COLOMBIA

Le ali della Colombia

Note a margine della visita a un Paese ferito dal narcotraffico e dalla guerra, aperto alla speranza da una società civile nuova e determinata.
Tonio Dell’Olio

Il Paese dell’eccesso è il titolo emblematico e significativo di un libro pubblicato solo pochi anni fa (2003) da Guido Piccoli e interamente dedicato alla storia e alla situazione politico-sociale della Colombia. Forse titolo non poteva essere più aderente alla realtà dal momento che ogni volta che ci si imbatte persino nelle statistiche che definiscono la storia di questa terra, puntualmente si pensa a una esagerazione giornalistica, a una forzatura sensazionalistica. Al contrario è tutto drammaticamente vero! È vero che in questo Paese la guerra di “bassa intensità” (le vittime però sono assolutamente reali al di là dell’intensità!) dura da oltre quarant’anni e che attualmente sono 522 le persone in mano ai propri sequestratori per ragioni

Bambini in primo piano
Lavora più di un milione di bambini di età compresa tra i 5 e i 17 anni. Lo sfruttamento sessuale e i traffici internazionali sono aumentati. Più di un milione di bambini sono stati costretti a lasciare le proprie case negli ultimi 15 anni. Circa 7000 combattenti tra i 10 e i 18 anni sono stati reclutati dalla guerriglia e dai gruppi paramilitari e rappresentano il 20% di queste forze. Nel 2002 circa 300 bambini sono stati rapiti. tra il 1990 e il 2000 la media degli anni di scuola completati è passata da 3 a 3,7 tra le ragazze e da 3,1 a 3,8 tra i ragazzi (ultimi dati disponibili in The State of the World’s Children e nel datebase di Childinfo, Unicef 2004). I bambini indigeni e afrocolombiani provenienti dalle aree rurali hanno un cattivo accesso all’istruzione. Il numero dei parti in cui le madri hanno un’età compresa tra i 15 e i 19 anni è passato da 70 su 1000 nel 1990 a 89 su 1000 nel 1995.
Fonte: Guida del Mondo, EMI 2005/2006
politiche o economiche. Questo è il Paese in cui non si è ancora riuscito a fare un calcolo preciso delle persone aderenti all’Unione Patriottica (raggruppamento di sinistra) che sono state uccise fino a qualche anno fa in un tragico stillicidio. Migliaia e migliaia di “desplazados” sono stati creati dalla minaccia continua e violenta che li ha obbligati ad abbandonare i campi per andare ad abitare i poverissimi barrios delle periferie delle città. La violazione dei diritti umani sembra essere un problema atavico, attaccato alla pelle di questa terra in cui le libertà sono sancite e proclamate ma quasi mai rispettate. È il Paese noto in tutto il mondo per la più potente ed efficiente rete di narcotraffico. La trama del suo mondo politico è costituita da una fitta rete di clientelismo e di corruzione.

I missionari
Eppure questa radiografia sarebbe parziale e bugiarda se non si riuscisse ugualmente a scorgere tanti segni di speranza che diventano dei veri e propri miracoli a giudicare dal contesto in cui prendono forma. Perché in un Paese così, dove la minaccia, il ricorso alla violenza nelle forme più efferate e l’omicidio sembrano essere una pratica quotidiana, non ti aspetteresti mai di trovare familiari di vittime che decidono di dar vita a un coordinamento di “Vittime di crimini di Stato e di lesa umanità”. Erano più di duemila persone quando ai primi di luglio si sono ritrovati in assemblea a Bogotà! Appartenenti a diverse associazioni, hanno deciso di sfidare la violenza dei loro persecutori raccogliendo il testimone di coloro che hanno dato la vita per difendere, promuovere, garantire i diritti umani e, nello stesso tempo, costruire un Paese nuovo.
A guardare bene, nelle zone periferiche della capitale ci si può imbattere in qualche missionario come Gianfranco Testa (tre anni di reclusione e torture in Argentina all’epoca della dittatura militare) che cerca di organizzare giovani e bambini in scuole di strada, di coinvolgere studenti universitari nell’animazione di Ciudad Bolivar, uno dei quartieri più tristemente famigerati per le violenze e per il controllo incontrastato esercitato dai paramilitari dell’AUC. Non mancano nemmeno qui le organizzazioni internazionali che fanno da scudo all’impegno di tanti colombiani e che offrono un apporto critico e attento in un contesto in cui appare normale che gli squadroni della morte, notte tempo, possano allineare dodici giovani su un campetto di basket e ucciderli con un colpo alla nuca. Il Paese dell’eccesso.
Mentre converso con una vicina di casa del missionario (una baracca quattro metri per quattro in cui vivono nonna, figlia con marito e due bambini), un signore con una strana uniforme bussa a ciascuna porta delle case/baracche consegnando una carta. È la bolletta dell’acqua. Sarebbe di per sé un fatto legittimo chiedere il corrispettivo per un servizio reso. Se non fosse che da queste parti ciascuno si allaccia all’acquedotto per conto proprio e che sicuramente non c’è nemmeno un contatore. Ancora una volta è il missionario a organizzare la gente del vicinato per chiedere che nessuno paghi. Piuttosto venga qualche persona istituzionalmente incaricata a rendersi conto delle condizioni di vita di queste persone. E i missionari li trovi anche nelle zone rurali, lontane dalle luci della capitale, dove affiancano i coltivatori di coca per raccogliere la sfida delle coltivazioni sostitutive o alternative. Così, uno come Giacinto Franzoi ha fatto in modo che le piante di cacao che hanno sostituito le foglie di coca, diventassero dei gustosissimi cioccolatini. Vi sembra poca cosa? Chi abita la Colombia sa bene che questa sfida è di grande portata e che sostenere queste produzioni può rivelarsi un

I diritti delle donne
Le donne colombiane hanno acquisito il diritto di votare e candidarsi nel 1954. Il tasso di analfabetismo tra le donne sopra i 15 anni si è dimezzato tra il 1980 e il 2000, passando dal 16,8% all8,4%. Nel 2000 le donne rappresentavano il 39% della forza lavoro: il 20% lavorava nel settore industriale, l’80% nei servizi. Le donne contribuiscono per 1/4 circa al tasso di disoccupazione del Paese (20,5%). Nel 2000, il 19% delle donne adulte era vittima di violenze fisiche. La mortalità materna resta elevata (130 ogni 100.000 nati vivi nel 2000), a causa del limitato accesso alle cure prenatali e infantili.
Fonte: Guida del Mondo, EMI 2005/2006
varco essenziale per voltare pagina in Colombia.
Se il narcotraffico influenza la vita politica, sociale ed economica del Paese, anche i cioccolatini di p. Giacinto diventano una strada maestra verso la pace! Padre Leonel Narváez Gomez lo scorso mese di settembre ha ricevuto dall’UNESCO la Menzione Speciale del Premio per la Cultura della Pace, quasi a sigillare il suo impegno con ESPERE, la Scuola di Perdono e Riconciliazione. Con un metodo originale ricavato più dall’esperienza quotidiana tra paramilitari, guerriglia e vittime... che dallo studio accademico, propone un cammino tutto personale di accoglienza di se stessi e dell’altro fino a spingersi alla follia del perdono e della riconciliazione, appunto. Parole, sentimenti, valori, prospettive... solo apparentemente impronunciabili in un contesto in cui sembra che solo la violenza più crudele possa prevalere. La legge di “Justicia y paz” promulgata dal governo colombiano prevede la smobilitazione delle formazioni paramilitari, la consegna delle armi e il reinserimento nella società con l’ottenimento di un salvacondotto completo. Si tratta di un provvedimento molto contestato dalla società civile più consapevole perché non tiene conto del punto di vista delle vittime e favorisce solo gli aggressori, si realizza quando il conflitto è ancora tragicamente in corso e non prevede di fatto misure effettive di riparazione, risarcimento, indennizzo... che peraltro sarebbero inevitabilmente inadeguati. Ebbene p. Leonel si è inserito proprio in questo piccolo spazio per poter parlare alla vita di coloro che hanno usato violenza e tentare le stradue ardue del perdono e della riconciliazione. Bisogna dire che, contrariamente a tutti i pronostici, finora i risultati gli stanno dando qualche ragione.

Sfide di donne
Di fronte a testimonianze, impegni, esempi di questo tipo vale proprio la pena di raccogliere anche noi la sfida di accompagnare e riscaldare col nostro impegno e la nostra attenzione, la costruzione della pace in questo angolo del pianeta. Grazie all’accompagnamento di una piccola organizzazione spagnola, 23 famiglie che erano state costrette con la forza, l’intimidazione e la morte di tanti loro cari (non c’è famiglia che non abbia almeno un fratello, un marito, un padre, un figlio... ucciso), ad abbandonare le loro terre, hanno ritrovato da sette mesi il coraggio di ritornare, stabilirsi in un nuovo territorio della stessa area, riprendere a seminare e coltivare.
La presenza di quella organizzazione, così come l’accompagnamento coraggioso della Commissione Interecclessiale Justicia y paz, fungono da protezione contro i soprusi che non sembrano a tutt’oggi avere termine. Ma guai se fossero questi sistemi ad avere l’ultima parola! In questo, la solidarietà internazionale rivela tutta la propria forza nonviolenta che il più delle volte non è destinata a fare notizia ma costruisce una storia nuova. È la Comunità di Porto Esperanza nella zona humanitaria dell’Alto Ariare nella regione del Meta. Infine, ma non da ultimo, le donne. Il loro impegno, la loro determinazione, la capacità di intuire e perseguire strade nuove...
In una cultura in cui il machismo sembra essere coltivato col caffè, non ti aspetteresti di trovare donne leader di comunità e di gruppi che organizzano la speranza mettendosi in rete. Sono forti. Sono il futuro della Colombia, sono il colore della pace, le vere protagoniste della società civile. A volte hanno perso un figlio, il proprio compagno... ma questo non le ferma. Un vero peccato non poter fare in queste pagine i loro nomi per ragioni di sicurezza! “Non ho più niente da perdere – mi dice Maria (il nome è di fantasia) – perché lui per me era tutta la mia vita. Adesso la mia vita sarebbe vuota, se non ci fosse questa lotta a riempirla. La stessa per cui il mio amore ha dato la vita”. Anche in questo caso, coloro che continuano a farle oggetto di minacce sono avvertiti: quelle donne non sono sole e vogliamo continuare a stare al loro fianco come alleati, al vostro come spina.

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