ECUMENISMO

Quei monaci dall’abito largo

In Siria a pochi chilometri da Damasco vive la comunità monastica del Khalid.
Intervista al fondatore.
A cura di Gianni Novelli

Padre Paolo Dall’Oglio è rifondatore e animatore del monastero di Mar Musa, in Siria, a ottanta chilometri da Damasco. È un luogo d’incontro tra occidentali e arabi. Luogo di ospitalità tra musulmani e cristiani di diverse confessioni. Un’esperienza significativa per chi percorre le strade polverose del dialogo tra culture e fedi diverse. Di un dialogo che sia ricerca comune, incontro. Tra idee e ideali, ma prima ancora tra persone. Abbiamo voluto raccontarla, dando la parola a colui che, partendo dalla ricostruzione materiale di un monastero, ha dato vita a una originale comunità religiosa. Si chiama Comunità del Khalil, che in arabo è l’esatto equivalente di Hebron, Abramo. Ed è a Hebron in Palestina, che Abramo, el- Khalil, è sepolto. Isacco e Ismaele si ritrovarono per seppellire assieme il loro padre. Ed è lì che si conclude il cammino “abramitico”. Un cammino di Amamoros, d’amore per i musulmani. La “Fondazione Anna Lindh” ha attribuito alla Comunità del Khalid il premio per il dialogo interculturale e interreligioso.

Raccontaci le origini di questa singolare esperienza ecumenica , racchiusa tra le mura di un monastero ma con lo sguardo rivolto a orizzonti ben più estesi...
Sono arrivato qui nel 1982, per 10 giorni di preghiera. Avevo sentito parlare di questo monastero abbandonato che apparteneva al Rito, alla comunità cioè siro-cattolica alla quale mi ero legato. Giunto qui sono stato tentato di restaurare, di ricostruire. Ho fatto fatica ad accettare che questo monastero aveva diritto, come gli altri monasteri della regione, di finire in pietre disperse nella valle. Se io non avessi accettato in profondità questa perdita, non sarebbe valsa la pena tentare un restauro. A quell’epoca ero molto preoccupato delle priorità apostoliche della Chiesa siriana che mi sembrava avesse soprattutto una preoccupazione di autoconservazione e quindi priva di grandi prospettive. Oltre al fatto che i giovani, soprattutto della classe media, erano essenzialmente preoccupati di emigrare.Avevo chiesto a S. Simeone lo stilita, poggiando la testa sulla reliquia della colonna, che m’ispirasse. “Dall’alto della colonna – gli avevo detto – tu ci vedi bene: vedi un po’ se puoi indicare qualche priorità”.

Quali sono, quindi, le priorità poste alla base della comunità che ne è nata?
L’assoluta gratuità della vita spirituale. Non devi dipendere da nessun obiettivo, da nessun programma, da nessuna opportunità. La vita spirituale trova sempre in se stessa la sua ragione e la sua essenza, senza per questo essere disincarnata. Questa priorità si è specificata per noi come una vita di preghiera, inculturata tanto nella mistica cristiano-orientale quanto nell’esperienza mistica musulmana e capace di portare il dramma della nostra generazione nella sua globalità. Ma non è in funzione di trovare soluzioni a problemi. È per il gusto di vivere quello che siamo nella nostra dimensione di relazione a Dio.
Il lavoro manuale e la semplicità evangelica in risposta al fallimento storico del voto di povertà nei religiosi cattolici. È una questione estetica prima ancora d’essere una questione morale. Si tratta d’una problematica più interna che è diventata una responsabilizzazione sociale e ambientale della vita religiosa. In fondo il monaco nel deserto si godeva la natura. Oggi il monaco nel deserto deve proteggere la natura. Qui abbiamo un fenomeno di desertificazione provocato dalla meccanizzazione della pastorizia. Adesso abbiamo un’attività piuttosto vasta d’animazione sociale e ambientale (sono legatissimi i due problemi): abbiamo promosso studi scientifici sulla biodiversità vegetale locale; abbiamo fatto degli esperimenti; abbiamo creato un vivaio per le piante locali; adesso c’è un parco nazionale qui intorno che è in via di sviluppo. Tutto questo l’abbiamo fatto assieme alle autorità locali, con la realtà di questo Paese e a più livelli ci siamo posti la questione della relazione con le istituzioni all’interno di un Paese non democratico. Non è un problema facile proprio dal punto di vista morale, intellettuale.
La terza priorità è l’ospitalità. Sarebbe da fare tutto un discorso sulle radici sociali e spirituali dell’ospitalità araba ma, da un punto di vista di storia della Chiesa recente, un ruolo importante lo hanno Charles de Foucald e Louis Massignon. Ci sentiamo un po’ gli eredi anche di questi Piccoli Fratelli.

Illustraci, pur nello spazio breve di una risposta, il contesto religioso in cui si colloca la Comunità.
La Chiesa siriana è molto complessa. Si può cominciare dai piccoli resti di Chiesa assira-nestoriana-mesopotamica, che hanno una certa presenza al Nord della Siria. La Chiesa caldea è costituita dagli iracheni cristiani uniti a Roma. Ci sono i siri ortodossi, antiocheni (il Patriarca è un grand’uomo!). C’è la Chiesa siro-cattolica, gli armeni ortodossi e cattolici; quindi i “greci”, ortodossi e cattolici (i melchiti). Seguono i maroniti, i latini e i protestanti di varie comunità. Credo di non aver dimenticato nessuno. Mi sono avvicinato particolarmente alla Chiesa siriaca attraverso le prediche del Patriarca Zaccheo che veniva dall’Iraq, profondamente bibliche, molto semitiche come struttura. Questa Chiesa di minoranza, locale, mi ha attirato ed è anche la Chiesa che, dal punto di vista dell’estetica, è quella più vicina alla Chiesa che possiamo chiamare di origine araba preislamica.

Da un punto di vista giuridico cos’è Deir Mar Musa?
È una comunità, un monastero, “sui iuris”, quindi autonomo. Sapendo che sono necessari almeno 15 anni per ottenere un’approvazione vaticana, ci siamo dati un abito largo e abbiamo previsto di organizzarci nella struttura d’una federazione monastica di rito siriaco.

E i rapporti con i non cattolici e i non cristiani?
Da questo punto di vista il Vaticano è stato irremovibile. Quindi non abbiamo la possibilità di essere una Comunità ecumenica alla Taizé. Anche dal punto di vista sociale, sarebbe impossibile, qui in Siria, fare così. Quindi abbiamo inserito nel testo delle costituzioni che chi non è cattolico, nel momento in cui lo diventa, integrando questa comunità monastica, deve soprattutto non rifiutare la sua appartenenza d’origine. Se è diventato un buon cattolico, si deve dedicare molto più di prima al servizio dell’armonia ecumenica. Anche quelli che sono cattolici in origine, quando entrano in questa Comunità, devono imparare ad essere intimamente preoccupati del servizio ecumenico, delle relazioni con le altre Chiese. Per noi è un fatto molto concreto. Abbiamo degli ortodossi, dei protestanti che collaborano con noi per il dialogo. Dal punto di vista canonico abbiamo soddisfatto la legge e dal punto di vista teologico cerchiamo di soddisfare la nostra coscienza.

In merito al rapporto con l’Islam cosa è previsto nella vostra vita?
Abbiamo ritrovato la struttura della relazione tra il monastero cristiano orientale sulla riva del deserto e la comunità arabo-musulmana. Questa relazione nasce già nella relazione del Profeta con i monaci cristiani coevi e dei primi musulmani che, su indicazione del Profeta e dei primi Califfi, hanno rispettato, visitato, protetto la vita monastica cristiana. È un fatto di coabitazione simbolica di spazi spirituali. La famiglia musulmana viene a visitare un luogo antico, sacro, significativo per loro. Questo crea intorno a noi un ambito di accoglienza, di affetto, di aiuto che si sviluppa in un modo che ci lascia francamente più che consolati, sorpresi.

Quali spazi di accoglienza invece per la religione ebraica?
Non posso immaginare un dialogo islamo-cristiano che sia un’esclusione della relazione all’ebraismo, come non posso immaginare un dialogo islamo-cristiano che sia un’esclusione del dialogo con le religioni dell’Asia. Il dialogo islamo-cristiano costituisce un nodo particolarmente difficile dell’autocomprensione spirituale, teologica da parte della Chiesa del suo proprio mistero. È una problematica più urgente e più grave delle altre che s’impone nella nostra epoca come un’urgenza e quindi una necessità. Anche il dialogo con l’ebraismo ha le caratteristiche dell’urgenza e della necessità, soprattutto vista l’incapacità di uscire da queste gravi paludi mediorientali nelle quali siamo tutti coinvolti anche a causa della pesantezza dell’allineamento filosionista di una parte del cattolicesimo che è molto più vasta di quello che si possa immaginare, e cioè a cominciare dal vertice. Sì, viviamo una profonda preoccupazione. Con questa iniziativa del cammino di Abramo vogliamo riproporre il trialogo nel contesto di una rete dialogica in tutte le direzioni.

L’islam politico vi conosce, vi guarda?
L’Islam politico di esplicita opposizione al regime non può, evidentemente, essere un partner nella misura in cui noi scegliamo di vivere a cielo aperto. Non possiamo avere partner segreti. Mentre dal punto di vista dello spazio culturale dell’Islam d’opposizione, è la gente che incontriamo tutti i giorni.Tra queste due boe c’è tutto un braccio di mare da esplorare.

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