CHIESA

Nicaragua La fede dei "Santini"

Intervista con padre Uriel Molina.
Finita l'esperienza della “chiesa popolare”, trionfano le sette e il peggiore tradizionalismo.
Mauro Castagnaro

Padre Uriel Molina è stato uno dei protagonisti del rinnovamento conciliare e uno dei principali teorici dell’incontro tra fede cristiana e rivoluzione in Nicaragua. Negli anni ’70, dalla sua comunità del quartiere Riguero a Managua, uscirono alcuni futuri dirigenti del Fronte sandinista di liberazione nazionale e nel 1980 p. Molina fondò il Centro ecumenico “Antonio Valdivieso” (Cav) per sviluppare la riflessione teologica nel quadro dell’impegno per la trasformazione del Paese. Accusato dai vescovi di essere uno dei capofila della “chiesa popolare”, ricevette due ammonizioni canoniche, fu privato della responsabilità della parrocchia del Riguero e nel 1996 fu “separato” dall’Ordine dei frati minori francescani, cui apparteneva. Attualmente è incardinato nella diocesi brasiliana di Sâo Felix do Araguaja, in Brasile, guidata da mons. Pedro Casaldaliga.

Come vede la situazione della chiesa nicaraguense oggi?
La popolazione del Nicaragua è in maggioranza cattolica, con una minoranza protestante, che cresce anche perché il riassestamento ecclesiastico degli ultimi anni, con la sostituzione in tutta l’America latina dei vescovi considerati “rivoluzionari” con prelati conservatori, ha fatto venir meno una proposta pastorale dinamica come quella della “chiesa popolare”. In Nicaragua il livello della riflessione teologica si è molto abbassato, l’aumento massiccio del clero è in gran parte frutto della possibilità di sottrarsi in questo modo al servizio militare negli anni ’80 e manca un lavoro capillare di evangelizzazione. L’oligarchia cattolica si ritrova in un movimento di tipo carismatico chiamato “Città di Dio”, che costituisce una specie di ghetto, da cui la gerarchia è tenuta ai margini. La classe media, cioè i professionisti, gli accademici, che vivono una vita più o meno agiata, trova il proprio ambito religioso nel Movimento neocatecumenale, che si è sviluppato molto in dieci anni.
Le Comunità ecclesiali di base (Ceb) sono state screditate e perseguitate dai vescovi; quelle che sopravvivono sono emarginate, tanto che a volte, per esempio a Somotillo, nella poverissima regione di Chinandega, i loro aderenti non possono far battezzare i figli – e questo a un contadino pesa molto – sposarsi in chiesa o celebrare funerali religiosi. In generale i membri delle Ceb sono quelli che vi militavano negli anni ’80, per di più invecchiati e in grado al massimo di portare avanti piccoli programmi sociali. Il grosso dei fedeli è costituito dalla massa che aderisce passivamente a un modello di chiesa tradizionale e vive un cattolicesimo popolare, molto centrato sulla devozione alla Santissima Vergine o al Sangue di Cristo e sull’uso di amuleti religiosi, come si è visto in occasione della canonizzazione di suor Maria Romero.
Gli esponenti principali di questo tipo di chiesa sono il cardinale di Managua, mons. Miguel Obando y Bravo, le cui omelie hanno quasi sempre un esplicito riferimento politico, il vescovo di Estelí, mons. Abelardo Mata, che denuncia costantemente l’esistenza di una persecuzione contro la chiesa orchestrata dai mass media, e quello di Leon, mons. Bosco Vivas, il quale è stato in alcune occasioni criticato per il presunto coinvolgimento in casi non chiariti di corruzione.
Questi ecclesiastici hanno un grande potere: nelle elezioni del 2001, per esempio, la vittoria dell’attuale presidente della Repubblica, Enrique Bolaños, contro il candidato sandinista Daniel Ortega, fu favorita anche dall’intervento diretto della gerarchia ecclesiastica, che sostenne la possibilità di votare solo per coloro che erano sposati con matrimonio religioso. Molto dediti al proprio lavoro pastorale sono altri vescovi, come mons. Leopoldo Brenes, di Matagalpa, che non si esprime quasi mai, e mons. Bernardo Hombach, di Juigalpa, al quale il fatto di essere tedesco permette maggiore libertà, ma non va oltre un atteggiamento corretto. Tra la gran massa di cattolici e le Ceb c’è una fascia intermedia accompagnata sul piano pastorale da un gruppo missionario di laici chiamato Teyocoián e diretto dal teologo José Arguello, che opera nella formazione cristiana dei contadini in diocesi più aperte, come quella di Juigalpa.

Qual è invece la situazione delle chiese protestanti?
Quelle storiche, come la battista e la luterana, sono invecchiate e tra loro alcune non hanno rinunciato al proselitismo, utilizzando il denaro proveniente dalla chiese europee a qualunque fine pur di guadagnare adepti. Poi c’è la grande massa di pentecostali e testimoni di Geova, che vivono totalmente ai margini delle chiese storiche. In Nicaragua l’ecumenismo è una causa di pochi e lo scarso interesse per il Cav è frutto del fatto che le chiese evangeliche hanno preferito non contaminarsi con un’istituzione a suo tempo così fortemente stigmatizzata.
Dopo l’esperienza degli anni ’80, io mi sono proposto di vivere la fede a livello di preghiera, rispetto, silenzio e, quando la malattia me l’ha permesso, ho ripreso a scrivere articoli, che hanno aperto un dialogo con una minoranza di cristiani “senza chiesa”.

Quale ruolo dovrebbe svolgere la chiesa nell ’attuale situazione del Paese?
In generale la chiesa non può rinunciare a essere una voce profetica. Ciò significa ancora una volta parlare della povertà, sapendo che questo tema, nel contesto della globalizzazione, ha meno eco. I programmi degli organismi finanziari internazionali non possono sconfiggere la miseria, perché impongono ai poveri grandi investimenti al di fuori delle loro possibilità e un’efficienza tecnica irraggiungibile.
Quindi i contadini al massimo riescono a sopravvivere mangiando mais e fagioli, ma non possono pagare medicine e istruzione. Tuttavia il precedente governo ha ulteriormente ridimensionato la sanità pubblica. La chiesa dovrebbe affrontare con capacità critica e profetica il problema della riduzione della povertà, non moltiplicando belle parole retoriche, ma analizzando e denunciando i meccanismi socioeconomici che la producono.
Un'altra questione importante è l’amministrazione della giustizia. Questo Paese è così corrotto non solo per il denaro che viene rubato, ma per il modo in cui i tribunali emanano le sentenze, che portano in carcere sempre e solo i poveri. Le prigioni sono piene di giovani, che vivono in condizioni allucinanti di sovraffollamento, mentre fuori le bande giovanili impediscono di circolare tranquillamente, soprattutto di notte, e cresce la prostituzione di ragazze poco più che bambine. Queste contraddizioni sociali dovrebbero essere al centro della missione evangelizzatrice della chiesa, non necessariamente politica. Ma io non vedo un programma ecclesiale in questa direzione.
D’altro canto a Managua non esiste una libreria cattolica: come si alimenterà la formazione dei sacerdoti, dei laici usciti dai collegi cattolici? Che parola potrà dire la chiesa sulla biogenetica, sulla clonazione, sull’omosessualità, sulla prostituzione infantile, sui mutilati di guerra, sui detenuti? La fede cattolica è ridotta a puro atto formalistico e dai santini, di cui è piena la cattedrale, che alimentano il fanatismo; non c’è, come in passato, un settimanale cattolico, ma solo un foglio domenicale in gran parte dedicato ai testi delle letture bibliche, con solo cinque righe di commento. Queste contraddizioni pastorali sono molto gravi, perché tra i giovani si registra una crescente domanda di spiritualità, che si rivolge alle religioni orientali, allo yoga, alla meditazione trascendentale. Anche il tema della donna è molto importante, perché in Nicaragua si fa fatica a dire che una bambina può fungere da chierichetto nella Messa o che una suora può distribuire la comunione. I tempi ci hanno superato e la chiesa è rimasta con le sue quattro formule stereotipate a invocare sempre l’obbedienza alla gerarchia e al papa, per cui sempre più gente conduce la propria vita senza preoccuparsi di essa.

Del settore ecclesiale a suo tem po impegnato nella rivoluzione non sono sorte esperienze inno vative o portatrici di speranza?
È molto facile dare la colpa sempre alla gerarchia e alla repressione intraecclesiale, ma anche i cristiani progressisti non hanno oggi una vera proposta. Eppure i libri della Bibbia che più invitavano alla speranza, come il “Deuteroisaia”, sorsero proprio quando le comunità israelitiche vissero il periodo più duro della persecuzione durante l’esilio. Credo che chi si riconosce in un altro modello di chiesa dovrebbe riunirsi. Invece c’è una dispersione e un nascondimento intenzionale. Ciascuno vuole difendere il proprio orticello, senza l’autocritica collettiva degli altri che cercano di muoversi nella stessa direzione.
Ma la fede e la pastorale non si alimentano se manca una riflessione e questo si nota sul piano continentale: l’unica voce incoraggiante è quella del cardinale di Tegucigalpa, mons. Oscar Rodriguez Maradiaga, che indica una strada pastorale. Basta vedere il bel materiale prodotto dalla sua Commissione arcidiocesana della Caritas alla vigilia delle elezioni politiche in Honduras sulla coscienza politica del cristiano, in cui la corruzione ha nome e cognome. In Nicaragua non c’è nulla di simile.

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