PRIMO PIANO CINEMA

La stella che non c’è

Commento a margine dell’ultimo film di Amelio. Da Bagnoli alla Cina. In epoca di dismissione di fabbriche come di persone, racconto di un significativo viaggio esistenziale.
Andrea Bigalli

Uno dei temi che il cinema fatica a esprimere, per qualità di rappresentazione e numero di pellicole, è sicuramente quello del lavoro. Sul grande schermo pare a volte che la vita trascorra secondo dinamiche ben diverse da quelle sperimentate dalla maggior parte dei poveri mortali, che per vivere devono anche lavorare. Non solo il lavoro in sé, ma il suo significato, la dignità che ne può scaturire o essere negata da esso e in esso, lo smarrire con il proprio mestiere una prospettiva di identità e la resistenza a ciò, stava al centro di un bel romanzo di Ermanno Rea del 2002, La dismissione. La chiusura dell’impianto siderurgico di Bagnoli, in Campania, diventa occasione per riflettere su una generazione che, dopo aver creduto a quel progetto e alla dimensione di riscatto che rappresentava per un’intera regione e a livello individuale, è costretta a tener conto che la si sta accantonando e niente di quanto si considera un valore (la professionalità, la lealtà, la solidarietà tra lavoratori, la dignità del proprio essere classe operaia) può servire a evitare questa svolta, che è globale, colpisce un’intera società, prima ancora dei singoli individui.
Quando ho letto che un regista attento e sensibile come Gianni Amelio aveva acquistato i diritti per la trasposizione cinematografica del libro ho pensato

Ermanno Rea, La Dismissione, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2002
L’ILVA di Bagnoli, nei pressi di Napoli, chiude dopo un secolo e con il suo smantellamento si avvia a conclusione la stagione della siderurgia italiana come progetto di crescita per tutto il Sud. La dismissione è degli impianti – venduti ai prossimi padroni del mondo, i cinesi – ma anche di una classe sociale, della sua dignità, del suo riscatto. C’è chi reagisce con rassegnazione, chi con rabbia, chi lasciandosi morire, se non fattivamente nei modi di viversi addosso. Vincenzo Buonocore sceglie il suo modo di elaborare il lutto: ed è la professionalità con cui segue i lavori di smantellamento dell’altoforno per le colate continue di cui è manutentore. I suoi colleghi, gli amici, sua moglie non lo capiscono: la sua volontà di fare bene fa nascere il sospetto che Vincenzo stia rinnegando se stesso. Ma l’offerta di andare a lavorare in Cina viene rifiutata, Buonocore resta parte del suo contesto, qualunque sia il suo destino, apparentemente arreso di fronte alla sconfitta delle proprie ragioni. Ma nel dialogo finale tra il personaggio reale che parla in Buonocore e lo scrittore, la conclusione dell’operaio napoletano suona limpida: “Pensi ciascuno quello che vuole. Noi non dobbiamo rendere conto di niente a nessuno. Abbiamo la coscienza a posto”.
che c’era da gioirne: un romanzo che si è amato lo si desidera in buone mani. E la scelta del regista in questo caso è molto felice.

La trama
Amelio inizia la sua storia dalla conclusione del libro: Vincenzo Buonavolontà (nel libro Buonocore, e il cambio di nome ha un suo senso) è un manutentore dell’altoforno, un macchinario complesso, la cui gestione esige arte, attenzione, competenza. Queste caratteristiche sono il motivo del suo orgoglio, della sua dignità professionale. La vendita dell’impianto ai cinesi, pur tra le proteste dei lavoratori (quando l’ILVA di Bagnoli fu venduta era un’azienda sana, ancora in grado di fornire profitto), segna la fine del suo ruolo, del suo mestiere. La sua raccomandazione di non usare la fiamma ossidrica per lo smantellamento dell’altoforno non viene seguita: bisogna fare in fretta, il tempo è merce preziosa, non importa se in questo modo si troveranno problemi a rimontare l’impianto, quando arriverà in Cina.
Più che un’azienda, è un’epoca che sta dismissionando Vincenzo Buonavolontà: le logiche della società a cui egli appartiene stanno cambiando, fino al punto di far pensare che è la sua appartenenza a questa stessa società che sta diventando impossibile. E quando, per ovviare a un malfunzionamento, Vincenzo prepara una centralina elettromeccanica da lui stesso modificata per scongiurarlo, l’impossibilità di consegnarla agli acquirenti asiatici diviene l’occasione per un’impresa apparentemente assurda: andare in Cina per darla di persona ai suoi successori alla manutenzione. La competenza professionale come affermazione del valore di sé, quel saper fare ciò che ti è stato affidato come possibilità di ordine nelle tue cose, nella tua anima: Buonavolontà non ha più un lavoro, ha cinquant’anni e quindi non molta speranza di trovarne un altro, di una moglie non si sa... un uomo raccontato nell’essenzialità della sua crisi. E, quindi, la Cina: un viaggio come soprassalto di reazione, la testarda volontà di ricordarsi e di ricordare che ancora non si accetta di essere stati dismessi, che quanto si sa ha ancora un senso, serve saper fare, saper riparare, far funzionare. A Shanghai Vincenzo ritrova una giovane che è stata l’interprete del gruppo degli acquirenti del suo altoforno e che ha perso il lavoro per colpa sua: sarà proprio Liu Hua a condurlo nella sua ricerca, disperso per l’immensità di un Paese affamato di tutto ciò che gli possa consentire di crescere... ma quale modalità di evoluzione troverà l’operaio napoletano nel suo tentativo di trovare un frammento di un sistema produttivo che declina secondo la scala dei miliardi, delle unità di popolazione come della ricchezza che fluisce per il Paese? La povertà ancor

Gianni Amelio
Ce ne siamo resi conto passo dopo passo che Gianni Amelio stava diventando uno dei registi italiani contemporanei più significativi: il suo itinerario artistico è intessuto di preziosa sensibilità e grande capacità autoriale. Nato il 20 gennaio 1945 in un paesino della Sila, S. Pietro Magisano, laureato in filosofia, Amelio esordisce nel 1971 con un film televisivo su Tommaso Campanella, La città del sole. La prima opera che attira l’attenzione del pubblico è Colpire al cuore, una delle più significative riflessioni sul terrorismo italiano. La sua filmografia disegna un itinerario sempre attento alla fatica di definirsi secondo i paradigmi e i modelli che ci sono stati consegnati, per arrivare a una cultura diversa, capace di traghettare l’umano che la esprime al proprio futuro.
Ecco i suoi film:
1978 - La città del sole
1979 - La morte al lavoro
1979 - Il piccolo Archimede
1982 - I velieri
1982 - Colpire al cuore
1989 - I ragazzi di via Panisperna
1990 - Porte aperte
1991 - Il ladro di bambini
1994 - Lamerica
1998 - Così ridevano
2004 - Le chiavi di casa
2006 - La stella che non c’è
più che evidente, l’affollarsi nelle case degli alveari a più piani dove si produce anche dove si vive, i bambini che sciamano nei luoghi insalubri e insicuri di lavoro, l’aria irrespirabile come scotto per questo crescere continuo, del PIL come delle dinamiche di depredazione e di scadimento ambientale... Oltre a quanto vede, Vincenzo deve fare i conti con quello che sente: luoghi e tempi nuovi, soprattutto dentro di sé.

La stella più bella
Non vi racconto – anche per correttezza di recensore – se la ricerca di Vincenzo del suo impianto va a buon fine. Il puntiglio nella trasmissione del suo ingegno semplice produce comunque i suoi risultati. L’incontro con un giovane operaio ci dice che Buonavolontà conosce l’antico modo di comunicare che lega le persone nella logica del fare, del sentirsi parte consapevole di una stessa classe sociale. E Liu Hua attende, inattesa, a una stazione di un ritorno che forse non ci sarà; ci sono già cose da riparare e questo cibo cinese non è poi così indigesto... Il volto di Sergio Castellitto – come al solito ottimo interprete – si è già aperto a sorrisi casuali, di circostanza: dopo un pianto che racconta che ci si può perdere, in Cina come in se stessi, un sorriso reciproco suggerisce che c’è ancora tempo e c’è ancora significato. Di sé, di quanto si sa esprimere, perché qualcuno “sappia che siamo nati”.
Di stelle sulla bandiera della Cina ce ne sono, ma forse ne manca una fondamentale, quella che splende limpida quando si fa memoria del valore della propria gente, senza sacrificarla a nessun criterio di produzione come di utilità. Credo che Amelio si sia ricordato, nello scegliere il titolo di questo suo bellissimo film, di una raccolta di racconti di Primo Levi La chiave a stella, dove anche soltanto un attrezzo sapeva rendere onore alla dignità e all’importanza sociale di chi lavora, e lo fa mettendo all’incrocio tra le proprie mani e la materia della fantasia e creatività.

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