CHIESA

L’enciclica “comunista”

Quarant’anni fa venne emanata la Populorum Progressio, primo fiore della Chiesa dei poveri.
Luigi Bettazzi (Presidente emerito di Pax Christi)

Un sacerdote francese, Paul Gauthier, trasferitosi a Nazareth con alcuni amici per condividere la vita di Gesù falegname (si erano definiti “Les compagnons de Jésus”), insieme al vescovo grecomelchita di Cana mons. Georges Hakim, si erano fatti promotori, fin dalla prima sessione del Concilio, di un movimento di sensibilizzazione per “la Chiesa dei poveri”. Accolti dal card. Suenens e dall’episcopato belga nel loro collegio romano (venivano chiamati “il gruppo del collegio belga”) andavano sollecitando

La dittatura del mercato

Su queste condizioni nuove della società si è malauguratamente instaurato un sistema che considerava il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia, la proprietà privata dei mezzi di produzione come un diritto assoluto, senza limiti né obblighi sociali corrispondenti. Tale “liberalismo” senza freno conduceva alla dittatura, a buon diritto denunciata da Pio XI come generatrice dell’“imperialismo internazionale del denaro” (22). Non si condanneranno mai abbastanza simili abusi, ricordando ancora una volta solennemente che l’economia è al servizio dell’uomo (23). Ma se è vero che un certo “capitalismo” è stato la fonte di tante sofferenze, di tante ingiustizie e lotte fratricide, di cui perdurano gli effetti, errato sarebbe attribuire alla industrializzazione stessa quei mali che sono dovuti al nefasto sistema che l’accompagnava. Bisogna, al contrario, e per debito di giustizia, riconoscere l’apporto insostituibile dell’organizzazione del lavoro e del progresso industriale all’opera dello sviluppo.
Populorum Progessio 26

vescovi e teologi per promuovere l’attenzione e l’impegno per quel tema all’interno del Concilio.

La Chiesa dei poveri
Già di per sé il tema era complesso e non si pensava di poter arrivare a uno specifico documento conciliare; si cercò pertanto di inserire accenni e collegamenti all’interno dei documenti in discussione. Inoltre Paolo VI temeva, per alcuni temi piuttosto “caldi”, che campagne di stampa orchestrate potessero orientare l’opinione dei vescovi; fra essi (accanto, ad esempio, all’ordinazione sacerdotale per uomini sposati o al problema della contraccezione) pare vi fosse anche quello della “Chiesa dei poveri”, forse col timore che nascessero collusioni con movimenti ideologici, tipo quello della “lotta di classe”.
Se per gli altri temi si riservava di affrontarli in “Commissioni pontificie”, per questo sembra pensasse a un suo intervento successivo. Per questo, Paolo VI chiese al card. Lercaro, che inizialmente era stato coinvolto dal movimento per la Chiesa dei poveri, di preparargli del materiale sul tema. Tre piccolissimi gruppi di vescovi lavorarono in assoluto segreto per studiare l’argomento a livello biblico-teologico, a livello sociologico, a livello pastorale.
A dire il vero, pare che non vi fossero grandi suggestioni, a parte la premessa che affermava la prima forma di povertà di un aggregato sociale quale la “trasparenza dei bilanci”. Pare che due minori decisioni siano derivate da quello studio: l’abolizione del simbolico esercito pontificio e l’addio all’aristocrazia romana (presente nei Pontificali del Papa attraverso un “Principe assistente al soglio”, proveniente a turno dalle antiche famiglie romane), ricevuta in udienza particolare in ogni mese di gennaio.

Un’Enciclica comunista
Ritengo che di qui sia nata l’idea di questa Enciclica, la Populorum progessio, una delle più forti scritte da un Papa, tanto che giornalisti anche famosi la definirono “un’Enciclica comunista”, parlando ironicamente – per assonanza – di una involuzione della Chiesa: “Populorum progressio, Ecclesiae regressio”. Essa in realtà sviluppava il germe posto da Giovanni XXIII nella Pacem in terris del 1963, e dalla Costituzione conciliare Gaudium et spes del 1965, approfondendo il tema della pace, identificata, già nelle prime parole, con “lo sviluppo dei popoli” (Populorum progressio). È questa puntualizzazione che costituisce il progresso di questa Enciclica nel cammino della cosiddetta “Dottrina sociale della Chiesa”, e che porterà Giovanni Paolo II nell’Enciclica Sollicitudo rei socialis – con cui volle, inoltre, celebrare il ventesimo anniiversario della Populorum progressio – a indicare nella solidarietà il nuovo nome della pace.

Per ritrovare la compassione

Oggi viviamo in un mondo che si presenta a noi sempre più lacerato e segnato da profonde divisioni, conflitti e fratture, da disuguaglianze economiche e sociali, differenze di opportunità per le persone e i popoli, disparità nella possibilità di uso dei beni della terra. Vivere oggi la compassione significa attuare esperienze di accoglienza dei migranti, di vicinanza alle vittime, di disponibilità al dialogo con tutti coloro che vivono una fede religiosa o un modo di pensare diverso dal nostro. Nel contesto di una globalizzazione che produce ingiustizia e separazione siamo chiamati a scoprire in modo nuovo la compassione come il carattere fondamentale della spiritualità del nostro Ordine. Questo giubileo dell’Ordine, occasione per ripensare la nostra missione in termini nuovi, coincide con un altro importante anniversario: quarant’anni dalla pubblicazione del documento Populorum progressio (26 Marzo 1967). [...] Vi proponiamo quindi innanzitutto di leggere la Populorum progressio con la finalità di ripensare che cosa significa per noi oggi “sviluppo” e [...] “sviluppo integrale” nel senso di un umanesimo pieno. Le questioni legate allo sviluppo e alla dignità umana sono sfide non riservate solamente a esperti in economia o nel campo dei diritti umani, piuttosto costituiscono una dimensione fondamentale della nostra spiritualità quale spiritualità dell’incarnazione, che ci chiede di essere presenti alla nostra storia.

Dalla Lettera dei Co-promotori generali per la Giustizia e la Pace dell’Ordine dei Domenicani,
30 gennaio 2007

Si coglie nella Populorum progressio questo respiro universale, direi di anticipata consapevolezza della globalizzazione, nell’auspicio e nell’impegno per una “globalizzazione solidale”. Ma si coglie soprattutto la preoccupazione per gli squilibri del sistema sociale che, partendo da un liberalismo sfrenato, finisce col favorire la libertà di chi è in grado di utilizzarla e difenderla, e fa sì che i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. È una denuncia precisa che l’Enciclica fa a un sistema che vede nel profitto il motore essenziale del progresso economico, e nella proprietà privata dei mezzi di produzione un diritto assoluto senza limiti e senza obblighi.
È un appello che viene fatto per un’economia che dovrebbe essere sempre al servizio della persona, di tutte le persone e di ogni uomo e donna. Un appello che, nella conclusione, viene indirizzato a tutti i responsabili, a cominciare dai cattolici, che dovrebbero trovare in questo impegno la verifica di autenticità del loro cristianesimo.

Un’Enciclica storica
L’Enciclica fa un richiamo al principio fondamentale della “destinazione universale dei beni”, di un mondo cioè destinato a tutti gli esseri umani, ciascuno dei quali ha diritto alla sopravvivenza, all’occupazione stabile, nella partecipazione alla formazione degli orientamenti comuni, subordinando a tale diritto – di singoli e di popoli – le varie forme di proprietà e le articolazioni del commercio. Questi diritti vanno rivendicati vincendo “la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana” (v. n. 30); ma si aggiunge subito (v. n. 31) “salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo particolare al bene comune del Paese”; ma tutto ciò fu interpretato come una sponsorizzazione di certe guerriglie contro le dittature, in continuità con le dottrine medioevali che autorizzavano, in casi estremi, l’uccisione del tiranno (tanto che l’anno successivo, nel messaggio per il Congresso Eucaristico internazionale di Bogotà, Paolo VI dovette smentire tale interpretazione).
Altre puntualizzazioni specifiche vengono fatte in negativo, ad esempio, sull’ingiustizia di troppe relazioni commerciali e sulla fuga all’estero di capitali ottenuti in patria; in positivo sulla promozione dell’alfabetizzazione, sull’aiuto alle famiglie, sulle organizzazioni professionali e il pluralismo sindacale. Credo che il compito storico di questa Enciclica sia stato quello di indicare come il cammino della pace è strettamente collegato a una maggiore giustizia planetaria, e come responsabili ne siano i Paesi più fortunati, chiusi nel loro egoismo, affidato a una difesa violenta. Ci limitiamo troppo a verificare il nostro cristianesimo – di singoli e di popoli – su alcuni temi di morale individuale, dimenticando le responsabilità sociali, mentre, al dire di Giovanni (1 Gv 4, 19) “se uno dice ‘amo Dio’ e odia il suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

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