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Resistere alla cultura della guerra

Giancarlo Caselli, Luigi Ciotti, Alex Zanotelli. Tre voci a confronto sul movimento per la pace, il dopoguerra, i rapporti con la politica…
A cura di Tonio Dell'Olio

“È durante il tempo dell’alluvione che bisogna mettere da parte la semente”, diceva don Tonino Bello. Secondo voi questo movimento per la pace sta riuscendo a mettere da parte la semente?

Luigi Ciotti: Posso dire che abbiamo bisogno di continuità nell’unica vera “guerra infinita” che meriti di essere combattuta: la guerra alla povertà, alla fame, alle ingiustizie, alla sopraffazione, alle forme di schiavitù. E poi serve una capacità sempre più forte di lavorare insieme, come abbiamo sperimentato in parte unendo mondi, forze, aree e competenze diverse, nell’arco di questi mesi. Ora vogliamo continuare a lavorare sulle “e…e”, non sulle “o…o”: non c’è il tuo gruppo e basta, la tua area, il tuo mondo, ma il desiderio di percorrere in altri contesti e con altre realtà un pezzo di strada. Perché la frammentazione fa esattamente il gioco degli altri.

Giancarlo Caselli: Credo che sia importante e necessario prima di tutto fare un quadro realistico del momento che attraversiamo. E vorrei sottolineare un po’ di più i rischi, le difficoltà, i limiti con i quali bisogna fare i conti oggi. Sulla vicenda Iraq abbiamo avuto una TV in qualche modo globale, nel senso che ci ha trasmesso immagini di guerra a tutte le ore. Immagini in una certa misura selezionate, quando non addirittura filtrate da chi voleva un’informazione decisamente (c) Diego Cipriani/Archivio Mosaico di pace a senso unico. Comunque, immagini che, per le logiche commerciali delle televisioni, erano comunque un tutt’uno con i soliti spettacoli di intrattenimento, i soliti spot pubblicitari, le solite immagini di vita beata e di sorrisi imperanti obbligatori.
Ecco che, alla fine, il diluvio di immagini può anche darci l’overdose di informazione che finisce per determinare assuefazione. E così i problemi della guerra, ciò che intorno alla guerra si muove, gli scopi veri che stavano dietro al conflitto hanno finito per diventare qualcosa d’altro, di lontano da noi, fuori del cortile di casa nostra. Il rischio è che alla fine si sia portati a ragionare dicendo “così vanno le cose, così va il mondo, c’è poco da fare…”. Il tutto aggravato e complicato dalla considerazione dominante nel mondo che “chi vince ha ragione” e siccome chi ha vinto ha fatto informazione in un certo senso e potenzia questo senso unico dell’informazione, potremmo assistere a un certo riflusso della presa di coscienza, dell’impegno collettivo, della mobilitazione. È un dato di fatto che realisticamente deve essere prospettato non per essere pessimisti e meno che mai per tirare i remi in barca, ma perché continuare a remare significa tenere conto che la corrente non dico si sia invertita ma sicuramente è meno forte, anzi tende a normalizzarsi rispetto al passato.

Alex Zanotelli: Io, innanzitutto, non condivido un certo senso di sconfitta che vedo in molti: nonostante tutta la mobilitazione, la guerra in Iraq c’è stata… E allora tanti vengono a chiedermi: “E adesso cosa facciamo? Siamo stati sconfitti…”. Ma noi non siamo stati sconfitti. C’è una vitalità alla base che nessuna logica di morte può sconfiggere. In Africa ho imparato che le logiche vitali – questa forza incredibile che hanno i poveri ma che c’è in ogni uomo ed è la forza di vivere – alla fine è quella che vince. Ero a Londra, qualche giorno fa, con i comboniani, e un inglese mi diceva “Alex, è incredibile quello che è avvenuto. Dopo il 15 febbraio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – non si era mai vista una manifestazione così imponente per la pace a Londra! hanno dovuto cambiare tutti i loro piani…”. Ed è vero. Infatti Bush aveva promesso ferro e fuoco su Bagdad, parlava di una pioggia di bombe… poi dinanzi a quelle folle in piazza ha dovuto ridimensionare molto la sua prova muscolare di forza. Quello che è importante considerare adesso è che c’è un movimento non soltanto italiano ma globale, universale, che si esprime in tutte le nazioni. Se il New York Times è arrivato a dire che siamo davvero una superpotenza – e quel giornale è nel cuore del sistema – questo ha un’importanza eccezionale e la superpotenza Usa non può non tenerne conto.

Quali possono essere, allora, le linee di lavoro per il futuro?

Giancarlo Caselli: Io credo che sia particolarmente importante, rispetto al passato, anche se obiettivamente più difficile che non qualche settimana fa, sviluppare, approfondire, diffondere, la riflessione sugli effetti nefasti della guerra che non sono soltanto – e basterebbe – vite spezzate. È la filosofia della guerra che ha già prodotto, e ancor più produrrà se non si inverte questa tendenza, effetti nefasti. L’ONU, se non morta, è in crisi e deve invece essere rivitalizzata, magari ridisegnata; è in crisi perché non è più la speranza che i popoli del mondo possano vivere in pace rinunziando qualcuno a una quota di sovranità; è diventata il luogo in cui semplicemente si pretende che si prenda atto dei rapporti di forza. Questa non è la sua funzione, non è la speranza che nell’Onu si può e si deve riporre. I rapporti tra la superpotenza mondiale e gli altri Paesi, soprattutto del Terzo Mondo, sono rapporti di forza. In una certa misura lo sono stati anche nel passato. Adesso è di maggiore evidenza, con favori, sovvenzioni, protezioni in cambio di connivenze, accettazioni passive. Non si tratta di ridurre tutto al piano del diritto, ma la violazione delle regole è violenza, e la violenza produce sempre violenza. Non è soltanto illuministica preoccupazione di un giurista. I principi fondamentali del diritto internazionale sono stati – per usare un eufemismo – accantonati, come viene sistematicamente accantonata la voce del pontefice. L’accantonamento sta nel presentarla come posizione personale, come posizione di un grande uomo soltanto.

Alex Zanotelli: C’è un altro aspetto da considerare ed è il fatto che il movimento per la pace non è riconducibile solo al problema pace. Tanta parte di chi nelle scorse settimane ha manifestato contro la guerra è gente che lavora già da tempo sui meccanismi economici, finanziari, sui rapporti Nord-Sud, ecc.. Questo movimento è molto più ampio e variegato del problema pace, che è solo uno degli obiettivi che si pone. E il movimento non è una moda, è fatto di gente che riflette, cosciente, che comincia a leggere il problema globalmente, a livello economico, a livello finanziario, con le sue connessioni con le armi, con l’ecologia. È un concatenamento di movimenti con cui confrontarsi. Io sono convinto tra l’altro che avremo più repressione in questo senso.
Il potere che ha preso in mano in questo momento la situazione mondiale – e non parlo degli Stati Uniti ma dell’amministrazione Bush e del complesso militare industriale degli Stati Uniti – ha una gran paura di questo movimento e farà di tutto per metterci sotto accusa e romperne l’unità. La domanda importante adesso è cosa fare, che sementi preparare per guardare al futuro. Se finora è emersa la pace come obiettivo fondamentale del movimento, adesso bisognerà puntare anche sull’economia, sulla finanza, sull’ecologia. E visto che quello a cui stiamo assistendo è l’inizio di una guerra infinita, cominciamo a prepararci e a prevedere quale possa essere il prossimo obiettivo.

Luigi Ciotti: Innanzi tutto, si tratta di dare continuità al lavoro e questo vuol dire anche costruire la pace incominciando e lavorare in un orizzonte di quotidianità. Questo è un Paese dove ogni giorno che passa ci lasciamo alle spalle almeno una decina di persone che muoiono vittime di violenza. Non fa più neppure notizia! E poi si aggiungono le vittime indirette, ad esempio per droga: abbiamo ancora oggi quattro o cinque giovani al giorno, in media, che muoiono per overdose, per non farci dimenticare che chi muore per droga muore per mafia perché quel mercato è un mercato di mafia. E c’è poi la morte economica: lo strozzinaggio, l’usura che si è allargata a dismisura, il pizzo – ci sono persone che sono dei morti vivi perché vegetano ma sono impauriti, si arrampicano sui vetri…
Il movimento deve prendere coscienza anche rispetto ai conflitti di casa nostra. Anche perché, ad esempio, rispetto alla mafia, uno degli ultimi rapporti della DIA ha annunciato la preoccupazione di una nuova stagione di morte. E questo è ancora più grave in un Paese che ha vissuto un’accelerazione impressionante nella produzione di leggi che tutelano i forti e certamente non garantiscono i più fragili e più deboli. Qualcuno ha giustamente detto “leggi forti con i deboli e deboli con i forti”. Non si è fatto quel che doveva farsi rispetto al problema carcerario. E sulla giustizia minorile, qualcuno dice che non ci sono più i ragazzi della via paal e quindi si vanno a cancellare anni di conquiste nei confronti dei minori. Così come sulla droga, a dieci anni dal referendum tenuto proprio sui nuovi percorsi per debellare la tossicodipendenza, ci troviamo di fronte a politiche restrittive, illusorie, che prendono scorciatoie.
In generale, sul fronte dei “problemi sociali” possiamo dire che è in atto un’erosione dei diritti e soprattutto riscontriamo che si stanno creando conflitti, problemi di marginalità, di forte esclusione, che ci pongono dei grandi punti interrogativi. La legge sull’immigrazione resta uno di questi esempi, perché è una legge che tra l’altro non rispetta i criteri fondamentali individuati dall’Unione Europea né gli articoli della Carta dei diritti fondamentali e neppure le linee sui principi per i lavoratori migranti che circa dieci anni fa le Nazioni Unite hanno stabilito. Questa arroganza che ritiene di non dover tenere conto del diritto, delle convenzioni, dei patti internazionali, diventa un dato molto inquietante.

E c’è poi il nodo del rapporto con la politica…

Alex Zanotelli: Io penso che è importante a questo punto parlare di società civile organizzata intendendo in questo modo un movimento di cittadinanza attiva, su cui occorrerà riflettere con serietà: essa è un soggetto politico, cosa di cui i partiti non vogliono sentir parlare, perché credono prerogativa unica ed esclusiva dei partiti la natura di soggetto politico. Io ritengo – dato che i partiti ormai sono stati espropriati della capacità decisionale, dal momento che decidono pochissimo – che la società civile, se forte e cosciente del proprio ruolo politico, potrà forzare i partiti a fare quello che oggi non riescono a fare. E darsi obiettivi politici precisi. La cosa da evitare è che la gente possa vederci come un movimento generico, incapace di lavorare sui tempi lunghi e di incidere in profondità sui problemi che affrontiamo.

Giancarlo Caselli: C’è però una verità su cui occorre riflettere per contrastare il reflusso. Contro la guerra in Iraq abbiamo avuto un’opinione pubblica

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha sancito, con il voto di giovedì 22 maggio 2003, la fine di 13 anni di sanzioni nei confronti dell’Iraq. Nel contempo, il Consiglio ha assegnato a Stati Uniti e Gran Bretagna l’autorità per controllare il Paese fino a quando non si terranno libere elezioni.
La risoluzione 1483 è passata all’unanimità: 14 sì e nessuna astensione. Assente, al momento della votazione, solo l’ambasciatore siriano. La risoluzione prevede tra un anno una revisione delle decisioni adottate.
Con la decisione del Consiglio delle Nazioni Unite cessa d’esistere il programma oil-for-food ed è abolito ogni tipo di controllo sull’importexport iracheno, ad eccezione delle armi.
La risoluzione, tra l’altro, chiede anche al Consiglio di Sicurezza di riconsiderare se e quando gli ispettori dell’Aia potranno fare ritorno in Iraq in cerca delle armi di distruzione di massa.
mondiale particolarmente forte, a cominciare dal nostro Paese, della quale le pulsioni belliciste non hanno tenuto alcun conto. Questo è un problema per la democrazia. Certo, i governanti non devono solamente inseguire il consenso, ma anche assumere la responsabilità delle decisioni. Ma quando si tratta di questioni fondamentali, di vita o di morte, di guerra o di pace, uno scarto abissale tra il sentire dell’opinione pubblica e le decisioni o le ambiguità dei governanti è un problema cruciale per chi lavora nel senso di organizzare l’opinione pubblica e di confrontarsi con quanti fanno politica.

Luigi Ciotti: Io vorrei accennare a un altro grande conflitto sul quale dovremmo far convogliare le nostre energie: il nodo dell’informazione che non può vederci rassegnati, dobbiamo pure trovare un modo di unire le forze per un’informazione attenta, intelligente, chiara. Perché non si costruisce giustizia senza la verità! Adesso la situazione diventa ancora più grave con Murdoch che entra nel panorama televisivo italiano, per coprire alla grande anche il campo dell’informazione. Allora bisogna che i nostri movimenti, le nostre associazioni, i nostri gruppi diano una continuità nella lettura del superamento dei conflitti anche di casa nostra oltre che di quelli internazionali. Un duplice impegno che tenga insieme la pace e la giustizia con la dignità delle persone e la legalità. Sono le due facce della stessa medaglia.

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