TEOLOGIA

Una chiesa al maschile?

Ancora trattate come “esseri inferiori” soprattutto nei contesti liturgici e canonici, le donne mettono in luce oggi le contraddizioni della chiesa.
Teresa Okure

Molto oggi si discute sulla pace e la giustizia. Il detto secondo cui “non ci può essere pace senza giustizia” è ormai di uso comune. Giovanni Paolo II, in questa linea di pensiero, ha attirato l’attenzione del mondo su come non possa esistere giustizia senza perdono. Alcuni dei grandi torti del passato, commessi ai danni dei nostri fratelli, non conosceranno mai perdono se non per opera di Dio, che ha perdonato l’umanità sia per il peccato originale sia per molti altri peccati via via accumulatisi nel tempo. Ma cosa si intende per giustizia? A differenza di Pilato, che chiese a Gesù cosa fosse la verità, ci poniamo questa domanda in tutta sincerità, cercando una risposta che ci spinga all’azione.
Una definizione assai allettante di “giustizia” la concepisce come “lealtà nei rapporti umani”. Gesù afferma che solo la verità ci rende e ci mantiene liberi. Lui stesso rappresenta la Verità, la Strada per raggiungerla e la Vita che da essa scaturisce. La giustizia è però anche un patto; essa sancisce l’amore irreprensibile di Dio e la Sua lealtà incondizionata nei confronti del genere umano, indipendentemente dai peccati commessi dagli uomini o dalla loro infedeltà.
Questo forse spiega perché solo Gesù, immagine della giustizia e della lealtà di Dio nei confronti degli uomini, può darci la pace (shalom, salvaguardando l’integrità della nostra esistenza) che il mondo non è in grado di garantire. Questi presupposti – la vera pace richiede giustizia, la giustizia è onestà nei rapporti umani e solo Gesù può darci la pace e sostenerci in suo nome come nessun altra trattativa o assunto teologico è in grado di fare – ci invitano e ci sfidano a riconsiderare più da vicino, e alla luce del giorno, il modo in cui noi, membri della chiesa, abbiamo vissuto la lealtà dei nostri rapporti nel corso dei secoli, soprattutto nei confronti delle donne.
Ci esortano a definire cosa questa relazione richiede da parte nostra in quanto membri della chiesa del Ventunesimo secolo e a farci coraggio, in nome di Cristo, per intraprendere le azioni che ci rivela lo Spirito di verità di Dio, lungo il cammino verso la verità assoluta.
Aprirci a Dio in quanto Verità e Spirito è indispensabile se vogliamo godere pienamente e in modo duraturo della pace di Cristo. Papa Giovanni XXIII, nel 1963 dichiarava: “Nella convivenza umana, ogni diritto naturale in una persona comporta un rispettivo dovere di tutte le altre persone: il dovere di riconoscere e rispettare quel diritto”. Così parla in riferimento alle donne e alla loro lotta per il riconoscimento dei diritti acquisiti per opera di Dio e della loro dignità di appartenenza alla chiesa e alla società. Secondo il Santo Padre, questa lotta è un importante “segno dei tempi”, e non manca di sottolineare come, una volta presa coscienza della loro dignità, le donne non si sarebbero più lasciate sfruttare o emarginare.
Questa consapevolezza, e le azioni a essa conseguenti, sono condizione essenziale per la pace in terra (Pacem in terris, 3942). Il problema della liberazione e dell’oppressione femminile si ripercuote su ognuno di noi, uomini e donne, giovani e vecchi, sulla società e sulla chiesa in senso più ampio.

Una chiesa a metà
Secondo Giovanni Paolo II, va notato come, in seguito al Grande Scisma del 1054 la chiesa si è trovata “a respirare con un solo polmone” (Novo Millennio Ineunte 48). In altre parole, da quell’esperienza è uscita notevolmente deprivata, e ha potuto sfruttare solo la metà del proprio potenziale d’azione.
Per questo il Papa si è ripromesso di fare tutto il possibile per porre rimedio alla crisi generata dallo Scisma, per recuperare l’integrità e l’unità di un tempo. Ma se il Grande Scisma, e altri dopo di esso, hanno effettivamente privato la chiesa di gran parte delle sue energie vitali e delle risorse necessarie alla sua missione, cosa potremmo dire, allora, del suo impoverimento in quanto donna, madre e sposa dovuto all’esclusione, all’emarginazione e alla mortificazione quotidiana delle donne che ne fanno parte?
Come giustificare la perdita irreparabile subita nei secoli dalla chiesa, da un lato per via del suo rifiuto dei doni, del carisma e del sacerdozio femminile, dall’altro per l’ostinazione e lo scrupolo da sempre dimostrato per accertarsi che vengano sempre considerate “sotto la media”, come ha fatto notare una volta un gruppo di contadine cattoliche sudafricane?
La chiesa (donna, madre) è il corpo di Cristo. Tutti i suoi membri, dal Papa all’infante battezzato da poco, ricevono lo stesso biglietto ufficiale di ammissione alla sua assemblea, che è poi il battesimo, dono gratuito e immeritato di Dio. Grazie a esso, ogni uomo o donna che ha ricevuto il battesimo acquista lo stesso status e la stessa dignità nella famiglia di Dio e in Cristo. Ciascuno diventa erede di Dio e coerede di Cristo.
In comunione con Cristo, primogenito di Dio e Suo figlio prediletto, ciascuno acquista lo status del primogenito. Figlio qui non si riferisce al genere maschile in particolare, ma a un’identità e a una corrispondenza precise. Gesù sottolinea questo punto nel Vangelo di Giovanni, quando sostiene che qualunque cosa faccia il Padre, ricade sul Figlio, e ogni cosa che vede il Padre vede anche il Figlio. Dato che ognuno di noi viene battezzato nella chiesa, e che la chiesa è donna, ne consegue che con il battesimo, si acquisisce la medesima dignità e identità della chiesa in quanto donna, madre e sposa di Cristo, così come la dignità e l’identità di Cristo stesso. Agostino vedeva il cristiano come un altro Cristo (Christianos alter Christos). Prima di lui, Gesù si era già identificato con i propri fedeli: “Io sono Gesù, e voi mi perseguitate” (Atti 9,5).
L’immagine della chiesa come sposa e madre che troviamo nel Nuovo Testamento, ci rimanda al Vecchio Testamento. Sion veniva chiamata Madre, e Israele, la sposa diletta di Dio. Il Libro della Rivelazione conclude questa immagine nuziale ritraendo la Gerusalemme celeste, dimora di Dio tra gli uomini nel nuovo cielo e nella nuova terra, come la Sposa dell’Agnello. Per gli Efesini, la relazione nuziale tra Cristo e la chiesa è il vero matrimonio; l’accordo matrimoniale tra marito e moglie è solo un simbolo. In ultima analisi, tutti

TENENDOCI PER MANO
Lettera di Alex Zanotelli a una comunità di monache che lo hanno accolto per alcuni giorni di ritiro.

Carissime,
grazie per avermi accolto e avermi fatto sentire a casa nella gioia dell’incontro, spezzando il pane della “sororità”. Una settimana di riposo-contemplazione, quella del settimo giorno. Tempo perso, come sono persi coloro che vivono nei sotterranei della storia. Anzi “inutili”, come afferma la Banca Mondiale di oltre un miliardo di esseri umani. Proprio come voi, donne contemplative: inutili perché non producete nulla per la Grande Economia. In un mondo monetizzato, voi valete nulla.
Eppure siete sfida radicale all’Impero del denaro. La vostra contemplazione, la vostra preghiera unita al grido immenso dei poveri, costituisce il cuore della resistenza a questo Sistema. I vostri cenacoli di preghiera siano comunità di resistenza. Lo chiedo a voi, e tramite voi a tutti i monasteri di contemplative. Soprattutto nelle vostre liturgie, luogo per eccellenza di resistenza all’Impero del denaro. La liturgia infatti non è solo memoria, ma è costitutiva della realtà: crea quel mondo “altro” che attendiamo in contrapposizione al mondo imperiale, all’Imperium. Basta rileggere l’Apocalisse, libro principe della resistenza, per rendersene conto. (…)
Chiedo a voi, che celebrate con tanta solennità le liturgie celesti, di riscoprire i segni, di inventarne di nuovi, efficaci, parlanti. Perché anche le nostre liturgie occidentali, diventate così asfittiche ed eteree, diventino vive, parlanti, diventino liturgie di resistenza. Non solo i segni liturgici, ma anche i segni nonviolenti che utilizzate nel vostro vivere quotidiano.
Fateci conoscere quali metodi nonviolenti usate che vi permettono di vivere un’esistenza riconciliata, per anni e anni relegate dietro una grata entro pochi palmi di terreno. Fateci sapere come disinnescate la spirale di violenza dentro di voi e tra di voi. È importante per noi che viviamo in un mondo violento che nasce da una violenza che cova dentro ognuno di noi. Fateci dono delle vie che voi usate per uscire da quella spirale violenta che porta ognuno, le nostre famiglie, le nostre comunità, le nostre nazioni nel baratro della violenza apocalittica.
Vi chiedo questi tre doni (“oro, incenso e mirra”): lo chiedo a voi, lo chiedo a tutti i monasteri di contemplative in Italia, il vostro grande contributo affinché vinca la Vita e rinasca la speranza. “La speranza apre spazi in profondità dentro le oscurità della storia, apre orizzonti, squarcia, anche se per poco, il cielo”, mi ha scritto di recente la vostra responsabile, “Sono attimi, ma che nascono da questo Mistero, dal perseverare nello stare, in silenzio, davanti al Signore”. “In questa notte oscura – continua la vostra madre citando Martin Buber – non si tratta di mostrare una strada. Si tratta di aiutare a perseverare con animo pronto, finché sorgerà l’aurora e una strada si mostrerà ai nostri occhi, là dove nessuno la vedeva”.
Io nei sotterranei della vita e della storia – dove ritornerò tra poco –, voi relitti umani nel fiume della storia come i poveri di Korogocho, unico volto di quel povero Cristo. Teniamoci per mano. Alex
coloro che hanno ricevuto il battesimo, uomini e donne, sono parte integrante della chiesa, donna, madre, sposa. Se dovessimo quindi ricercare effettivamente verità “un’immagine naturale” della chiesa nei molteplici aspetti della sua relazione con Cristo, non ci riferiremmo forse alle sembianze fisiche di una donna?
Eppure, mentre i gerarchi proclamano che la madre chiesa insegna, battezza, santifica, contempla il volto di Cristo come sua sposa, ecc…, la sua parte maschile tratta le donne come esseri inferiori, soprattutto nei contesti liturgici e canonici. Sicuramente questa lampante contraddizione ci esorta, e ci sfida, a riconsiderare il divario esistente tra quel che predichiamo e come effettivamente viviamo la nostra esistenza, tra la nostra visione della chiesa e l’immagine che ne diamo in quanto suoi rappresentanti. Una delle obiezioni mosse più di frequente dai gerarchi della chiesa all’accesso delle donne ad alcuni tipi di ministero, è la natura maschile di Cristo; tra i dodici apostoli non c’erano donne, e le donne furono deliberatamente escluse dall’Ultima Cena perché a tutti fosse chiaro come solo agli uomini era consentito accedere al sacerdozio fino all’eternità. Il problema dell’ordinazione femminile non va neppure messo in discussione.
Ma come possiamo trascurare la voce dello Spirito Santo, il solo che può e continua a indicarci il vero senso del Sacerdozio di Cristo e il ruolo marginale che noi tutti, uomini e donne indistintamente, svolgiamo nella questione? La nostra preoccupazione, a questo punto, è che invece di discutere sulla scarsità o assenza nelle Scritture di testimonianze concrete di quel che Dio o Gesù intendevano fare o non fare in proposito, faremmo meglio a impegnarci di nuovo, e seriamente, “a valutare attentamente la questione”, a osservare più da vicino come Dio si è comportato nei confronti delle donne nel mistero dell’incarnazione e della redenzione. Da qui, potremmo trarre lezioni benefiche e una nuova energia per la nostra missione nel Ventunesimo secolo.

Ridotte al silenzio
Le scritture ci possono insegnare molto da questo punto di vista. Lo spazio limitato a nostra disposizione ci costringe a considerare solo il mistero dell’incarnazione. Deliberatamente, e volontariamente, Dio scelse di dare avvio a tale mistero grazie a una donna. Visitò direttamente una giovane donna di Nazareth, un’insignificante cittadina della Galilea, che mai diede i natali a un profeta. Il mistero stesso dell’incarnazione si manifestò e fu generato dal ventre di questa donna, unicamente con il suo consenso, senza regole sociali o canoniche di sorta. Che meraviglia! In Israele, come in molte culture africane tradizionali, i genitori non erano soliti consultare le proprie figlie sui loro futuri progetti matrimoniali. Semplicemente decidevano per loro.
In questo atto celebrativo della nostra redenzione, però, Dio ha fatto qualcosa di assolutamente nuovo e anticulturale. Ha trattato una giovane promessa sposa (vergine), come una persona con i propri meriti, capace di decidere per se stessa (senza consultarsi nemmeno con il suo futuro marito), perché lei sola, alla fine, sarebbe stata responsabile delle conseguenze della sua scelta. Quella donna ha acconsentito a un’esperienza umanamente impossibile e inimmaginabile, diventare cioè la madre di Gesù, Dio/Verbo, senza l’aiuto di un uomo. In questo modo Dio diede inizio a una nuova creazione, sancendo il rispetto divino per i diritti umani fondamentali di una donna, molto prima della dichiarazione dell’ONU del 1948.
Conosciamo ormai talmente bene il racconto dell’annunciazione, da trascurare l’impatto che la fede di Maria ha avuto e i rischi che ha comportato la sua scelta. In quanto suo figlio, Gesù le era sottomesso, a casa, nel Tempio, a Canaa. Donne a lui fedeli lo hanno circondato per tutta la vita, dal grembo materno fino alla risurrezione. Se questa è la verità, come dicono i Vangeli, rispetta forse i canoni di giustizia e lealtà nei rapporti umani sostenere che Dio e Gesù escludevano le donne?
Nella liturgia eucaristica il popolo di Dio celebra la Sua identità in quanto Famiglia di Dio e gli offre i doni e la grazia dell’esistenza di ogni giorno. È il “vertice verso cui è proteso ogni atto della Chiesa e allo stesso tempo la fonte da cui attinge la sua forza” (Sacrosanctum Concilium, 10 Novo Millennium Ineunte 35). Ma se dovessimo parlare di verità e amore, e mantenerci leali nei rapporti umani, dovremmo ammettere che le donne nella liturgia sono le più escluse, disumanizzate, private dei loro diritti battesimali se non della propria dignità personale, nella migliore delle ipotesi trattate come cittadine di seconda classe. Donne di ogni ceto sociale possono raccontarci la loro esperienza di sottomissione, emarginazione e dominio maschile nella liturgia.
Possono essere prevaricate, ridotte al silenzio e all’invisibilità anche quando costituiscono la gran parte della congregazione. Può venir loro imposto di pulire la chiesa e preparare l’altare per la Messa per poi lasciarle in disparte quando la liturgia ha inizio; possono leggere testi che non siano il Vangelo, anche nel caso di episodi che narrano esclusivamente di donne (come la Visitazione) o il dialogo esclusivo di Gesù con donne (come l’episodio della Samaritana), ma canonicamente non verranno mai scelte come sacerdotesse o predicatrici. L’esperienza di ciascuna dipenderà da quanto la chiesa a cui appartiene è aperta allo Spirito, o da quanto essa permette alle donne di raccogliere le briciole che cadono dalla tavola dei maschi più ricchi. Se non percepiamo gli effetti che le politiche adottate all’interno della chiesa hanno realmente sulle donne, e quanto alcune di esse siano effettivamente ridicole, non troveremo il coraggio di abbracciare la verità in Cristo, unica fonte della nostra libertà.
Quando Cristo ci liberò, lo fece con intenzione (Galati 5,2). È contro Cristo sottomettersi al giogo della schiavitù o schiavizzare il prossimo in nome di Cristo. Gesù è il salvatore, non l’oppressore. La chiesa, oggi, è chiamata ad affrontare seriamente gli atteggiamenti contrari al Vangelo che assume in virtù dell’identità divina attribuitale, ma che in realtà derivano da sodalizi illegali con l’impero di Costantino e l’antropologia filosofica aristotelica. Praticando la lealtà nei rapporti umani, a ogni livello, nel pieno rispetto della Verità, la chiesa si renderà libera e acquisterà nuova energia, diventerà veramente chiesa in quanto assemblea dei figli di Dio, uomini e donne, giovani e vecchi, religiosi e laici. Nel Ventunesimo secolo, la giustizia e la lealtà nei rapporti umani non richiedono altro da parte nostra.

Note

Suora nigeriana dell’SHCJ, docente di Nuovo Testamento presso il Dipartimento di Studi Biblici dell’Istituto Cattolico dell’Africa occidentale

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