PAROLA A RISCHIO

La pace, nome di Dio

Misurarsi con la parola di Dio e il cristianesimo dei primi secoli, per recuperare la radicalità dell’annuncio della pace.
don Ulisse Marinucci

Sembra lontano il 1963, quando Giovanni XXIII firmava la Pacem in Terris; eppure, in questi ultimi tempi, il mondo è tornato a respirare una profonda esigenza di pace. Se gli anni del dopoguerra sono stati caratterizzati dall’ansia per una fragile, ma pur sempre diplomaticamente stabile “pace fredda”, oggi non si può fare a meno di sentire “con intensità nuova la consapevolezza della – propria – vulnerabilità personale” (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIII Giornata Mondiale della Pace) .
Così come di fronte alla tragicità di fatti, scelte e idee che contraddicono palesemente i pur molteplici sforzi di pace, non è facile guardare al futuro senza lasciarsi irretire da un senso di impotenza, dettato dalla situazione di “grande disordine” in cui versa il mondo contemporaneo (Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Pace).
Il cristiano, però, oggi come sempre, non può lasciarsi sedurre dalla logica ripiegante dell’angoscia, non può abdicare alla propria responsabilità personale nei confronti di quella pace che – donata da Cristo (Gv 14, 27) e, quindi, diversa da quella del mondo – si radica profondamente nel comandamento nuovo che Gesù ha insegnato e vissuto: “...che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato...” (Gv 13, 34). Una pace che, ancorandosi profondamente allo shalom veterotestamentario, trova compimento e pienezza proprio nell’amore predicato, vissuto e offerto da Cristo. Anzi, i raffinati strumenti dell’esegesi e dell’ermeneutica biblica consentono, oggi, di interpretare e risolvere la contraddizione dei numerosi testi non pacifici, bellicosi e violenti dell’A.T. leggendoli nel contesto di un’evoluzione sapienziale e profetica del popolo di Dio che era imperfetta e aurorale e anticipa proprio la pace di Cristo e la sua novità.

Lo shalom, dono supremo
In senso biblico la parola shalom, designa il dono che riassume tutti gli altri: benessere (Ger 23, 17), felicità (IRe 2, 33), salute (Gn 43, 28), prosperità (SaI 72, 7), sicurezza (Zc 8, 10), salvezza (Is 55, 12), armonia tra Dio e gli uomini (Ez 34, 25), pienezza della vita (Is 26, 3; Prv 3, 2). Il Signore stesso è shalom (Gdg 6, 24); veterotestamentario è il suo trarre origine in Dio. La pace ha senso pieno solo all’interno del contesto dell’Alleanza, (Ez 34, 25): è offerta da Dio a tutti gli uomini e non può essere confusa con la pace mondana, fragile e illusoria (Ez 13, 9lOa. 16; Mic 3, 5: i Profeti si scagliano contro i falsi profeti che non svegliano la coscienza del popolo, ma la addormentano con una predicazione compiacente. Sono molteplici, inoltre, le contestazioni profetiche per una pace spesso ricercata al di fuori del dono di Dio ed è netto il rifiuto di una pace chiusa nella rete dei patteggiamenti e compromessi con i popoli vicini, stimati più forti. Cfr. Is 30,3; 31,1; Abd 7).
Inoltre, è il suo legame con la giustizia che ne disegna l’identità. Sussiste vera pace solo integrandola in un impegno a favore dell’orfano, della vedova, dello straniero, affinché regnino l’armonia e la prosperità (Dt 19, 10. 1314. 15). La connessione tra pace e giustizia è vivacemente sottolineata in molti testi: Ger 6,1014; 8, 11; SaI 72, 1517; 85, 11. lsaia definisce la pace “opera della giustizia” (Is 32, 17) e intravede in questo rapporto una condizione messianica ed escatologica (Is 2, 25; 11, 19; 32, 1618).
Lo shalom rivela così vari profili: un profilo teologale, in quanto la pace è dono di Dio e “nome di Dio”; un profilo messianico, perché viene con il Re-Messia, principe della pace; un profilo etico sociale perché la pace è legata all’impegno dell’uomo per realizzarla nell’ambito della società; un profilo escatologico, perché Dio, amante e fedele nonostante le infedeltà umane, realizzerà la pace totale in un futuro del quale sono consentite solo piccole anticipazioni, un profilo cosmico che si apre su un mondo totalmente pacificato e armonico (rispettivamente Sal 85,9; Gdc 6,24; Is 11,19; Ger 23,56; Is 2,25; Is 11, 68).

Icona di pace
Nel Nuovo Testamento è la vita stessa di Gesù a essere icona di pace (Ef 2, 1415). Egli esalta il primato dell’uomo e radicalizza il comandamento dell’amore in una duplice direzione, particolarmente difficile e impegnativa: il perdono senza limiti e l’amore dei nemici (Ef 2, 1415). Nel Signore Gesù trova compiuta realizzazione l’affascinante e misteriosa figura isaiana del Ebed Yhwh (1s 42, 14;49, 16;53, 112), del Servo di Dio giusto, pacifico e pacificante, che non grida sulle piazze e non spegne lo stoppino dall’esile fiamma. Egli adempie il suo compito con fermezza incrollabile, guidato soltanto dalla logica della fedeltà al suo Dio e alla sua missione universale di servizio, ricevendone in cambio violenza e morte, cui si consegna muto e silenzioso come agnello condotto al macello.
Il carattere pacifico e nonviolento dell’insegnamento di Gesù trova espressione nel famoso discorso delle antitesi del capitolo V dell’Evangelo secondo Matteo che, in apertura, proclama beati gli operatori di pace, ma prende forma soprattutto nella sua vita e, in particolare, nella vicenda della passione, dove egli appare vittima di un’ingiusta e atroce violenza, dalla quale però emerge vittorioso in forza del suo morire, del suo offrirsi innocente, affinché i veri colpevoli non siano condannati. La pace di Cristo, proclamata dagli angeli per tutti gli uomini che Dio ama (Le 2, 14), è nuova e vincente rispetto a quella del mondo perché – superando la tranquillitas della pax romana, così come l’assenza di guerra dell’eiréne greca ha saputo risignificare la pienezza di grazia dello shalom veterotestamentario fondandolo sulla follia del perdono.
Il termine greco eirène indica lo stato di ordine e coesione di una comunità e rappresenta, quindi, una condizione di vita più che un comportamento atto a condurre a tale stato. Politicamente consiste nell’assenza di guerra. La pax romana indica, invece, una situazione giuridica di tranquillitas nel rapporto tra due parti, alla cui base c’è una previa intesa resa possibile dalla potenza militare romana (Cfr. Bainton R. II., Il cristiano, la guerra, la pace, Gribaudi, Torino 1968, pp. 1316)

Nelle prime comunità
“Non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando tra loro giustizia e perdono. I pilastri della vera pace sono la giustizia e quella particolare forma dell’amore che è il perdono” (Giovanni Paolo II). In virtù di questo stretto legame tra pace, giustizia e perdono la pace, per il cristiano, non è più solo una dimensione della vita, ma è una vera e propria vocazione a cui la chiesa tutta è chiamata. La parola evangelica della pace rappresenta, nella vita della comunità cristiana, un punto decisivo per qualificarne la testimonianza, per coglierne la fedeltà all’Evangelo dentro la vicenda storica, per rivelare la sua identità ultima e profonda nel porsi al servizio del definitivo mistero di riconciliazione, che Gesù ha realizzato a prezzo della croce.
L’epoca apostolica e sub-apostolica della chiesa è contraddistinta dalla tensione verso la pace a tal punto, che in questo periodo – pur essendoci casi di cristiani arruolati nell’esercito e che, tuttavia, non erano esclusi dalla comunione della chiesa – quasi la totalità delle testimonianze cristiane disapprovano la partecipazione dei discepoli di Cristo a qualsiasi tipo di ostilità.
I Padri della chiesa antica e la comunità ecclesiale dei primi secoli sono considerati, a ragione, coloro che hanno meglio incarnato la novitas del messaggio cristiano. Ora se il Cristianesimo, fin dalle sue origini, era tendenzialmente teso verso una dimensione di pace ne consegue che tale tensione è l’autentico atteggiamento cristiano.

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