EDITORIALE

Il volto dell’antimafia

Alex Zanotelli e Tonio Dell’Olio

Da Locri a Lamezia Terme sembra che tutta la Calabria abbia ormai un moto di rivolta, un grido di consapevole rigetto nei confronti del malaffare che condiziona pesantemente la vita della sua gente e prevarica gli onesti. Non vogliamo lasciare sola la gente di Calabria in questo percorso di vero e proprio riscatto che è tutto teso alla liberazione loro (e nostra!) dal giogo dei poteri mafiosi in tutte le loro espressioni. Sì perché un aspetto che risalta con preoccupazione da tutte le analisi degli inquirenti e degli studiosi del fenomeno è che non si tratta di contrastare un’organizzazione a delinquere nel senso classico del termine, quanto piuttosto una fitta rete di complicità che può contare su assuefazioni e rassegnazioni e, ancor di più, su connivenze tacite o pattuite con alcuni settori delle istituzioni, con presenze ormai secolari come la massoneria, con altri poteri forti…
Abbiamo imparato in tutti questi anni che non si può vincere alcun confronto con le mafie se non si considera tutto il contesto e non solo una parte, la più rilevante, quella che arriva a uccidere e, in prima persona, traffica, trucca gli appalti, estorce, rapina, uccide. Per questo motivo le manifestazioni di Locri e di Lamezia Terme hanno sapore di legalità, di liberazione, di giustizia, di speranza, di vita nuova. Esse rappresentano un elemento assai prezioso che fa crescere questo nostro Paese molto più della legislazione spesso insufficiente o della preparazione dei politici spesso deludente o scandalosa, delle sviste e delle disattenzioni delle istituzioni, delle lentezze degli apparati pubblici…
La vera novità arriva dalla gente, dalla società civile, organizzata e non, dai giovani delle scuole del sud e del nord cha sanno intercettare questo filo rosso della legalità come il fronte su cui unire le proprie forze per camminare insieme. In questa direzione, l’iniziativa di Libera di convocare per la prima volta nel nostro Paese “Gli stati generali dell’antimafia” assume un significato alto, unico, di grande visione di futuro. Un percorso a cui questa rivista si sente unita nella consapevolezza che la costruzione della pace passa per la strada della liberazione dai poteri che opprimono. Pace è liberazione. Autentica, profonda, integrale. Solo in essa trova reale e concreta realizzazione la pace. Non vi potrà essere pace nel nostro Paese fino a quando le mafie continueranno a sottrarre spazi, libertà, dignità… a intere popolazioni e a condizionare la vita di tutta la nazione e di molta parte della stessa comunità internazionale.
A questo proposito ci chiediamo qual è il livello di attenzione, sensibilità, determinazione della Chiesa cattolica in Italia rispetto all’emergenza delle mafie? Francamente non ci è parso che a Verona, “la testimonianza del Risorto” in contesto di mafia abbia ricevuto particolare rilievo in termini di analisi, studio, progettazione. L’impressione che ne ricaviamo è che l’impegno a educare alla legalità, a denunciare l’ingiustizia e il sopruso, a proporre la speranza della liberazione dalla schiavitù delle mafie, sia lasciato piuttosto alla sensibilità, alla dedizione, alla passione di alcune comunità e pastori piuttosto che diventare un capitolo importante dell’azione pastorale delle chiese del nostro Paese.
Eppure 15 anni fa i vescovi ebbero il coraggio di esprimere “la viva preoccupazione per una situazione che rischia di inquinare profondamente il nostro tessuto sociale se non viene affrontata con tempestività, energia e grande passione civile” (CEI – Educare alla legalità, 4 ottobre 1991). Che fine hanno fatto quell’energia e quella passione? Quali strategie pastorali, sociali, educative ha posto in essere la Chiesa per far fronte alla situazione che quel documento aveva denunciato con un forte allarme? Saremmo molto felici d’essere smentiti da un documento finale del Convegno di Verona che indichi tutto questo.
Al contrario abbiamo avuto segnali sempre più inquietanti di un utilizzo spregiudicato e strumentale della religione da parte di alti esponenti di cosche malavitose. Ci chiediamo se questa mistificazione è un’invenzione completamente autonoma di questi mafiosi o se non vi è stato nel passato qualche silenzio che potesse far percepire che il matrimonio tra mafia e religione si potesse celebrare. Le Chiese devono ritrovare il coraggio di smarcarsi da ogni sospetto e di rilanciare il messaggio di liberazione di Gesù Cristo che è venuto perché ogni donna e ogni uomo vedano riconosciuta pienamente la propria dignità.
Le mafie stanno esattamente dall’altra parte. Per questo, riteniamo importante rilanciare con forza la proposta di un’assemblea straordinaria delle realtà ecclesiali di base più impegnate nella lotta contro le mafie. Tale evento aiuterebbe ogni cristiano sia a condividere esperienze innovative sia a rileggerle criticamente e soprattutto a creare reti. In questo momento critico in cui le mafie e la malavita sembrano dilagare, c’è bisogno anche nella Chiesa di un incontro unitario e collettivo. Napoli è solo la punta dell’iceberg. Non perdiamo tempo.

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