DISARMO

Proliferazione senza sosta

Un passo in avanti per fermare l’epidemia di morte del mercato ma l’Italia traffica ancora e molto bene...
Riccardo Troisi (Campagna Control Arms)

È veramente un passo importante – più in termini politici che per i suoi effetti immediati – quello dell’approvazione della risoluzione ONU in Commissione Disarmo e Sicurezza avvenuta alla fine di ottobre, che ha reso possibile l’avvio dei lavori per un Trattato sul commercio di armi. Un Trattato che contempli standard globali omogenei, che impedisca i trasferimenti di armi a Paesi che alimentano conflitti e gravi violazioni dei diritti umani e che renda più rigidi gli
embarghi.
Finalmente una maggioranza schiacciante di Governi con 139 voti favorevoli, uno contrario (quello degli USA) e 26 astenuti (tra cui Cina e Russia) ha dato un segnale importante all’umanità e a quei milioni di volti raccolti dalla Campagna Control Arms in giro per il mondo. Certo il percorso per arrivare al trattato non sarà breve. Nonostante i tempi, dopo tre anni di mobilitazione della Campagna Control Arms, promossa a livello mondiale da Amnesty International, Oxfam International e Rete internazionale d’azione sulle armi leggere (IANSA) e in Italia portata avanti dalle associazioni della Rete Italiana Disarmo, questo voto rappresenta un’opportunità storica per affrontare gli effetti devastanti di trasferimenti di armi immorali e irresponsabili che continuano ad alimentare i teatri di guerra di tutto il mondo causando circa 500.000 mila vittime ogni anno. Occorre continuare a lavorare per impedire il commercio illegale e per rendere controllabile quello legale assicurando trasparenza sulla produzione e sul commercio di armi, garantendo regole precise sulle intermediazioni e per i brokers, divieto di trasferimento di armi a Paesi sotto embargo internazionale e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani.

Luci e ombre italiane
Un’ulteriore soddisfazione è stato il voto favorevole espresso dall’Italia in sede di Primo Comitato dell’Assemblea generale. Questo risultato è sicuramente il frutto di una grande mobilitazione della società civile italiana, che si è attivata raccogliendo più di quarantamila volti per la foto-petizione a sostegno della richiesta del Trattato e avviando un azione di lobby che ha portato anche a far approvare una mozione parlamentare (ottobre del 2005) sottoscritta da 110 deputati. Il nostro Paese, però, rimane ancora affascinato dal “business” delle armi. I primi segnali arrivati dal Governo di sinistra rispetto al tema spese militari e produzione armiera sembrano poco incoraggianti. Purtroppo i numeri del nostro comparto industriale-militare non lasciano dubbi sugli interessi in gioco. In merito alle armi leggere, il Rapporto 2006 di Archivio Disarmo, relativo alle esportazioni italiane di armi di piccolo calibro (fucili, pistole, munizioni ed esplosivi) evidenzia una crescita pari al 22,6% nel biennio 2004-2005, rispetto al biennio precedente. I trasferimenti, che nel 2004 erano di 358 milioni, nel 2005 hanno raggiunto la cifra record di 410 milioni di euro confermando il nostro ruolo di secondi esportatori e quarti produttori al mondo in materia. Dai dati emerge che nel 2004-2005 l’Italia ha esportato armi da fuoco non soltanto (per circa quattro/quinti) nel mondo industrializzato, ma anche (per il restante quinto) verso aree che sono teatri di guerra e di conflittualità interna, compresi alcuni Paesi accusati dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, oltre che da organizzazioni indipendenti come Amnesty International, di violazioni dei diritti umani, nonché verso Paesi sottoposti a embargo.

Prospettive
Per questo la Campagna Control Arms in Italia ha deciso di rafforzare il suo impegno a livello nazionale che significa richiedere una forte riduzione delle spese militari, un maggior controllo nell’attuazione della legge 185, una nuova normativa sull’export delle armi leggere e una forte azione sul ruolo delle intermediazioni nei trasferimenti illegali di armi e loro componenti. È necessario che l’Italia migliori gli strumenti legislativi e di trasparenza sul commercio delle armi, soprattutto per renderli realmente coerenti con l’impegno preso alle Nazioni Unite attivando così un’azione politica che si discosti dalle logiche affaristiche e di interesse strategico volte a favorire e legittimare questa epidemia di morte che continua a infettare il mondo.

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