TESTIMONI

Danilo, dolce bandito

Da alcune pagine inedite di un diario di Lanza del Vasto una testimonianza dell’ostracismo della Chiesa cattolica nei confronti di Danilo Dolci.
Vincenzo Sanfilippo (Comunità dell’Arca)

Nella storia civile del nostro Paese la figura e la storia di Danilo Dolci restano ancora poco esplorate. Esse invece possono dare oggi un insegnamento per un’incisiva azione di cambiamento sociale, in particolare nel Meridione d’Italia.
La scarsa diffusione di un metodo di azione sociale originalissimo, quale fu quello sperimentato con successo da Danilo Dolci per circa trent’anni in Sicilia e la contestuale mancanza di un radicamento della cultura nonviolenta nel Sud Italia, possono ricercarsi anche nel difficile rapporto tra questo grande testimone del nostro tempo e la Chiesa cattolica.
È interessante a questo proposito rivisitare il rapporto di amicizia tra Danilo Dolci e Lanza del Vasto, uomo di fede cattolica nato in Puglia, ma di origini siciliane, discepolo di Gandhi, fondatore della Comunità dell’Arca, anch’egli animatore di lotte nonviolente, soprattutto in Francia, sin dagli anni Cinquanta. Ma prima di riferirne è opportuno ricordare brevemente alcuni eventi che costituiscono le tappe principali della vita di Dolci.

Da Nomadelfia alla Sicilia
Nel 1950 Danilo Dolci, dopo avere interrotto gli studi universitari di architettura, entra nella Comunità di Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini. Questa sua formazione non costituirà in futuro un buon biglietto da visita per le autorità ecclesiastiche, visti i rapporti non facili che la Comunità di don Zeno ebbe con la Chiesa dell’epoca. Ma la sua esperienza a Nomadelfia non dura a lungo, nel 1952 Dolci è in Sicilia (vi era già stato al seguito del padre tra il 1940 e 1941) dove vi resterà in pratica fino alla sua morte.
È del dicembre di quest’anno il primo digiuno pubblico sul letto di un bambino morto di fame; del 1954 è la pubblicazione di uno dei suoi primi libri dal titolo emblematico: Fare presto (e bene) perché si muore. Nel 1955 Dolci fa un altro digiuno per sollecitare la costruzione di una diga sul fiume Jato; nel 1956 attua uno sciopero della fame contro il diffuso e tollerato fenomeno della pesca di frodo che priva i pescatori di ogni mezzo di sussistenza. Nello stesso anno Danilo “inventa” e guida una singolare manifestazione con centinaia di disoccupati che riattivano una strada da tempo intransitabile per incuria delle amministrazioni locali: nasce lo “sciopero alla rovescia”. Nel 1958 gli viene attribuito il premio Lenin per la Pace, evento che forse definitivamente lo collocherà tra i nemici (comunisti) della Chiesa. Nella tristemente famosa lettera pastorale dal titolo Il vero volto della Sicilia, scritta in occasione della Pasqua nel 1964, il cardinale di Palermo, Ernesto Ruffini, annoverò Danilo Dolci, assieme al romanzo Il Gattopardoe alla mafia, tra “le cause che maggiormente hanno contribuito a disonorare la Sicilia”. In ragione del suo instancabile impegno di azione e di denuncia, Dolci fu chiamato a deporre in due occasioni, nel 1963 e nel 1965, presso la Commissione parlamentare antimafia, essendosi più volte imbattuto e scontrato con i boss mafiosi dei territori in cui operava e con la connivenza di politici e rappresentanti dello Stato. Emblematica a questo proposito la sua polemica con Bernardo Mattarella, esponente politico di primo piano della Democrazia cristiana siciliana.
Il 1968 è l’anno del terremoto nella Valle del Belice. In quest’occasione Danilo Dolci, che in questo ventennio ha conquistato la simpatia e la collaborazione di centinaia di intellettuali e giovani di mezz’Europa, rende pubblico un piano di sviluppo per le zone terremotate: il plastico del piano, le cartine, la documentazione raccolta sono presentati nei comuni colpiti dal sisma e discussi con i cittadini. Nel 1970 nasce la prima emittente “illegale”, Radio Libera Partinico, che lancia un appello disperato (che richiama alla memoria il grido di abbandono che il cardinale Pappalardo lancerà 12 anni dopo nell’omelia per i funerali del generale Dalla Chiesa): “Si marcisce di chiacchiere e di ingiustizie, la Sicilia muore”. Solo per esigenze di sintesi accenniamo solamente all’impegno sul piano educativo e pedagogico che va dall’esperienza del Centro Educativo di Mirto del 1975 alla produzione di testi e all’azione di diffusione, con conferenze e incontri in tutt’Italia, del metodo maieutico che impegnò Danilo Dolci nell’ultima parte della sua vita.

Lanza del Vasto e Danilo Dolci
Veniamo dunque a quest’incontro, in Sicilia tra due grandi testimoni della nonviolenza, cominciando con un ritratto che Shantidas (è il nome che Gandhi diede a Lanza del Vasto durante il suo discepolato in India e che vuol dire “Servitore della Pace”) fa di colui che è stato definito “il Gandhi di Sicilia”: Infine venne il bandito di Sicilia, il più fastidioso di tutti i banditi, nemico della beata tranquillità della gente perbene, Danilo Dolci. Uomo di estrema bontà, di semplicità perfetta, giovane e tuttavia saggio, paziente e forte come un bue; credo che sia fatto della stessa stoffa di Gandhi. Il soccorso dei poveri, al quale si dedica con il sacrificio della sua presenza e continua disponibilità in mezzo a loro,

Il dolce bandito è nostro amico; abbiamo digiunato insieme nel quartiere delle Sante Spine a Partinico e due suoi figli hanno fatto un corso estivo presso di noi. Le nostre vedute differiscono quasi su tutto, come le nostre persone e i nostri modi, ma ciò non ci impedisce di essere in profondo accordo. Su molti problemi che a noi sembrano vitali e cruciali, lui non ha alcuna opinione. Egli cerca di risolvere una questione locale che conosce bene e nella quale si impegna a fondo e non si arrenderà finché non ne sarà venuto a capo. Il soffio spirituale e religioso è troppo insufficiente in lui e attorno a lui (esprimo con questo un rincrescimento, non un biasimo). Ha inventato lo “sciopero alla rovescia” e ha saputo, per la prima volta credo in Europa, far digiunare villaggi interi. Tutti quelli che si rivolgono a lui per donare e servire hanno molto da guadagnare e da imparare.
Lanza del Vasto

con i digiuni e gli appelli nel mondo intero, si avvicina alle imprese dell’Abbè Pierre e del dottor Schweitzer, che possiamo accostare, credo, alla storia della nonviolenza rivoluzionaria, per la presa di coscienza che esige da tutti e per quella punta di “collera d’amore” che non può mai mancare alla forza della verità. (Tratto da Lanza del Vasto, Le Quatre fléaux, Denoël, Paris 1959, trad. it. I quattro flagelli, SEI, Torino, 1996).
Scrive Lanza il 17 dicembre del 1956: Incarico un’assistente sociale di accompagnare Petitpère dal parroco perché possa dire la sua messa. Viene accolto cordialmente fino al momento in cui pronuncia il nome di Danilo Dolci. A quel punto viene sospettato di essere un falso prete e viene cacciato in malo modo. Va quindi dal vescovo di Monreale, il quale lo riceve sotto gli alti soffitti dorati del suo palazzo. “Come? Siete arrivato solo ieri in questo paese e pretendete di dire a me che Danilo non è un comunista e un miscredente? Mettete in dubbio la mia parola? I poveri? Ci saranno sempre dei poveri fra voi, è scritto. Tutto il bene che è possibile fare, noi lo facciamo. Andate a visitare i nostri istituti, asili, ospedali, nidi, scuole, mense popolari. Vedrete che non abbiamo bisogno di aiuto né di consigli da nessuno. Andate e fate buon viaggio turistico!”. È vero che Danilo, allievo di don Zeno, un prete, è circondato da comunisti. Ma la colpa è dei cattolici.
È ben a loro che si è indirizzato prima, ma i suoi appelli sono rimasti senza risposta. L’anno scorso, per il suo sciopero alla rovescia sulla strada del Trappeto, ha avuto adesioni da persone di ogni sponda, ma quando hanno visto le camionette della polizia e i mitra spianati, sia gli uni che gli altri si sono scoperti degli scrupoli di coscienza e sono tutti spariti alla chetichella. Così Danilo è apparso sul banco degli imputati in mezzo ai capi della cellula locale. Bisogna aggiungere che i comunisti di qui non hanno nulla a che vedere con i carnefici dell’Ungheria. Sono lungi dalla dittatura del proletariato. Non è al potere che aspirano, ma al pane
.

Quale lezione?
Le parole di Lanza del Vasto in diversi suoi scritti rimettono in luce tantissime questioni: dai rapporti tra Stato e Chiesa (con Lanza del Vasto decisamente schierato per un regime di separazione che potremmo definire “anti-concordatario”) al tema della legalità spesso assunta nei nostri ambienti con troppo ingenuo entusiasmo come valore assoluto (e che dire della prima emittente privata “illegale”, dei processi e delle condanne subite da Danilo?), all’idea di nonviolenza. Quest’ultima, spesso coniugata appunto con il tema dell’educazione alla legalità, rischia di perdere la forza dirompente che il metodo nonviolento può assumere nella gestione dei conflitti, nella denuncia circostanziata delle ingiustizie e delle collusioni della classe politica con i poteri occulti e con la mafia. Di straordinaria forza la denuncia di Lanza del Vasto: “Qui la confusione fra autorità religiosa e politica della più bassa lega è una piaga spirituale e una calamità sociale”.
Altre pagine di Lanza del Vasto aprono tuttavia anche ai rapporti tra le diverse anime che sempre hanno costituito il mondo di coloro che fanno fede di nonviolenza. Dobbiamo riconoscere con onestà intellettuale che questo problema è di altra natura rispetto a quello che tanto fece soffrire quei cattolici che, dalla Francia secolarizzata, venivano a incontrare “un uomo di estrema bontà, di semplicità perfetta”.
Lanza del Vasto fu grande amico e ammiratore di Danilo Dolci, al punto da pensare che fosse fatto “della stessa stoffa di Gandhi” (lui che Gandhi aveva conosciuto e che ne era stato discepolo!). Egli tuttavia non rinunciò a sottolineare le differenze profonde che lo dividevano dal sociologo triestino. È una vera lezione di amicizia e di riconoscimento della bontà delle sue azioni quest’ultimo brano in cui, dopo aver detto appunto dei punti di profonda differenza con Danilo, Lanza del Vasto invita i suoi lettori ad apprendere da lui! Per chi appartiene alla Chiesa è sempre difficile accettare la “nonviolenza” come una forza spirituale che soffia in tutti i tempi e fuori dai propri recinti religiosi; riconoscere anche in semplici “cercatori di verità” o in persone di altre religioni o di altre culture dei giusti da cui ricevere lezioni di vita. Questa maledetta incapacità, questa paura per il diverso e per lo straniero da parte del mondo dei cosiddetti “credenti” rallentano la nostra crescita personale e sociale, ci rende ciechi alle diverse manifestazioni dello Spirito; ci fa perdere le occasioni in cui il nostro specifico carisma cristiano potrebbe dare quel soffio che fa vedere in ogni vera costruzione della giustizia terrena un segno e un’anticipazione del Regno di Dio. Quei poveri contadini che Danilo Dolci fece diventare protagonisti di tante battaglie, le cui storie trascriveva fedelmente nei suoi taccuini, imparando presto il loro dialetto, non erano forse i poveri che Gesù Cristo prediligeva?

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