Cittadini del mondo

Cittadini e stranieri. Diritti e pregiudizi. Appartenenza e partecipazione.
Come affermare il diritto di cittadinanza in un’epoca di multiculturalità?
Monica Massari (sociologa)

In un recente saggio dedicato al complesso dibattito sulla cittadinanza e alle politiche di inclusione in società caratterizzate da forme molteplici di appartenenza – qual è oramai anche l’Italia – dove i confini fra ciò che viene percepito e definito come un “noi” e ciò che, invece, in maniera crescente, viene collocato all’esterno, in un limbo mobile dove di volta in volta si colloca un “loro” non meglio specificato, viene utilizzata l’espressione “familismo legale” a indicare la particolare concezione dei diritti di cittadinanza che si è venuta affermando nel nostro Paese (Zincone, 2006). Una concezione secondo cui per diventare cittadino occorre poter vantare legami familiari, di sangue, spesso lontani, reconditi – come nel caso dei discendenti degli emigranti italiani nati e vissuti oltreoceano – e che non riconosce alcuna particolare rilevanza al fatto che vi sia un’identificazione con lo Stato o con la democrazia italiana, né, tanto meno, una partecipazione effettiva alla vita sociale, economica, culturale e politica di questo Paese. A

Pace è vita:

Tutta la vita, ogni vita, sempre e ovunque

 

Con l’intento di partecipare al cammino comune verso il Convegno Ecclesiale di Verona, il Consiglio nazionale di Pax Christi, lo scorso mese di febbraio 2006, ha pubblicato una interessante nota rivolta a tutti gli aderenti a Pax Christi, alle comunità cristiane, al movimento ecumenico, ai compagni di viaggio di qualunque orientamento, convinti che la vita e la pace contengano la sostanza dell’unico Vangelo di Cristo “nostra pace” (Ef 2, 14). La nota integrale e una sua sintesi ad opera di Sergio Paronetto sono reperibili nel sito di Pax Christi (www.paxchristi.it) oppure possono essere richiesti alla segreteria nazionale del movimento (tel. 055-2020375, info@paxchristi.it). Di seguito si riporta solo un minimo stralcio.

 

[...] Vita e pace: unico Vangelo

Nessuno può pretendere di “possedere la verità”, soprattutto in ambito giuridico-politico, su argomenti straordinariamente complessi e delicati come quelli riguardanti la bioetica, la vita nascente, la realtà familiare, la ricerca della felicità, le problematiche interconnesse della vita e della pace. La prima nostra preoccupazione riguarda proprio la pratica della ricerca della verità nel dialogo e l’acquisizione di una visione globale e unitaria dei problemi. La vita e la pace sono sorelle che camminano assieme. O crescono assieme o cadono assieme. I credenti, quindi, non possono annunciare il messaggio cristiano della vita sempre con processi alle intenzioni, con giudizi perentori, offrendo divieti e condanne. Possono annunciare la bellezza della vita solo in modo globale e gioioso, favorendo un clima di fiducia, di speranza e di serenità, valorizzando il decisivo contributo femminile.

Riteniamo necessario ricordare a noi stessi, alle comunità cristiane e a tutti i nostri compagni di strada che la vita va tutelata e promossa nella sua varietà e interezza sempre e ovunque. La vita è un bene globale, comune, conviviale, interdipendente, laico, cristiano, ecumenico, interreligioso, universale. Solo se coerente e completa “la scelta della vita” diventa verace, credibile e autorevole. Il Vangelo della vita e Vangelo della pace formano l’unico Vangelo di Cristo. [...]

 

La riflessione affronta i seguenti argomenti che costituiscono altrettanti capitoli della nota del Consiglio nazionale:

• La Pace di Cristo “nostra pace” è pienezza di vita

• I blocchi contrapposti

• Un discernimento a tutto campo

• Vita e pace: unico Vangelo

• La pace ama la vita, ogni vita, sempre e ovunque

• Vita, giustizia e pace

• “Non uccidere” come progetto e impegno

• Famiglia, laboratorio trinitario della pace

• La Chiesa, famiglia di Dio nel mondo

• Teologia, profezia e prassi di nonviolenza (un nuovo magistero per la pace)

meno che – è il caso degli immigrati cosiddetti “extracomunitari” – non si possa dimostrare di aver vissuto stabilmente in Italia per almeno dieci anni, di non aver commesso reati e di disporre di un reddito adeguato.

Stranieri in patria

Tuttavia, per diventare un “nuovo cittadino” non è detto che queste condizioni siano sufficienti, dal momento che occorre aggiungere anche una certa discrezionalità nella concessione della cittadinanza, i possibili rischi di rifiuto e tutta una serie di lungaggini burocratiche in grado di rendere ancora più lungo il periodo di attesa. Anche nei casi in cui si appartenga alla società italiana sin dalla nascita – come appunto i figli di genitori immigrati – non è detto che, per questo, si appartenga anche allo Stato, dal momento che occorre dimostrare che i genitori abbiano risieduto regolarmente in Italia per l’intero periodo di soggiorno (anche se, secondo la Caritas, circa il 50% degli immigrati in Italia ha alle spalle un passato da irregolare) e che non ci si sia mai allontanati all’estero per motivi di studio o familiari. Questi ragazzi, che pur nati e cresciuti in Italia, si insiste nel definirli immigrati “di seconda o terza generazione” – come se l’esperienza migratoria (dei propri genitori) potesse trasformarsi in una caratteristica immanente, ereditaria – vivono spesso con profonda angoscia l’ottenimento della cittadinanza alla maggiore età, visto anche il rischio potenziale di dover tornare in un Paese – quello dei padri e delle madri – verso il quale non sentono alcun senso di appartenenza. L’esistenza, infatti, di disposizioni legislative in materia di immigrazione e cittadinanza che tendono a privilegiare una definizione di questi soggetti in termini di stranieri – “stranieri in patria” si potrebbe affermare amaramente – costituisce uno degli ostacoli principali per un loro compiuto riconoscimento nella sfera pubblica.

Immagini dell’alterità

Alle origini di questa concezione della cittadinanza ci sembra, inoltre, di poter intravedere una visione dell’altro che, ultimamente, riscuote un rinnovato successo. Sempre di più, infatti, ci troviamo a constatare la diffusione delle tendenze a erigere barriere, ad attuare strategie di messa a distanza, a ridurre le occasioni di scambio nei confronti del mondo esterno a noi e, in particolare, degli altri. Altri che assumono le sembianze più disparate: il diverso, lo straniero, il migrante, il deviante, il debole, lo sconosciuto e, più di recente, l’islamico, il musulmano. Si tratta comunque di soggetti che in qualche modo generano inquietudine, paura, senso di minaccia, al di là di qualsiasi valutazione obiettiva della realtà. Anzi, in molti casi, fra realtà e rappresentazione di questi individui in termini di nemici esiste uno scarto notevole. E i messaggi dei mass media, la propaganda politica e le pratiche istituzionali contribuiscono talvolta ad alimentare questi processi, favorendo la diffusione di stereotipi fuorvianti e immagini della realtà spesso del tutto fittizie. Di frequente, in particolare nelle società occidentali, queste immagini assumono un carattere ideologico, proprio perché funzionali al consolidamento e alla riproduzione di strutture economiche e politiche di sfruttamento di cui il colonialismo, nelle sue forme vecchie e nuove, è stato un’evidente espressione. Si tratta di immagini spesso cariche di significati negativi o, comunque, ambivalenti che oggi strutturano e pervadono le relazioni che si instaurano fra noi occidentali e gli immigrati provenienti dai Paesi un tempo colonizzati.

Eppure quella categoria di straniero che abbiamo ereditato dalla modernità tende a perdere, oggi, i confini originari di significato e a generalizzarsi, a estendersi oltre i culturalmente diversi di sempre. Concetti come “identità”, “cultura”, “differenza” smarriscono la loro presunta purezza originaria – che ne consentiva una facile individuazione – e assumono chiaramente un significato contingente. Come si fa, infatti, a definire noi e gli altri se non esistono più identità che si confrontano da una posizione iniziale di differenza assoluta?

Appartenenza e partecipazione

Proprio sulla questione della cittadinanza, intesa non solo in riferimento alla titolarità di alcuni diritti, ma, soprattutto, come appartenenza a un determinato territorio di cui ci si sente parte e in cui si partecipa alla vita sociale più ampia si gioca, probabilmente, un’importante partita politica, oltre che sociale e culturale. Se si presta attenzione, da un lato, alle dimensioni assunte dal fenomeno migratorio in Italia, e, dall’altro, alla prospettiva di stabilità che caratterizza i progetti esistenziali di donne e uomini che qui vivono, pur provenendo da altri Paesi, e qui vorrebbero rimanere, emerge chiaramente come – utilizzando un’espressione di Michael Walzer – l’Italia abbia acquisito le sembianze di una “comunità di meteci”: di

Scaffali

Walzer M., Sfere di giustizia, Feltrinelli, Milano, 1987

Gallissot R., Cittadinanza, in R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera, L’imbroglio etnico in quattordici parole-chiave, Edizioni Dedalo, Bari, 2001

Caputo A., L’immigrazione: ovvero la cittadinanza negata, in L. Pepino (a cura di), Attacco ai diritti. Giustizia, lavoro, cittadinanza sotto il governo Berlusconi, Laterza, Roma-Bari, 2003

Zincone G. (a cura di), Familismo legale. Come (non) diventare italiani, Laterza, Roma-Bari, 2006

persone, cioè, che pur lavorando e vivendo in questo Paese, in realtà non vi appartengono, dal momento che non sono ammessi a parteciparvi veramente (1987). Proprio come avveniva nell’antica Atene.

La questione dei diritti della persona, oggi più che mai, necessita di essere sganciata dai diritti di cittadinanza tout court. Spesso il concetto di cittadinanza viene immediatamente identificato con quello di democrazia, in linea con la tradizione ereditata dalla Rivoluzione francese secondo cui all’idea di cittadinanza veniva associata la dimensione universalistica delle libertà conquistate dall’età moderna. Ma quella originaria promessa universalistica è stata poi contraddetta dal fatto che la nozione di cittadinanza – saldatasi a quella di nazione – abbia assunto nel tempo una vocazione discriminatoria, rappresentata da “quell’attitudine a segnare un confine e a escludere coloro che rispetto ad esso si collocano fuori” (Caputo, 2003). D’altronde già nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino veniva affermato il nesso secondo cui i diritti umani erano riservati ai soli cittadini nazionali e che, quindi, per essere cittadino occorresse innanzitutto essere un nazionale. Questa sovrapposizione fra nazionalità e cittadinanza – alimentata per tutto il XIX e il XX secolo – è stata posta in discussione nel corso della seconda metà del secolo scorso da nuove concezioni che ponevano l’accento sul riconoscimento e la tutela dei diritti sociali.

E quindi su un’idea di cittadinanza proiettata nuovamente verso i valori dell’universalismo e dell’egualitarismo. Le politiche migratorie poste in essere in particolare nel corso degli ultimi anni hanno dimostrato di mettere a dura prova queste concezioni, riaccendendo l’antagonismo fra ordinamenti giuridici locali, nazionali, comunitari – da una parte – e i diritti universali dell’uomo, dall’altra. Gli stessi processi di globalizzazione e di trasnazionalizzazione spiazzano, in qualche modo, quelle che erano le basi della cittadinanza nazionale (Gallissot, 2001). Come nota Luigi Ferrajoli, oggi occorrerebbe riconoscere che la cittadinanza non costituisce più un fattore di inclusione e di uguaglianza e che “dobbiamo ammettere che la cittadinanza dei nostri ricchi Paesi rappresenta l’ultimo privilegio di status, l’ultimo fattore di esclusione e discriminazione, l’ultimo relitto pre-moderno delle disuguaglianze personali in contrasto con la conclamata universalità e uguaglianza dei diritti fondamentali”.

Certo, la soppressione della cittadinanza come status privilegiato non può, di per sé, offrire soluzioni universali alla questione dell’esclusione di una parte degli individui che popolano la nostra società, ma siamo convinti che questa costituisca un punto di partenza obbligato sul quale avviare politiche e pratiche di riconoscimento dell’altro basate sul rispetto reciproco. Cosa significa, infatti, essere cittadini? Essere titolari di diritti o sentirsi parte di una comunità, partecipando attivamente alla vita sociale? Forse entrambe le cose, perché anche la cittadinanza formale è importante per poter essere ufficialmente titolari di diritti e doveri. Ci sembra opportuno sottolineare, in conclusione, questo aspetto dal momento che sono anche le norme relative alla cittadinanza che fanno di qualcuno una persona e non viceversa e che proprio dalle pratiche politiche associate a una ridefinizione dei concetti di democrazia, uguaglianza e partecipazione dipende la possibilità di frantumare, quanto meno, se non di spazzare via quelle frontiere che tuttora definiscono l’alterità.

 

 

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