COSTITUZIONE

La famiglia al plurale

I Dico hanno avuto il merito di aprire un dibattito sulla “famiglia giuridica”.
La Chiesa dovrebbe scorgere un’opportunità per riflettere sul rito del matrimonio.
Giancarla Codrignani

La proposta di legge del Governo Prodi sui Diritti di Convivenza è stata accantonata, mentre restano in programma le “provvidenze per la famiglia”. Pur ignorandone l’esito, ci sembra giusto riconoscere ai Dico il merito di avere aperto la questione della “famiglia giuridica” su cui larga è la disinformazione. Quante cattedre di “diritto familiare” ci sono nelle nostre università? Poche e, soprattutto, istituite solo di recente. Prima del 1975, anno di nascita del nuovo diritto di famiglia, la cellula fondante della società è stata senza tutele specifiche: nella famiglia, luogo sacro della privatezza domestica, il legislatore per secoli è entrato solo per crimini gravi e per le questioni ereditarie, mentre le donne e i minori erano soggetti all’uomo, “capo della famiglia”, e gli illegittimi erano privi di diritti. Oggi il bambino nato fuori dal matrimonio non è più iscritto sui documenti come “figlio di NN”, la potestà è genitoriale; ma la famiglia non sta bene né giuridicamente né socialmente. Perde valore? È vero che ci si sposa meno giovani, si fanno meno bambini, si divorzia e gli/le omosessuali avanzano pretese.

Insieme per amore
Tuttavia è anche apparso con evidenza che la famiglia può essere il luogo dove le donne vengono picchiate, stuprate, uccise e dove abita la pedofilia: il silenzio ha coperto nei secoli costumi devastanti. Le vittime hanno tuttora forti resistenze, di paura e di confusione dei propri sentimenti, verso mariti, padri, fratelli, zii, genitori, e non denunciano violenze che hanno all’interno delle case l’incidenza più alta. Va, poi, tenuta distinta la cultura della tradizione da quella attuale. Ci si sposa più tardi, perché i giovani sono condannati alla precarietà e non sono così irresponsabili da “mettere su famiglia” senza avere di che vivere dignitosamente (Costituzione art. 37).

Dalla famiglia nasce la pace della famiglia umana
La famiglia è quindi chiamata a diventare attiva protagonista della pace grazie ai valori che esprime e trasmette al proprio interno e mediante la partecipazione di ogni suo membro alla vita della società. [...] Un ruolo rilevante riveste inoltre lo Stato nel creare le condizioni per le quali le famiglie possano provvedere ai loro bisogni primari in maniera conforme alla dignità umana. La povertà, anzi la miseria – minaccia perenne alla stabilità sociale, allo sviluppo dei popoli, alla pace – colpisce oggi troppe famiglie. Avviene talvolta che, per mancanza di mezzi, le giovani coppie tardino a costituire una famiglia o ne vengano addirittura impedite, mentre le famiglie, segnate dal bisogno, non possono partecipare pienamente alla vita sociale, o sono costrette a una condizione di totale emarginazione. Il dovere dello Stato non disimpegna, tuttavia, i singoli cittadini: la vera risposta alle domande più gravi di ogni società è infatti assicurata dalla concorde solidarietà di tutti. In effetti, nessuno può sentirsi tranquillo finché il problema della povertà, che colpisce famiglie e individui, non abbia trovato un’adeguata soluzione. L’indigenza è sempre una minaccia per la stabilità sociale, per lo sviluppo economico e quindi, ultimamente, per la pace. La pace sarà sempre insidiata, finché persone e famiglie si vedranno costrette a combattere per la loro stessa sopravvivenza.

Messaggio di Giovanni Paolo II
XXVII Giornata Mondiale della Pace,
8 dicembre 1993
Fanno meno figli (anche se nidi e asili sono ovunque insufficienti rispetto al numero crescente dei bambini che vi aspirano), anche perché desiderano dare ai figli il massimo di opportunità e mantenerli fino all’università costa. Le coppie hanno maggiori difficoltà a conservare un equilibrio duraturo, perché l’amore è più difficile del contratto e degli interessi. L’elemento innovativo e rivoluzionario, nella società e nella giurisprudenza, è, infatti, l’amore, in nome del quale – prima che del proles, fides, sacramentum di agostiniana memoria (rievocato da Benedetto XVI nell’intervento alla Sacra Rota del 27 gennaio) – ci si sposa oggi e che per i credenti coincide certamente con il sacramento, ma la cui lealtà non è più identificabile con il contratto, mentre la riproduzione è una scelta non solo naturale. La famiglia, infatti, non è soltanto “natura”: l’umano, quando si definisce (cioè non solo si accoppia, ma si identifica) è già “cultura”. Storicamente, alle origini, non era chiaro il nesso fra rapporto sessuale e riproduzione e la donna era venerata come una divinità perché produceva la vita dal suo corpo; poi, scoperta la causalità, si “inventò” la famiglia e, insieme, il potere patriarcale.

Famiglie
Nelle religioni antiche Dio è sempre “padre e re degli uomini e degli dei”. Come credenti, abbiamo in comune con tutta l’umanità il valore personale e sociale della famiglia e, da cristiani, il senso di un impegno particolare di coscienza verso il prossimo e verso Dio. Se consideriamo la famiglia laicamente come struttura, constatiamo che non è mai rimasta uguale a se stessa. Nella coppia ha sempre prevalso la contrattualità e il sacramento del matrimonio nasce solo nel XIII secolo. Per i romani antichi la famiglia aveva significato proprietario e indicava gli abitanti di una casa, compresi i servi, sotto il controllo di un padrone; il patrimonium faceva da pendant al matrimonium.
Nei secoli successivi la legge rispettava i diritti patriarcali, penalizzando l’autonomia della donna e della prole fino alla maggiore età, stabilendo l’ordine legale dei figli (legittimi, primogeniti e maschi), dando autorità anche nel codice napoleonico al genitore nelle scelte matrimoniali. Solo negli ultimi decenni la famiglia allargata ha ceduto davanti a quella “nucleare”, formata dagli sposi e dai loro bambini. Per tradizione l’amore non era elemento necessario; di solito “veniva” con l’abitudine e per l’obbligo di fedeltà della donna, che conservava l’onore della famiglia dedicandosi esclusivamente all’uomo e ai figli.
Oggi impieghiamo anni di studio e formazione per prepararci alla professione, ma non per educarci ai sentimenti. Tuttavia la pretesa è l’amore, anche se si sbaglia e si confondono molte cose, proprie e altrui. Qualcuno, certamente, ha paura delle responsabilità e teme di impegnarsi. Ma molti rifiutano consapevolmente le decisioni di nonni e bisnonni, che sottoscrivevano un patto formalmente indissolubile e andavano perfino in chiesa, anche se erano miscredenti perché era consuetudine perbenista: non vogliono formalismi né davanti al sindaco né davanti al parroco. Convivono per amore e arrivano al matrimonio dopo anni, anche con bimbi già grandi. Mettono in pericolo la società? Non più dei bisnonni che mettevano al mondo bambini che, nati fuori dal matrimonio, restavano a carico delle madri disonorate.

Il ruolo delle Chiese
Ci sono poi i “diversi” che reclamano i diritti e sono tanti. Questi sì “per natura”, sempre silenziati per tabù oggi inaccettabili. La Chiesa non può approvare e lo argomenta. Ma è ancora una volta come per il divorzio: non tutti appartengono alla religione cattolica e alla sua morale, che non conosce imposizioni. Anche il Vaticano sa che molti cattolici di stretta osservanza hanno i figli che “convivono” e non intendono accettare per loro la condanna della Chiesa. Così come tace di fronte alle richieste degli omosessuali che chiedono di essere riconosciuti come figli della stessa Chiesa che è madre. Per lo Stato il riferimento è nella Costituzione che riconosce diritti e tutele alla “famiglia fondata sul matrimonio”. Alcuni Costituenti cattolici tentarono di far iscrivere l’aggettivo “indissolubile”, ma prevalse il senso di laicità e la ricusazione della qualifica consentì la legge sul divorzio. Oggi “le famiglie” possono fare paura alla Chiesa come allo Stato; ma esistono e sarebbe ipocrita disconoscere la realtà senza averci fatto i conti a prescindere dalle nostre opzioni religiose (gli islamici credono nelle legittimità della poligamia, ma è chiaro che non la impongono a chi non è islamico o dissente da una norma ritenuta astorica).
Per tutti c’è bisogno di un approfondimento: nelle famiglie cristiane e nelle parrocchie quale spessore ha la formazione cristiana delle coscienze e il senso del matrimonio come sacramento? Molti arrivano all’altare senza sapere che sono loro i sacerdoti del rito e vivono l’altare come elemento mondano insieme all’abito bianco scollato, al ricevimento, alle riprese televisive fin sul calice. Siamo davvero cristiani? E buoni cittadini? Certamente lo Stato dovrebbe fare di più. Anche se l’aiuto alle famiglie, costituzionalmente previsto, è costituito da riduzioni fiscali e non da servizi che verrebbero incontro ai bisogni concreti della famiglia, che sostiene (quasi esclusivamente sulle spalle della donna) nonni non autosufficienti, casi di handicap, neonati senza nido. La famiglia è davvero la cellula fondamentale della società; ma ha esigenze nuove, plurali, ancora incomprese dal costume e dalle leggi, che aspettano le società su livelli di responsabilità diversi, ma non inferiori a quelli che da sempre vengono elusi da chi si adegua alle forme e non tiene conto della sostanza.

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