ITALIA

Quanto rischia la giustizia

I rischi connessi alla riforma dell’ordinamento giudiziario.
Giancarlo Caselli

Le forze politiche che formano l’attuale maggioranza hanno in programma la riforma dell’ordinamento giudiziario. Il Consiglio dei ministri ha già varato al riguardo vari progetti. Oggi i magistrati costituiscono un potere diffuso, si distinguono solo in base alle funzioni esercitate, possono (se lo vogliono) essere liberi e indipendenti e operare “sine spe ac metu”. Tutto cambia coi nuovi progetti.

Cinquant ’anni indietro
Il primo di questi prevedeva un’organizzazione burocratica di tipo piramidalegerarchico, al vertice della quale si collocava la Corte di Cassazione, cui erano attribuite funzioni tipiche del CSM in tema di reclutamento, formazione, selezione e carriera dei magistrati. In questo modo la Cassazione, oltre che giudice dei processi, diventava giudice dei giudici, espropriando alcuni compiti che la Costituzione riserva al CSM (Consiglio Superiore della Magistratura). Tali compiti, inoltre, si sarebbero dovuti assolvere in stretto collegamento col Governo, posto che erano demandati a soggetti sulla cui scelta il Ministro della giustizia poteva largamente incidere. Il che significava che di fatto il Governo interferiva in materie riguardanti lo “status” dei magistrati, con palese possibile conflitto rispetto alla separazione dei poteri sancita dalla Costituzione. Evidente il rischio che i magistrati progrediscano in carriera per una sorta di cooptazione governativa; che vada avanti chi più piace al potere, come accadeva fino a una trentina d’anni fa. Ed è paradossale che tutto ciò venga contrabbandato come “moderno”, come progetto riformista ostacolato da “conservatori” incapaci di aggiornarsi. Anche per la decisa reazione della magistratura associata e di parte dell’opinione pubblica, questo originario progetto è stato sostituito con un disegno di legge (detto “maxiemendamento”) approvato dal Consiglio dei ministri il 7.3.2003, che sembra fatto apposta per indurre alla classica frase: “dalla padella nella brace”.
Invero, quest’ultimo progetto attua di fatto la separazione delle carriere (anticamera del venir meno dell’indipendenza del PM (Pubblico Ministero) e quindi della magistratura tutta); riesuma una disciplina dello “status” dei magistrati su base pressoché esclusivamente carrie ristica, secondo una progressione rigorosamente verticale affidata a controlli concorsuali di tipo meramente teorico, senza spazi per valutazioni in ordine all’attività professionale effettivamente svolta dal magistrato; la funzione del CSM si riduce alla presa d’atto degli esiti dei vari concorsi; si ripristina un assetto fortemente gerarchico degli uffici di procura. In sostanza, da un lato si incide sul principio costituzionale del governo autonomo della magistratura, relegando il CSM in una mortificante funzione di certificazione notarile; dall’altro si compromette l’indipendenza della magistratura, intaccando il princi pio di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Definire questo disegno come restauratore è persino troppo facile: anche col nuovo progetto l’assetto della magistratura verrebbe riportato a un’epoca persino anteriore agli anni Cinquanta.

Separare le carriere?
La separazione delle carriere fra magistrati requirenti (PM) e giudicanti è il fulcro dei problemi. Recentemente il Presidente del Consiglio (con un emendamento al “maxiemendamento” annunziato nel corso di una trasmissione TV) ha esplicitamente detto di volerla formalmente realizzare. Vi sono vari Paesi in cui tale separazione esiste senza gravi ripercussioni sul sistema giustizia. La questione va pertanto affrontata senza insofferenze, semplificazioni o rifiuti pregiudiziali. Ma non dobbiamo mai dimenticare in che mondo concretamente viviamo. Il nostro mondo – l’Italia – non appare il migliore dei mondi possibili, a causa di alcune specificità concrete dalle quali non è consentito prescindere. Il nostro mondo è quello della mozione approvata il 5 dicembre 2001 dalla maggioranza del Senato. Una mozione parlamentare che censura un provvedimento giudiziario: mai successo prima nella storia della Repubblica. Una mozione contro cui centinaia di professori universitari di diritto (non magistrati “militanti”…) hanno sottoscritto un documento che parla di intimidazione, giudizio di merito su provvedimenti giurisdizionali ancora sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione, attentato alla libertà di valutazione dei giudici, conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato in ordine alle funzioni interpretative che necessariamente ineriscono all’esercizio della giurisdizione.
Il nostro mondo è quello della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli anni di “Mani pulite”, destinata a mettere sul banco degli imputati i magistrati che hanno fatto il loro dovere, sol perché sgraditi a certi politici (recentemente l’on. Bondi, autorevole esponente di “Forza Italia”, ha addirittura preannunziato l’istituzione di una Commissione d’inchiesta su quell’associazione a delinquere che sarebbe stata ed è la magistratura). Il nostro è il mondo in cui capita sempre più spesso che quando un magistrato, ricorrendone i presupposti in fatto e in diritto, deve occuparsi di un politico che (in ipotesi d’accusa) ruba o intrallazza con la mafia, il problema – invece di essere il politico che ruba o collude – diventa il magistrato. Del quale si dice che fa politica sol perché ha dovuto occuparsi di un politico corrotto o amico dei mafiosi. Quando non si dice che è “matto”, o “mentalmente disturbato” o “antropologicamente diverso dal resto della razza umana” (parole pronunziate dal Presidente Berlusconi nel corso di un’intervista rilasciata il 4.9.03) Di qui (ed è tipico del nostro mondo) un sistematico rovesciamento della realtà, una serie di “bufale” ossessivamente ripetute, con un trapanamento dei cervelli capace di trasformare le fandonie in… verità. Un’intensa “black propaganda”, che intreccia in una spirale soffocante falsità, deformazioni e luoghi comuni: come partito dei giudici, toghe rosse, rivoluzione giudiziaria, teoremi investigativi, politicizzazione della magistratura e giacobinismo, fino all’abusatissimo giustizialismo.

L ’anomalia italiana
È nel nostro mondo che viene diffuso con protervia il perverso teorema secondo cui – quando si tratta di imputati eccellenti – assolvere è fare giustizia giusta, è dimostrare indipendenza dal PM; mentre le condanne equivalgono a giustizia ingiusta, sono accanimento persecutorio appiattito sulle tesi dell’accusa. È nel nostro mondo che si fa un uso politico dell’azione disciplinare (rectius: del preannunzio di azione disciplinare mediante pubblici proclami televisivi). A questo punto va anche detto che ovunque (in Europa e oltre i confini dell’Europa) vi sono contrasti fra giustizia, politica, economia.
L’Italia non fa eccezione, ma presenta (in aggiunta a quelle già viste) altre specificità che ne fanno un “unicum”. Soltanto noi abbiamo una corruzione “sistemica”, non debellata nonostante l’impegno della magistratura, alla quale anzi sono stati tolti vari strumenti legislativi di contrasto; mentre a livello politico-amministrativo nulla è stato fatto per arginare il fenomeno.

COSTITUZIONE ITALIANA
Articolo 101
La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Articolo 105
Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Articolo 107
I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso.
Il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare.
I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.
Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario.
Soltanto noi registriamo vaste collusioni della mafia con pezzi della politica, delle istituzioni e degli affari. Soltanto da noi i magistrati scomodi, quelli che si ostinano a voler applicare la legge in maniera eguale per tutti i cittadini (compresi quelli che possono e contano), sono aggrediti con brutale inciviltà. Soltanto da noi vi sono imputati “eccellenti” che pretendono di sottrarsi alla giustizia comune (riuscendoci, alla fine, con qualche provvidenziale “lodo”), nel momento stesso in cui le responsabilità politiche e morali sono relegate nella soffitta dei ferri vecchi.
Dunque, è assolutamente legittimo sostenere in linea di principio qualunque tesi in tema di “separazione delle carriere”. Ma è necessario ragionare e decidere, alla fine, avendo ben presente la realtà di fatto che caratterizza la situazione del nostro Paese. In tale realtà, la “separazione delle carriere” non sarebbe altro che l’ultimo capitolo della strategia di mortificazione della magistratura ormai in atto da anni. Un modo perché il libero esercizio della giurisdizione sia “sterilizzato” quando sono in gioco gli interessi degli imputati “eccellenti”, gli interessi di coloro che impunità van cercando.

Un PM indipendente
Per poter indagare su mafia, corruzione ed eventuali deviazione di poteri pubblici (mi riferisco, ad esempio, alle inchieste di Napoli e Genova su reparti delle forze di polizia, ovviamente senza prendere posizione alcuna sul merito dei fatti) occorre un PM indipendente. La “separazione delle carriere” chiude – quanto meno restringe pesantemente – gli spazi di indipendenza. Perché (a tacer d’altro) delle due l’una: o si formerà una casta ristretta di circa 2000 funzionari autonomi, senza controlli esterni, un vero e proprio “monstrum” di cui aver paura; oppure il PM finirà alle dipendenze, cioè agli ordini, dell’esecutivo.
E ciò in base a oggettive logiche istituzionali, senza nessun processo alle intenzioni di questa o quella maggioranza politica contingente. Mentre per quanto concerne le obiezioni che solitamente si muovono all’attuale sistema, è facile vedere come un PM resti PM, un controllore resti controllore, un giudice resti giudice, anche se prendono un caffè insieme. Perché ruoli e figure professionali rimangono (operativamente sono) diversi. Il che non significa affatto disconoscere l’importanza dei problemi di incompatibilità né la necessità di prevedere rigorosi filtri per il passaggio da una funzione all’altra. Ma devono essere percorsi razionali, non punitivi, indirizzati verso un’effettiva distinzione delle funzioni, che non sia una separazione delle carriere mascherata.
Apro una parentesi per affrontare un’obiezione che spesso si muove a chi respinge la “separazione delle carriere”. Giovanni Falcone, si dice, era per la separazione. Ammesso che sia proprio così, va detto che Falcone scriveva prima del ‘92, prima di Tangentopoli, prima che il Presidente del Consiglio di allora cercasse di liquidare il “caso Chiesa” come la birichinata di un mariuolo (così mostrando quale indirizzo avrebbe impresso alle indagini se il PM fosse stato alle sue dipendenze…), prima delle campagne di aggressione contro i magistrati scomodi. Per cui, nessuno – meno che mai io – può dire che cosa Falcone scriverebbe oggi.
Ma è un dato di fatto che in questi 10 anni le cose han subìto una mutazione genetica. E allora, si citi pure Falcone, ma premettendo sempre che le sue sono parole di prima del ‘92, quando tutto era diverso. In sostanza, essere per la separazione delle carriere equivale a essere (nella specifica realtà italiana) contro l’indipendenza della magistratura, contro l’applicazione della legge in maniera almeno potenzialmente eguale per tutti. Indipendenza e uguaglianza che sono fondamentali per la tutela dei diritti e delle libertà scritti nella Costituzione. Soprattutto oggi, in un contesto (sia internazionale sia interno) che rispetto alla tutela e alla pratica dei diritti privilegia nettamente i temi della sicurezza, intesa esclusivamente come ordine pubblico.
Col rischio di preparare (nel momento stesso in cui si avviano azioni che vengono presentate come difesa della libertà e della sicurezza) poteri nuovi che costituiscono essi stessi una minaccia per quei valori. È questo il paradosso della nostra condizione. Un paradosso che non è catalogabile come di destra o di sinistra, ma ci riguarda tutti allo stesso modo. Un paradosso che postula (proprio per assicurare che i diritti siano tutelati invece che sacrificati alle esigenze di sicurezza) una magistratura specialmente indipendente, essendo oggi particolarmente delicato e complesso l’assolvimento di tale tutela.

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