ETICA

Quel pensiero unico armato

Quali criteri di valutazione si possono offrire alla responsabilità dei cittadini e a quella della politica?
Giannino Piana

Il consistente supporto dato dalle banche italiane (o almeno da molte di esse) al commercio delle armi è anzitutto dovuto – come è facile intuire – a ragioni di business economico, al fatto cioè che si tratta di un settore produttivo (almeno finora) trainante con la garanzia perciò di forti guadagni. Sarebbe tuttavia riduttivo non considerare, al di là delle responsabilità specifiche di istituti caratterizzati normalmente da mero fine di lucro e abitualmente disattenti ai mezzi usati per perseguirlo, l’importanza che riveste il consenso popolare da cui sono tuttora circondati e le opportunità loro offerte dalla legislazione vigente nel nostro Paese; circostanze che estendono pertanto la responsabilità di quanto avviene all’intera cittadinanza e chiamano più specificamente in causa la classe politica. Su questo duplice livello di responsabilità, tra loro interagenti, che danno vita a un meccanismo perverso di proliferazione delle armi con grave minaccia per la pace, vertono le riflessioni di ordine etico che qui proponiamo, che hanno l’obiettivo di offrire alcuni criteri di valutazione di quanto sta avvenendo e di segnalare i percorsi alternativi attraverso i quali è possibile fuoriuscire dall’attuale situazione.

Efficienza e predazione
Le cause dei processi in corso vanno anzitutto ricercate nella diffusione sempre più ampia di una mentalità economicistica che spinge a fare scelte – tanto a livello individuale che sociale – nelle quali si prescinde da qualsiasi considerazione di ordine morale. La globalizzazione, che ha preso forma in primo luogo sul terreno economico identificandosi con l’affermarsi di un unico mercato (nel quale a essere privilegiato è non a caso il settore finanziario), genera, sul terreno ideologico, una forma di pensiero – il cosiddetto “pensiero unico” – i cui parametri costituiti da logiche mercantili esercitano una grande pervasività sulle coscienze anche per l’enorme incidenza dei mezzi di informazione, al punto che le tradizionali domande di senso (che senso ha?) appaiono del tutto emarginate e sostituite da domande di stampo utilitaristico (a che cosa serve?).
Non meraviglia pertanto che l’etica appaia del tutto irrilevante e venga no, di conseguenza, a prevalere le dinamiche di efficienza produttiva, indulgendo senza alcuno scrupolo in forme di predazione inaccettabili. In questo quadro la stessa guerra, volta a tutelare gli interessi di chi occupa nel mondo una posizione egemone – si pensi agli Stati Uniti e, più in generale, all’Occidente – appare del tutto giustificata, anche quando (come è avvenuto di recente) non ha carattere difensivo ma “preventivo” – la cosiddetta guerra preventiva di Bush – e costituisce perciò una assoluta ano malia anche rispetto alle condizioni richieste dalla tradizionale (e ormai superata) dottrina della guerra giusta. Le conquiste acquisite a livello socioeconomico sono considerate intangibili, senza che ci si chieda come si è a esse giunti e quali e quante sono pertanto le responsabilità dell’Occidente nella creazione del divario tra Nord e Sud del mondo; divario che costituisce una forma di permanente violenza strutturale destinata inevitabilmente a scatenare altra violenza.
Quanto questa mentalità sia diffusa è facile rilevarlo anche dalla semplice constatazione che, nonostante si moltiplichino le informazioni sulle banche che operano a sostegno del commercio delle armi, pochi sono coloro che sentono l’esigenza di ritirare da esse il proprio danaro, il quale concorre, in misura più o meno consistente a seconda dell’entità del deposito, anche a sviluppare tale commercio. L’unico calcolo che in genere si fa è quello relativo alla rendita economica, cioè alla ricerca del maggiore interesse per sé. La rottura di questa spirale perversa comporta una vera metanoia personale, un radicale cambiamento di valutazione delle cose, peraltro esigito, nella situazione attuale, anche per fronteggiare realisticamente la crisi del modello di sviluppo in corso.
Gli stessi economisti (almeno quelli più avveduti) ribadiscono da anni che esso è divenuto insostenibile, che è necessario dar vita a un modello diverso compatibile con il limite delle risorse ambientali e capace di fronteggiare i bisogni primari dell’intera famiglia umana; ci ricordano, in altre parole, che la salvaguardia del creato e l’esercizio della giustizia nella distribuzione dei beni della terra non costituiscono più soltanto un imperativo etico ma anche una ineludibile esigenza economica. Fare della sete del denaro, perciò del suo accumulo incondizionato, passando sopra senza scrupolo a istanze fondamentali per la promozione di una convivenza tra gli uomini e tra i popoli, non è soltanto moralmente riprovevole ma anche razionalmente dissennato.
Se questo vale per ogni uomo, deve valere a maggiore ragione per i cristiani (ma il messaggio non ha l’esclusiva) che hanno nel Vangelo la chiara proposta di valori alternativi, primo fra tutti quello della povertà, la quale coincide con un uso parsimonioso dei beni, perciò con la riduzione dei bisogni ma soprattutto con l’abbandono della logica del possesso per imboccare la strada della compartecipazione e della condivisione. Non è questo, in definitiva, il messaggio delle “beatitudini”? E non è a questo messaggio che devono anzitutto fare riferimento i credenti e le comunità cristiane, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che credono nella possibilità di una terra più abitabile e sentono il bisogno dì impegnarsi per dare corso a tale progetto?

Una politica complice
L’importanza della trasformazione delle coscienze è fuori discussione; a essa va anzitutto dato il primato. Ma non ci si può arrestare qui: e necessario denunciare con forza anche le responsabilità politiche. Il fatto che molte banche possano impunemente e in maniera giuridicamente ineccepibile dare il loro sostegno al commercio delle armi è anche frutto di una legislazione che, nonostante i cambiamenti di schieramenti politici, è rimasta sostanzialmente invariata e che non sembra rispondere allo spirito della nostra Costituzione repubblicana, la quale ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Anche le recenti modifiche apportate dall’attuale maggioranza governativa (a seguito di un accordo ratificato tra alcuni Paesi europei) alla legge 185 del 9 luglio 1990 non presenta sostanziali variazioni per quanto concerne i controlli circa le attività bancaria, se non l’inserimento di un inciso “fatta eccezione per le operazioni in utilizzo di licenza globale di progetto” all’art.11 (nella legge 185, art.27), che sembra indicare (la formula ricorre più volte in altre parti del testo emendato) un’inquietante riduzione dei controlli, e dunque la possibilità che si diano aree, sempre più estese, di mercato incontrollato.
Non si può certo sottovalutare la complessità delle questioni in gioco, ma ci pare doveroso stigmatizzare l’assenza di una volontà politica impegnata a ricercare soluzioni alternative anche ai problemi della difesa e comunque a dare segnali inequivocabili di un processo che si muova, sia pure gradualmente, nella direzione della smobilitazione della produzione e del commercio delle armi: l’Italia è tuttora a tale proposito – non lo si deve dimenticare – uno tra i primi Paesi del mondo. Non è pertanto malizioso sospettare che, anche al livello dei governanti, prevalgano le logiche precedentemente denunciate, che l’interesse economico abbia cioè il sopravvento su qualsiasi altra considerazione di ordine morale e sia, in definitiva, la molla che spinge a chiudere gli occhi di fronte a situazioni drammatiche con il pretesto del bene prioritario (sempre misurato in termini esclusivamente economici) del nostro Paese.
Se così fosse – ed esistono buone ragioni per crederlo – saremmo dinanzi a un tragico “circolo vizioso”, che può essere spezzato solo da una rivolta morale per la quale si esige la maturazione di una nuova sensibilità dal basso e la ricerca coraggiosa dei canali per incidere efficacemente sul terreno politico.
La consapevolezza che viene dall’informazione – per questo le pagine di questo dossier sono importanti – dei meccanismi perversi attualmente in atto è la strada per una mobilitazione delle coscienze, la quale, se è autentica, non può che trovare gli opportuni sbocchi per cambiare l’attuale sistema e dare finalmente vita a una politica impegnata a fronteggiare i gravi problemi di giustizia che assillano l’umanità e a creare le condizioni per lo sviluppo di una convivenza pacifica tra le culture nel segno del reciproco rispetto e della convivialità.

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