DIBATTITO

Filo diretto

Le mediazioni della politica, l’utopia della pace, le missioni armate, la sicurezza, l’export delle armi. Tre parlamentari a confronto.
A cura di Rosa Siciliano

Palestina libera
Leila Khaled, palestinese, esponente di primo piano del movimento delle donne, rappresentante del Consiglio Nazionale Palestinese, non ha avuto l’autorizzazione a partecipare alla manifestazione del 18 novembre scorso, in favore della pace in Palestina. Ecco il messaggio inviato in questa circostanza:

Care compagne, cari compagni,
Avrei voluto essere tra di voi per portarvi i saluti dei palestinesi ma mi è stato impedito. Sembra che in questo mondo unipolare possono circolare solo le merci ma non le persone e purtroppo ai palestinesi, decimati da un embargo infinito, neanche le merci arrivano. Anche per questo le manifestazioni di solidarietà come la vostra sono essenziali per noi. Grazie per aiutarci a spezzare il muro di silenzio che insieme all’altro muro, che si estende per chilometri intorno ai territori occupati, rinchiude il nostro popolo in una gabbia a cielo aperto. Per questo l’iniziativa è utile e condivido la vostra proposta: chiediamo al governo italiano di abolire gli accordi di cooperazione militare con Israele e la fine di tutti quegli accordi a carattere economico e/o scientifico che alimentano l’economia di guerra. Chiediamo che venga spezzato l’embargo a catena contro il nostro popolo umiliato e privato di ogni diritto. Chiediamo il ritorno dei profughi esuli da 60 anni. Lo chiediamo a tutte le forze progressiste e a tutti i movimenti che desiderano un mondo diverso.
Care compagne, cari compagni, la nostra sofferenza è grande, il nostro presente è incerto ma siamo determinati a resistere.
La lotta per una Palestina libera sarà il contributo del nostro popolo alla libertà di tutte e tutti. Alla realizzazione di un mondo dove la libertà non sia solo una vuota parola.
Leila Khaled
fonte: http://italy.indymedia.org
Eravamo in pieno dibattito sulla Finanziaria. I parlamentari chiusi in aula per ore e ore tra emendamenti e votazioni. Noi attenti e partecipi, consapevoli che non sono solo numeri, ma che la legge finanziaria contiene in sé un’idea e un progetto di sviluppo ben preciso. Nel frattempo prosegue acceso il dibattito sul rapporto tra società civile organizzata e istituzioni, sulle missioni militari all’estero, sulla smilitarizzazione del territorio, le spese previste per la difesa o per la cooperazione... Abbiamo, quindi, voluto ascoltare alcuni parlamentari, anche per dar seguito al dibattito iniziato nel numero di ottobre di Mosaico di pace (Buona pace. Alle stellette) .

Volendo costruire una nuova politica, più partecipata e condivisa, e ai fini della trasformazione di un programma elettorale in prassi, è significativa l’interazione tra le istituzioni e la società civile organizzata. Come interpreta tali sinergie tra istituzioni e associazioni, oggi in atto, al di là dell’intuibile “interesse” a mantener saldo il consenso elettorale?
Sabina Siniscalchi
(deputata del gruppo Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, componente della Commissione Esteri): Sappiamo che questo è un tema controverso. Io stessa, nella recente campagna elettorale, ho riscontrato reazioni differenti: alcune associazioni hanno accolto con entusiasmo la mia candidatura e l’hanno sostenuta, altre hanno preferito mantenere le distanze, per evitare commistioni che ritenevano negative per i propri aderenti. Personalmente, credo occorra avere grande chiarezza sulla diversità dei ruoli: un conto sono le organizzazioni della società civile, un conto le aggregazioni e i partiti politici. Detto questo, sono anche convinta che bisogna perseguire quella comunità di intenti che può avere effetti straordinari nel raggiungimento di un obiettivo politico. Dotandosi di una buona dose di pragmatismo e di piena consapevolezza della propria identità, le associazioni possono realizzare utili sinergie con realtà politiche, focalizzate su temi concreti e questioni precise. E i risultati possono essere straordinari! Faccio un esempio per tutti: la messa al bando della produzione e del commercio delle mine antipersona. È stato possibile portare il Governo italiano a firmare e ad applicare il Trattato di Ottawa grazie all’impegno congiunto tra alcuni uomini politici, alcuni partiti e le organizzazioni della società civile, allora coalizzate nella Campagna anti mine. Sappiamo che quel risultato – di enorme portata – fu il frutto di un lavoro comune, portato avanti nel corso di diversi mesi; ogni associazione che faceva parte della coalizione italiana mise in campo le sue relazioni dirette con il mondo della politica e fu fondamentale il ruolo dei parlamentari più sensibili. E, nella mia pur breve esperienza di parlamentare, ho avuto modo di constatare che questa sensibilità è più acuta se il politico ha operato in precedenza in organizzazioni della società civile. Inoltre, mi sembra che le associazioni possano verificare facilmente la coerenza tra quanto i politici o i partiti dichiarano e le loro decisioni. Questa è un’altra condizione per decidere se e con chi vale la pena collaborare.
Silvana Pisa (senatrice del Gruppo Ulivo, membro della 4a Commissione permanente Difesa): Se si vogliono rappresentare esigenze e interessi dei cittadini è fondamentale una integrazione costante tra rappresentati e rappresentanti con momenti ampi di partecipazione e confronto.
Leoluca Orlando (deputato per l’Italia dei Valori, presidente della Commissione parlamentare per le questioni regionali): Quando si sono svolte le primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra, il risultato finale era scontato, eppure oltre 4 milioni di italiani si sono recati “alle urne”. È stato un segnale inequivocabile di voglia di partecipazione. Oggi ho però la sensazione che quel processo di partecipazione si sia interrotto, o comunque abbia avuto una battuta d’arresto.Tranne rari casi, nei quali per altro vi è una mediazione personale fra individui, ho la sensazione che non vi sia una vera sinergia fra istituzioni e mondo dell’associazionismo. Tanto a livello centrale quanto a livello periferico mi sembra che questo avvenga solo quando c’è un politico che si assume il ruolo di mediatore (magari perché ha un passato nel mondo associativo...) Certo questa è cosa ben diversa della “sinergia”. Per quella credo che degli interventi strutturali di tipo normativo siano indispensabili.

Cluster bombs
Sono 37 i senatori firmatari del disegno di legge di modifica della legge 374/97 (messa al bando delle mine antipersona) che ha l’obiettivo di estenderne gli effetti anche alle cluster bomb, micidiali ordigni che colpiscono prevalentemente la popolazione civile. A firmare il disegno di legge esponenti dell’Ulivo, di Forza Italia, di Rifondazione Comunista, del Gruppo delle Autonomie, dei Verdi, del Misto, dei Comunisti Italiani, di Italia dei Valori.
La richiesta della messa al bando delle cluster bomb nasce da una coalizione internazionale composta da più di 115 organizzazioni della società civile che, con una campagna che ha preso il via nel novembre del 2003, ha chiesto la cessazione dell’uso, della produzione e del commercio di queste armi, e l’assunzione di responsabilità da parte degli utilizzatori per la bonifica dei territori colpiti e l’assistenza alle vittime.
Le munizioni cluster (bombe a grappolo) – armi di grandi dimensioni lanciate da aerei, elicotteri o sistemi di artiglieria che si aprono a mezz’ aria spargendo ad ampio raggio centinaia di submunizioni più piccole, progettate per esplodere al momento dell’ impatto con il suolo – rischiano di causare una crisi umanitaria ancora più grave di quella dovuta alle mine, anche a causa dell’altissimo numero di submunizioni innescate che lasciano al suolo. Per esempio, si calcola che le munizioni cluster usate in Iraq nei soli mesi di marzo e aprile 2003 contenessero tra 1,8 e 2 milioni di submunizioni, molte delle quali non sono esplose all’impatto con il terreno.
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La missione in Libano, unica nel suo genere, pone alcune questioni. La prima: è interesse reale di questa “maggioranza” italiana aprire nuove strade per tutte le missioni militari in zone di guerra? Di fronte alla missione in Libano, che nasce con veste tutta nuova, come giustificate le altre missioni militari finanziate dallo Stato italiano?
Sabina Siniscalchi
: Credo che le missioni militari non vadano giustificate, ma vadano prima motivate seriamente e poi valutate, altrettanto seriamente. Oggi sono in corso 32 missioni militari dell’Italia, a cui si è aggiunta, questa estate, quella del Libano. Purtroppo il Parlamento sa molto poco di questa presenza di nostri contingenti militari in teatri di guerra: non ne conosce l’impatto sulle popolazioni locali, il contributo ai processi di pacificazione, il rapporto con altre presenze italiane, quella delle ONG ad esempio. Quasi tutte le missioni italiane sono realizzate sotto l’egida delle Nazioni Unite, ma questo non rappresenta di per sé una garanzia, come insegna il triste caso della Somalia. Dunque, il Parlamento ha il diritto e il dovere di capire cosa sta succedendo. Le missioni costano molto, assorbono molte più risorse dei programmi di ricostruzione e cooperazione. Occorre chiedersi seriamente cosa è più utile alla pace di un determinato Paese: la presenza di un contingente armato o il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione civile.Mi si dirà che questi fini non sono in contraddizione tra loro, ma sappiamo che, di fronte alla scarsità di risorse, spesso sono in alternativa. Qual è il modo più utile per aiutare una popolazione vittima di un conflitto? Come parlamentare, voglio prendere la mia decisione con piena cognizione di causa, senza farmi condizionare dalla retorica bellica o dal fanatismo che si ammanta di pacifismo. Il mio metro di giudizio è rappresentato solo dal bisogno delle popolazioni locali, specialmente di quelle più deboli. Mi sembra che la vicenda del Libano stia dimostrando, fuor di dubbio, che la presenza dei militari italiani abbia posto fine ai bombardamenti e alle uccisioni dei civili; a me questo sembra un risultato sufficiente a motivare la missione, tra qualche mese saremo anche in grado di valutarne l’impatto.
Silvana Pisa: Le principali caratteristiche della missione in Libano sono tre:
1. si tratta di una missione ONU, ampliata, su decisione dell’ONU stessa e del Consiglio d’Europa;
2. l’effetto di questa decisione ha portato, anche se tardivamente, a un cessate il fuoco sul territorio e alla possibilità di affrontare politicamente i problemi di stabilizzazione dell’area;
3. è stata accettata non solo dai contendenti, ma anche dagli altri Paesi dell’area.
Questi tre aspetti sono stati assenti, in diversa misura, nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, che ai miei occhi non sono giustificate.
Leoluca Orlando: Non esiste e non può esistere un unico canone per le missioni militari. Esse non possono essere tutte per principio buone né tutte per principio cattive, fermo restando che il ricorso alla forza militare è e deve rimanere l’ultimo possibile e comunque mai isolato. La vicenda libanese mi ha riportato alla memoria le parole di Alex Langer a proposito dell’incapacità di intervento europeo durante la guerra dei Balcani: vi sono situazioni in cui, con dolore e sofferenza, anche chi, come Alex, aveva fatto della scelta nonviolenta una scelta profonda di vita, ha dovuto invocare un intervento di forze armate per fermare una strage continua. Detto questo, credo che l’unico criterio universale applicabile sia quello del Diritto internazionale e del rilancio del ruolo dell’ONU, che negli anni dell’unilateralismo anglostatunitense è stata mortificata ma che ora, anche grazie alla sconfitta elettorale di Bush che porterà un auspicabile cambiamento di rotta nella politica americana, può riprendersi un ruolo di vero “luogo di mediazione e risoluzione dei conflitti”.

La seconda questione a partire dal Libano riguarda il problema della sicurezza. Il rapporto tra civili e militari interessa anche il nostro Paese, oltre che il diritto internazionale. Quali progetti e proposte concrete per garantire una sicurezza internazionale che non sia tutta o solo in mani militari? E anche pensando “ai fatti di casa nostra”, quali spazi per una legge seria sulla Difesa Popolare Nonviolenta?
Sabina Siniscalchi
: Mi sembra che il programma elettorale dell’Unione non sfugga a questo grande dilemma e indichi alcune strategie che partono dal ruolo che l’Italia deve svolgere per la costruzione della pace. Si parla, ad esempio, di una forza armata multilaterale sotto il comando ONU, della costituzione di un corpo di Caschi Bianchi, dell’assoluta priorità dell’azione politica e diplomatica ecc. Anche in questo caso, il bene supremo è quello delle popolazioni. In questo senso il concetto di sicurezza deve essere un concetto ampio, che non si limiti alla sospensione di un conflitto armato, ma si estenda alla garanzia dei diritti fondamentali. Il dramma dell’Iraq e quello dell’Afghanistan stanno dimostrando il fallimento dell’intervento puramente militare. Per quante forze e mezzi siano stati dispiegati, l’obiettivo della pacificazione e della sicurezza non è stato raggiunto, né per le popolazioni locali, né per le truppe occupanti. Dunque non può essere questa la strada da seguire. Di fronte alla necessità di fermare un conflitto, bisogna mettere in atto un approccio nuovo che preveda vari tipi di intervento, senza confusioni e con un’attenta valutazione degli effetti. E poi

Finanziamento automatico a missioni militari
Il maxi-emendamento alla legge finanziaria italiana conterrà un finanziamento triennale, per gli anni fino al 2009, delle missioni militari all’estero. Un miliardo di euro è la cifra che verrà stanziata annualmente. Se questo emendamento verrà approvato – con voto di fiducia – non sarà più necessario votare ogni sei mesi il rifinanziamento delle missioni.
Fonte: peacereporter, 18 novembre 2006
non bisogna dimenticare che, tra le prime cause dei tanti conflitti che scoppiano nel mondo, c’è il crescente commercio delle armi. I Paesi democratici tendono a sottacere questo fenomeno, forse perché sono i maggiori produttori ed esportatori. In questo campo l’Italia ha un triste primato e il Parlamento deve affrontare, al più presto, questo nodo che appanna la nostra immagine e il nostro ruolo internazionale.
Leoluca Orlando: Da parlamentare regionale siciliano avevo proposto un Disegno di legge per favorire la costituzione dei “Corpi civili di pace” che di un sistema di difesa popolare nonviolenta sono una parte; ma credo che dobbiamo essere onesti con noi stessi e con i nostri lettori: oggi in Italia non vi sono spazi perché si giunga in tempi brevi a un sistema di DPN, eppure credo che proprio questo ritardo (che è ritardo culturale diffuso non solo nella politica) ci imponga di aprire con urgenza il dibattito. A livello istituzionale un primo passo in questo senso credo che sia la costituzione di un intergruppo parlamentare per la DPN.

Quali proposte per la risoluzione della questione palestinese e della guerra tra Israele e Palestina?
Sabina Siniscalchi
: Le stesse che sono state proposte nella piattaforma della manifestazione del 18 novembre promossa dalla Tavola della Pace.Vale a dire, una forte pressione su Israele perché cessi immediatamente i bombardamenti e il massacro della popolazione palestinese, la convocazione di una conferenza a cui tutte le parti in causa siano presenti, la sospensione delle forniture di armi italiane ai Paesi dell’area.
Silvana Pisa: Sarebbe opportuna l’istituzione di Corpi civili di pace, previsti del resto dal Programma dell’Unione.
Leoluca Orlando: Poche proposte, semplici e quasi scontate: immediata applicazione di tutte le risoluzioni internazionali sulla vicenda; interruzione della costruzione del muro di separazione fra Israele e Cisgiordania; ripresa del dialogo e del negoziato con l’Autorità nazionale palestinese da chiunque questa sia rappresentata, ma a patto che da parte di questa si rinunci a propositi tanto stupidi quanto velleitari come la distruzione dello Stato d’Israele. Intanto, come da più parti proposto anche all’indomani dell’avvio della missione in Libano, la presenza di una forza di interposizione quantomeno a Gaza, che tuteli i civili palestinesi dall’inaccettabile violenza dell’esercito israeliano e allo stesso tempo impedisca che da Gaza siano lanciati altri attacchi contro il territorio di Tel Aviv.

Il problema “nucleare”: l’Italia, su tale fronte, è ancora contraddittoria. Con il referendum del 1987 ha escluso l’uso di tale energia per fini civili, però il nostro Stato ospita ordigni nucleari (cfr. “Accordo Stone Aix” rinnovato nel 2001 dall’ex ministro Martino) nelle basi di Ghedi e Aviano... Quale coerenza e quale sicurezza è garantita ai cittadini?
Sabina Siniscalchi
: Il Governo e il Parlamento devono affrontare questa assurda contraddizione. Purtroppo la presenza delle basi militari rappresenta anche un grande business, come dimostra l’atteggiamento dell’Ammini- strazione locale di Vicenza, ingolosita dagli affari che l’allargamento della locale base può produrre.Per questo la mobilitazione dei cittadini è fondamentale e il caso di Scanzano Ionico è emblematico, sotto questo profilo.
Silvana Pisa: Non c’è nessuna coerenza. Attendiamo che questo problema sia valutato in modo risolutivo.

La militarizzazione del territorio resta un punto dolente. Basi militari USA e NATO sono sottratte alla sovranità italiana e a controlli parlamentari. Quale inversione di tendenza nella direzione della smilitarizzazione del territorio? La Sardegna ci dice, in modo emblematico, che è possibile far qualcosa...
Sabina Siniscalchi
: È sicuramente possibile seguire l’esempio del presidente della Regione Sardegna. A questo proposito, il programma dell’Unione prevede una conferenza nazionale sulle servitù militari, che coinvolga tutte le Amministrazioni, le rappresentanze dei cittadini, le associazioni di categorie dei territori interessati. La Commissione Difesa della Camera ha già avviato un’indagine conoscitiva sulle servitù militari, che prepari il terreno per la Conferenza.
Silvana Pisa: La smilitarizzazione del territorio è possibile, come si vede dall’esperienza della Sardegna. La mobilitazione di cittadini e associazioni, le prese di posizione degli Enti Locali possono molto in questa direzione. L’Italia è tuttora il Paese europeo con più basi USA e NATO ed è anche quella che fornisce maggiori finanziamenti alla NATO degli altri Paesi d’Europa: non c’è ragione.
Leoluca Orlando: La Sardegna ci insegna che molto è possibile e che questo molto lo si raggiunge se vi è una azione corale fatta di pressione dell’opinione pubblica, azione politica, mediazione diplomatica. Non possiamo però dimenticare, per essere ancora una volta onesti con noi stessi, che la Sardegna era “uscita” dai grandi interessi di geo-politica e geo-strategia degli Stati Uniti e questo ha aiutato tutti. Ben altra è la situazione per il versante sud-orientale del Paese oggi usato (purtroppo) come base d’appoggio per le operazioni militari NATO e USA in Medio Oriente. Non dobbiamo e non possiamo illuderci quindi che in tempi brevi si possa giungere a felici scelte come quelle che hanno riguardato La Maddalena. Detto questo, però, credo che il tema della sovranità nazionale e della demilitarizzazione vada affrontato, a partire per esempio dal tema della denuclearizzazione. Il nostro Paese potrebbe giocare un ruolo fondamentale in un processo politico che, anche nell’ambito del processo di Barcellona, portasse tutta l’Europa a chiedere la denuclearizzazione dell’area mediterranea (cui, paradossalmente, ai tempi della dichiarazione di Barcellona tutti sembravano disposti compresi Francia e Israele che certamente posseggono ordigni nucleari).

Armi leggere e legge 185: quali prospettive vi sono all’orizzonte per estendere i controlli previsti dalla legge 185/90 sull’import-export di armi anche a quelle leggere? Quali tavoli di lavoro e di confronto su questo argomento si sono aperti con la società civile organizzata?
Sabina Siniscalch
: Nel programma si parla di un’estensione della 185 a livello europeo. Sarebbe un bel passo avanti, nel frattempo però bisogna almeno ripristinare la portata della legge che è stata diminuita dal governo Berlusconi. A proposito di questo tema, desidero segnalare che è stato depositato un disegno di legge per la messa al bando delle bombe a grappolo, che porta come primi firmatari, oltre a me, l’on. Leoni e l’on. Forlani e che nasce da una proposta della “Campagna Mine”. Visto l’interesse e la sensibilità dei numerosi parlamentari, di tutti i gruppi, che l’hanno sottoscritta, forse questo obiettivo può essere raggiungibile nel breve periodo. Personalmente mi impegnerò perché lo sia.
Silvana Pisa: Si tratta di applicare alla legge 110 sulle armi leggere le stesse garanzie di controllo e trasparenza prevista dalla legge 185. Il confronto su questo tema è aperto. Si tratta di arrivare a una modifica legislativa.

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