AFRICA

Settanta volte sette

Perdonare è importante. Fondamentale. Per le persone e per la collettività.
A lezione di riconciliazione: da suor Leonella ai Lineamenta.
Kizito Sesana (Missionario saveriano)

Suor Leonella Sgorbati è stata uccisa in Somalia lo scorso settembre e, con le sue ultime forze, ha mormorato: Perdono, perdono. Solo chi ha coltivato per tutta la vita pensieri di riconciliazione, di pace e di perdono può reagire cosi in quel momento finale. Adriaan Vlok, già ministro della polizia ai tempi dell’apartheid in Sudafrica, e descritto allora come uno degli uomini più malvagi del regime, domenica 3 settembre si è presentato in una chiesa protestante durante il servizio religioso presieduto dal reverendo Frank Chikane. I fedeli, che lo hanno riconosciuto sono rimasti inizialmente sconvolti. Molti se lo ricordavano quando dirigeva personalmente le operazioni di polizia, picchiava i dimostranti, aizzava i cani contro di loro, e dava ordine di sparare. Ma questa volta, dopo aver partecipato a tutto il servizio, l’ormai anziano Vlok ha preso il microfono per chiedere perdono, ammettendo le atrocità da lui commesse. Chiamando i presenti “fratelli e sorelle” ha anche ammesso di aver cercato di far uccidere lo stesso Chikane, e rivolgendosi al pastore, ha ringraziato Dio per non aver permesso che i suoi piani arrivassero a compimento. Frank Chikane, da parte sua, ha raccontato alla comunità che Vlok più volte aveva domandato di incontrarlo, e, circa un mese prima, quando finalmente si erano visti faccia a faccia, Vlok gli aveva insistentemente chiesto di lavargli i piedi. All’inizio Chikane aveva rifiutato, giudicando il gesto esagerato, ma poi, convinto della sincerità di Vlok e del suo bisogno di manifestare anche con un gesto il suo pentimento, aveva accettato. Vlok ha detto “mi ci son voluti 12 anni, dopo il cambio di governo, per arrivare a questo punto, per liberarmi dal mio orgoglio e egoismo. Non rappresento nessun altro, sono qui, di fronte a Dio, da solo”.

Pace, giustizia e perdono
Il flusso di notizie da cui siamo quotidianamente sommersi per lo più evidenziano guerre e gesti di violenza e di morte. Invece questi due “piccoli” fatti, poco enfatizzati dai mass media, ci ricordano l’essenza del messaggio cristiano: l’amore che perdona. L’amore del Dio di Gesù è un amore misericordioso per chi è nell’errore e resta sempre aperto all’accoglienza e al perdono. Anche per chi lo rifiuta, anche per chi uccide la persona che gli ha donato amore e vita, come Gesù sulla croce. Chiedere perdono e offrire perdono. Le parole di Adriaan Vlok e di suor Leonella, diventeranno sempre più importanti in questo secolo. Non usciremo dai vicoli ciechi in cui ci siamo infilati, guidati da ideologie e fanatismi che promuovono sopraffazione e odio, se non saremo capaci di perdonare. Un perdono che dal livello personale deve diventare una capacità di perdono collettivo. Lo aveva ben capito il vecchio papa Giovanni Paolo II, che nell’anno del giubileo aveva fatto delle richieste di perdono per i peccati della Chiesa quasi il centro della sua azione pastorale. Un maestro che chiede perdono?! Colui che è infallibile quando insegna ex-chatedra che si inginocchia e ammette che la Chiesa ha commesso peccati?! Anche alcuni membri della Chiesa ne erano rimasti scandalizzati. La storia, per lo meno quella scritta dai potenti, ricorderà l’inizio di questo secolo per la strage delle Torri Gemelle e per la violenta reazione del presidente americano George W. Bush, che ha scatenato ulteriore odio e violenza. Ma suor Leonella e Mr. Vlok, ne sono sicuro, saranno ricordati nella vera storia di crescita dell’umanità, quella che è scritta nel cuore di Dio. Le loro parole di perdono risulteranno essere state più importanti che non tutte le dichiarazioni di guerra e le parole di odio. Utopia? Illusioni? Beati i costruttori di pace... Tutto l’insegnamento di Gesù riguardante il perdono è parte del DNA cristiano. Purtroppo a volte lo abbiamo lasciato un po’ da parte, abbiamo riservato il perdono a momenti privati, nel sacramento della riconciliazione o nei rapporti interpersonali, e abbiamo privilegiato l’orgogliosa affermazione delle nostre certezze. Ma senza perdono, riconciliazione e pace umilmente testimoniati nella vita pubblica dagli individui e dalla comunità, non esiste Cristianesimo. “No peace without justice; no justice without forgivenes” (non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono) era l’eloquente titolo del messaggio di papa Giovanni Paolo II per la giornata mondiale della pace del 2002.

Sulla strada del Sinodo africano
Perdonare è particolarmente rilevante in Africa. L’attuale Papa, con una felicissima intuizione, ha indicato come tema per la seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per l’Africa, che probabilmente si terrà nel 2009, La Chiesa in Africa al Servizio della Riconciliazione, della Giustizia e della Pace, un titolo che suggerisce immediatamente come la riconciliazione, e quindi la capacità di perdonare e di lasciarsi perdonare, sia il presupposto alla possibilità di vivere la giustizia e la pace. L’Africa in questi decenni successivi alle indipendenze dei Paesi ex-coloniali, è stata teatro di ingiustizie, violenze contro civili e bambini, guerre e genocidi – perpetrati dagli stessi africani ma spesso con mandanti internazionali – e il rilievo che i mass media internazionali hanno dato a questi fatti negativi ha creato la reputazione dell’Africa come patria della violenza più brutale. Ma l’Africa ha indicato anche delle strade originali per uscire dal circolo vizioso dell’odio e della violenza collettiva, come la Commission for Reconciliation and Truth del Sudafrica. Pur con tanti criticabili limiti questa commissione ha favorito una transizione dal regime dell’apartheid a una società democratica, senza che sui crimini dell’apartheid si stendesse un ipocrita velo di perdono senza giustizia, o le che le vittime della discriminazione razziale si scatenassero nella vendetta, creando un clima di terrore e di violenze ancor più grandi che non nel passato. È un’esperienza che finora non è stata replicata, ma che senz’altro traccia una via nuova per Paesi che escono da situazioni di violenza e negazione dei diritti umani. I Lineamenta, o documento di lavoro, che è stato pubblicato per avviare la riflessione sul tema proposto da papa Benedetto non è per niente esaltante. L’analisi della situazione dell’Africa all’inizio del XXI secolo è estremamente carente, e in non pochi passi lascia trasparire un autocompiacimento che è fuori posto nel contesto dell’analisi. Addirittura ancora in fase di analisi si danno giudizi e si propongono soluzioni, quasi rendendo irrilevante il questionario finale.

La riconciliazione al centro
Nonostante questi limiti dei Lineamenta, che qui non è il caso di approfondire (sperando che la Chiesa che è in Africa ne faccia solo un uso strumentale per sviluppare una sua riflessione più profonda e autonoma), è importante che il tema delle riconciliazione acquisti una posizione centrale nella Chiesa africana. Giustizia e Pace sono temi che in Africa hanno certamente preso spazi sempre più rilevanti negli ultimi anni. Ma il tema della riconciliazione e del contributo che la Chiesa può dare è stato molto meno presente e approfondito. Questo processo sinodale potrebbe essere un momento importante per far sì che la parola perdono diventi parte della vita della Chiesa in Africa. Da questo punto di vista è anche molto interessante la rilevanza che i Lineamenta danno alla nonviolenza, anche se quanto viene detto non è né nuovo né espresso in forma originale. Al n. 77 si dice, riferendosi anche a un testo di Paolo VI, “la risoluzione non violenta dei conflitti non è utopia o finzione; non significa neanche sottomissione, passività o rassegnazione. Si tratta realmente di creare una vera consultazione, cioè di decidere partendo dal dialogo e da una richiesta seria e continua del consenso.
Una tale dinamica presuppone la capacità di perdonare e una visione etico- morale del perdono, come opzione del cuore, una scelta personale prima che un fatto sociale”. Se la preparazione al Sinodo facesse emergere esperienze che sono andate in questa direzione e se il Sinodo fosse capace di indicare piste concrete per la formazione e la crescita della comunità cristiana su questi temi, la Chiesa potrebbe veramente diventare un agente di giustizia e di pace sempre più efficace. Ovviamente c’è sempre in agguato il pericolo di parlare e di non fare. Per esempio, rileggendo a nove anni di distanza il messaggio finale e le raccomandazioni che i vescovi del SECAM (Simposio delle Conferenza Episcopali di Africa e Madagascar, che rappresenta tutti i vescovi africani) hanno scritto nell’aprile del 1997, dopo essersi radunati a Nairobi per reagire come pastori alla crisi della regione dei Grandi Laghi e in particolare al genocidio del 1994, si resta sconcertati, perché ci si accorge che a questo documento non sono seguiti piani pastorali o azioni capaci di incidere sulla realtà, che abbiano fatto crescere la società civile sui temi dell’etnicismo e della riconciliazione. Se alle parole di riconciliazione, giustizia e pace presenti nei documenti non seguissero i fatti concreti, si approfondirebbe lo scollamento tra le parole e la vita. Non deve quindi sembrare inutile o retorico sottolineare che la Chiesa africana ha bisogno urgente di persone come suor Leonella che luminosamente testimoniano con la loro vita – e quando fosse necessario con la loro morte – ciò che sta scritto nei documenti.

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