già insufficiente.
L’intenzione degli Stati Uniti di attaccare l’Iraq ha avuto reazioni molto differenti nei diversi Paesi latino-americani, come del resto in Europa e negli stessi Stati Uniti: sappiamo, infatti, della grande opposizione che il piano di Bush ha incontrato negli Stati Uniti stessi, il che ci lascia ancora sperare che non si tratti di avvenimento così immediato.
Nonostante questi venti di guerra, a me pare che stiamo vivendo una situazione di globalizzazione nella quale, se da un lato si sviluppano i preparativi di una guerra globalizzata, dall’altra siamo entrando in una situazione storica che consente un vero cambiamento sociale globale. La domanda fondamentale da porsi, dunque, non è chi abbia organizzato l’attentato alle Twin Towers, ma perché l’ha fatto.
Nel mese di Maggio scorso sono stato in Giappone e sono stato a visitare Hiroshima e Nagasaki, dove furono lanciate le prime bombe atomiche nel 1945. Mi è passato un brivido nel corpo all’idea che, dopo il primo lancio della bomba che aveva provocato la morte di più di centomila civili, ne fosse stato effettuato un secondo per portare avanti la sperimentazione. Nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare quello un atto di terrorismo.

Tra giustizia e ingiustizia
La situazione nella quale si trova il mondo oggi ci porta a prendere decisioni secondo una logica che non coincide con quella presentata da Bush. In realtà, non si tratta di scegliere tra un sistema terrorista e uno non-terrorista, perché entrambi i sistemi sono terroristi. Si tratta piuttosto di sceglie tra la giustizia e l’ingiustizia, tra lo schiacciamento e la ricerca di un nuovo modello sociale. In questo ambito, dobbiamo cercare una risposta alla domanda su cosa significa essere solidali oggi, perché non si tratta di scegliere tra uno stato mussulmano dove c’è del terrorismo e una cultura occidentale del tutto esente dalla violenza terrorista, ma piuttosto tra una forma di terrorismo – che è comune a entrambe queste culture – e un nuovo modello sociale.
La globalizzazione dell’economia e della politica ha come conseguenza l’aumento dell’ingiustizia e l’aumento della povertà non solo nel Terzo mondo ma anche nel Primo (sono rimasto impressionato dalla presenza di senza casa e di persone che chiedono l’elemosina in Giappone). Con il sistema neoliberale è cresciuta pure la miseria al suo interno. I G7 stanno diventando “misericordiosi” perché si preoccupano della enorme povertà che cresce nel loro interno e che mette in pericolo la loro sopravvivenza.
La loro vera preoccupazione è che il Terzo mondo non solo si possa sollevare, ma che allo stesso tempo si articola e stabilisce alleanze con i movimenti di

Tatic Samuel
Don Samuel Ruiz è oggi vescovo “pensionato” di San Cristobal del Las Casas nello stato messicano del Chiapas. Don Samuel vi arrivò giovanissimo il 1 gennaio del 1960. Il più significativo riconoscimento glielo hanno dato gli stessi indigeni che lo hanno chiamati “Tatic”, ossia padre. Don Samuel ha lasciato fisicamente il Chiapas, ma continua a portare in tutto il mondo la sua passione evangelica per la liberazione dei popoli indigeni e di tutti gli esclusi della terra.
A.V.
basi del Primo mondo per contestare le conseguenze di questo sistema globalizzato, il che crea un’enorme instabilità. All’interno di questo movimento, poi, si alza sempre più voce del Terzo mondo indigeno e contadino, che con forza proclama che questo sistema sfruttatore e oppressore non è l’ultimo né il definitivo. È possibile, cioè, un altro mondo nel quale si costruisca una società basata sulla distribuzione e non sulla concentrazione del potere economico-politico.
Per questo la solidarietà si concentra nella costruzione della pace e soprattutto nell’incontro tra il Terzo mondo e la “base” del Primo mondo, in nome della costruzione di una nuova società. Questo cammino non è diverso ma fa parte del cammino di rispetto dei diritti umani, poiché è chiaro che una della conseguenze di questa concentrazione del potere economico-politico è la violazione dei diritti nella maggior parte del mondo.
Mi ha sorpreso che non ci sia stata una reazione significativa alle parole di Bush quando ha detto che in questa guerra mondiale contro il terrorismo ci sarebbe stata una censura per la diffusione delle informazioni e della verità e che bisognava mettere al primo posto non la verità ma la sicurezza. L’abbiamo visto nelle trasmissioni televisive che hanno fatto seguito all’attentato dell’11 settembre. Le immagini dei palestinesi che applaudivano a Bin Laden vecchie di cinque anni. Ci ripetono che c’è un video, un filmato, delle prove… ma la veridicità di queste affermazioni non è riscontrabile. Bisogna solo credere.

Per una nuova umanità
In questa nuova situazione mondiale il Terzo mondo latino-americano, africano, e asiatico si incontrano con la “base” del Primo mondo nel denunciare l’ingiustizia globale e volere un cambiamento di modelli sociali e culturali.
Questo ci fa capire che la solidarietà ha oggi delle possibilità che neanche ci immaginavamo alcuni anni fa, perché su questa collaborazione tra movimenti di base dei diversi continenti si fonda la possibilità di incidenza per un cambiamento globale della società.
Qualche giorno fa sono stato a Madrid per partecipare a un congresso teologico e lì ho incontrato persone che, pur essendo coinvolte nel sistema della globalizzazione cominciano a esserne molo critici.
La cosa che ha fatto aprire gli occhi a molti è stata la tragedia dell’Argentina. Fino a poco tempo fa era presentata come un modello economico per gli altri Paesi dell’America Latina e ora è piombata in una situazione dalla quale non si sa come potrà venire fuori. Altre Nazioni stanno precipitando nello stesso abisso. Il Nicaragua è in situazione estremamente critica, così come il Guatemala, ma la sensazione è che tutti i paesi dell’America Latina vadano nella stessa direzione. In questo contesto le nuove sfide e aspettative richiedono di incamminarsi finalmente verso quella “globalizzazione della solidarietà” di cui ha parlato anche il Papa. Per questo possiamo guardare ancora con speranza e coraggio al nostro cammino verso il futuro.

Testimonianza raccolta da Gianni Novelli del CIPAX.

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