CULTURA

Il Genio femminile in Giustizia e Pace

Modificare i nostri dogmi: non più dominio ma dedizione, non più controllo ma compassione, non più potere ma “autosvuotamento”.
Elvira Dizon e Judith Lynch

Il mondo è a un bivio e la crisi si snoda su talmente tante strade, tanti movimenti, che ci stanno cambiando, stanno mutando la nostra mentalità, la nostra visione del mondo, i nostri dogmi, portandoci, carichi di speranza, verso nuove trasformazioni. Se solo sapessimo come cogliere questo momento, come percepire e penetrare nel profondo le “convergenze” in cui Dio solitamente ci parla! Il “Movimento Femminista” è un prodotto di tali cambiamenti, e possiede le potenzialità necessarie a trasformare il mondo. Non è per il coraggio di coloro che si sono fatti ministri di pace e di giustizia che abbiamo finalmente scoperto “il genio femminile”? Tutto è iniziato in modo molto semplice.
Giustizia e Pace significavano proteggere gli oppressi, ed essendo le donne una delle categorie meno fortunate, hanno subito attirato la nostra attenzione. Abbiamo cominciato a invocare il riconoscimento dei loro diritti, e in questo modo, a piccoli passi, abbiamo liberato questo “genio” dalla gabbia dorata in cui era rinchiuso. Non abbiamo mai sospettato, se non molto tempo dopo, quale rivoluzione esso (c) Olympia avrebbe comportato, eppure oggi si potrebbe affermare che sia stata proprio questa una delle ragioni, se non la chiave dell’intero problema della giustizia, della pace e dell’integrità della creazione, che l’ha generato.
Confrontando le tematiche relative al problema della pace e della giustizia, abbiamo spesso fatto ricorso all’analisi sociale, che ci ha permesso di scoprire l’esistenza di numerose strutture inique. Quindi, con l’ausilio di varie strategie, le abbiamo confrontate tra loro, il che ci ha consentito di progredire e di comprenderle sempre più a fondo.

Una diversa visione del mondo
Da tutti gli errori e le esperienze, le battaglie e i fallimenti cui siamo andati incontro nel corso del nostro cammino, siamo giunti a una scoperta. Abbiamo acquisito maggiore consapevolezza del fatto che il problema della pace e della giustizia non sta solo nella lotta contro l’oppressione dei deboli, né risiede unicamente nella trasformazione e nel miglioramento di strutture inique. La lotta per la pace e la giustizia consiste soprattutto in un cambiamento radicale dell’intricato sistema di idee e di presupposti su cui esso si fonda, una diversa visione del mondo, un completo sovvertimento dottrinale.
Queste credenze spesso non vengono riconosciute, e per la maggior parte delle volte rimangono profondamente nascoste nella nostra mente. Esse racchiudono la totalità del nostro essere, incluso il nostro stesso concetto di Dio. Un tipico esempio è il patriarcato, che non riguarda solo l’esclusione delle donne, ma innumerevoli altri aspetti: il benessere economico, l’immagine, il controllo, il potere, il dominio, la forza, l’ineguaglianza, il dualismo, i risultati ottenuti, il successo, la competizione, la forza, la produzione, il desiderio di possedere ecc. Si tratta in sostanza del genio della “separazione”, tra l’individuo e gli altri. Con questo sistema di pensiero profondamente radicato nella nostra psiche, l’umanità ha tirato avanti faticosamente per anni, procurandosi sofferenze, dolore e ingiustizie enormi.
È arrivato il momento di recuperare “l’altra metà dell’immagine di Dio” (Chittister), il “genio femminile” che abbiamo perduto da tempo, per riportare gli esseri umani all’integrità.
Cos’è esattamente il “genio femminile” di cui stiamo parlando? Riguarda “la compenetrazione” tra gli individui, il convincimento profondo che “rimanere separati è un’illusione”, che in realtà siamo un tutt’uno.
Per dirla con le parole di Joan Chittister, “il “genio femminile” è innanzitutto una questione di integrità, compassione, non di controllo; è energia per tutti, non solo per i potenti, è uguaglianza nelle differenze, etica della protezione, dedizione, e non solo per la tutela dei diritti umani; è debolezza non solo forza, è costruire gruppi non solo piramidi, comunione più che competizione, dialogo più che autorità, reciprocità, interdipendenza, la differenza che arricchisce la società. E in un mondo spossato dai giochi di potere, annientato, distrutto dalla loro azione, il femminismo è un imperativo morale. È la spiritualità del Ventunesimo secolo. Non è un’eresia, è lo spirito di Gesù “scritto di nuovo”.

La salvezza nel quotidiano
Guardare la giustizia e la pace da questa nuova prospettiva ci dà la sensazione che – come per il problema dell’integrità della creazione – esse non costituiscono solo una parte marginale del nostro impegno di cristiani/e e di religiosi/e in un particolare ambito d’azione, ma che riguardino tutto il nostro essere, l’intera realtà della nostra vita quotidiana e il modo in cui dovremmo viverla. Per dirla in altre parole, è capire ciò che siamo e il perché della nostra esistenza nel mondo. La giustizia e la pace ci forniscono il contesto effettivo di come dobbiamo vivere la nostra esperienza di religiosi/e e di missionari/e. È lo stesso sacramento della voce di Dio che ci richiama ogni giorno nelle nostre attività quotidiane.
Svolgere la nostra missione al di fuori della realtà di tale contesto, sarebbe pura eresia. Dio salva gli uomini nel reale contesto della loro esistenza quotidiana. Tutto ciò che facciamo e che siamo riguarda la giustizia, la pace e l’integrità della creazione, e scaturisce dal nostro rapporto con Dio, perché alla fine, Dio è l’inizio e la fine di tutto quello che siamo e che facciamo. Nel suo discorso finale, Gesù pregò Suo padre per i Suoi discepoli “Padre, consacrali nella verità”, e ancora “La verità vi renderà liberi” (cfr. Giovanni, 17,17; 8,32). Qual è la verità? La mia consacrazione è un invito a seguire Gesù più da vicino, e questo mi avvicina alla verità, la verità secondo la quale sono stata creata a immagine e somiglianza di Dio e che Dio rappresenta per me. È in nome di questa verità che entro in contatto con Dio, ed è questa verità che mi rende libera, che ci rende liberi. Non è forse questa la libertà che andiamo cercando nella giustizia e nella pace: una libertà per tutti, che permetta a ciascuno di esistere e condurre la propria vita “in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio”?
Dopo tanti anni di lotte per la giustizia e per la pace, assistiamo adesso a un nuovo fenomeno evolutivo. Qualcuno ha chiesto: perché i teologi della liberazione hanno smesso di scrivere? Perché molti si bloccano di fronte agli ostacoli che la lotta ci impone, e si arrendono, scoraggiati? Sembra che tra noi religiosi/e impegnati/e per la pace e la giustizia serpeggi una sorta di “affaticamento”, e anche da parte dei/delle superiori/e, un senso di esasperazione: “La giustizia e la pace non sono diventate il nostro stile di vita, non hanno ‘prodotto’ o ‘rappresentato’ per noi ciò che ci attendevamo. Spendiamo allora le nostre energie in altri ambiti, più remurativi, in nome di Dio”.
Cosa non è andato bene?
Quello che non ha funzionato è la comprensione inadeguata del ministero della giustizia e dell’integrità della creazione. Non abbiamo approfondito le cause di questa mancanza. È come tagliare i rami, potare via le foglie, e forse persino il tronco, senza mai estirpare le radici del problema. In questo caso, esso continuerà a svilupparsi e a generare comportamenti distruttivi e valori negativi. Non abbiamo smantellato le credenze che stanno alla base e alimentano i sistemi iniqui. Come il patriarcato, ad esempio, che rimane intatto. Perché questo? Perché affrontare la questione specifica della pace e della giustizia potrebbe anche essere facile, in quanto sta “al di fuori” di noi stessi, ma il sistema di credenze alla base del patriarcato si annida in ogni angolo dei nostri conventi, della nostra chiesa, delle istituzioni e del nostro stesso essere. Rappresenta una minaccia troppo grande, e preferiamo non entrare nel merito.
In secondo luogo, se ricorriamo alle stesse strategie che dapprincipio hanno creato confusione nel nostro sistema patriarcale, ossia, se pretendiamo risultati immediati, diventiamo aggressivi e impazienti, ed eliminiamo tutti coloro che rappresentano per noi un ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi.
Vogliamo dominare, controllare, competere, e lavoriamo, lavoriamo senza sosta per ottenere ciò che vogliamo, ci impegniamo in giochi di potere, e tutto nel nome della giustizia e della pace nel mondo. In tal modo siamo destinati fin dall’inizio a fallire! Dietro a queste strategie, aleggia il sistema di concetti patriarcali della “separazione”, ossia che dobbiamo essere potenti per distruggere “gli altri”. Di conseguenza, invece di distruggere le vestigia del patriarcato all’origine del problema, le rafforziamo. Solo che adesso i potenti non sono più gli oppressori, ma noi stessi.
Nel profondo, il sistema di convinzioni rimane ben radicato. Non funzionerà mai. Non utilizziamo le strategie maschili per permettere al “genio femminile” di affermarsi! Come ha detto Robert Schreiter, “siamo rimasti sconcertati da tutte queste sfide, da tutti i conflitti generati dalle nostre battaglie, ci siamo sentiti spiazzati, sperimentiamo il crollo, senza obiettivi”.

Chiudere il cerchio
Tutto ciò ci ha portati alla crisi attuale. Grazie a Dio la crisi ci fa rinsavire. In queste condizioni, molti sono i punti di discussione che emergono relativamente al nostro ministero di pace e giustizia, e cominciamo ad avvertirne i frutti. Le debolezze e gli errori apparentemente commessi in passato sembrano ridarci nuova forza.
In principio, il nostro slogan era “non c’è pace senza giustizia”, per scuoterci dalla nostra condiscendenza, il nostro senso di pace falsa, e metterci in moto. Dopo tante peregrinazioni, e dopo aver sbattuto la testa contro il muro, adesso cominciamo ad ascoltare altre voci: pietà non solo giustizia, protezione non solo diritti, nessuna giustizia senza perdono, e di recente, dalla bocca del grande teologo Robert Schreiter, “missione, oggi, significa riconciliazione!”.
Finalmente, stiamo modificando i nostri dogmi, non più dominio, ma dedizione, non più controllo, ma compassione, non più potere ma “autosvuotamento”. Abbiamo chiuso il cerchio, e ancora una volta dobbiamo ridefinire i nostri obiettivi, ci hanno riportato alle origini dell’impegno che ci siamo assunti: “kenosis” del Dio che “ha smarrito”, o ha abbandonato ogni cosa, che “ha fallito” e col suo fallimento ha dato vita, speranza e significato alla nostra esistenza.
Questo viaggio da “un cuore di pietra” a un “cuore di carne” è il processo di continua conversione che ci mantiene centrati sui nostri obiettivi. Solo un cuore di carne, capace di provare compassione, può ascoltare e lenire le sofferenze dei poveri, permettendo loro di recuperare la dignità perduta di “esseri creati a immagine e somiglianza di Dio” (cfr. Genesi 1,27), che spetta loro di diritto in quanto figli di Dio. Sappiamo che sarà un lungo viaggio, ma sappiamo anche quanto sia indispensabile, se vogliamo che pace e giustizia diventino il nostro stile di vita.
Finalmente, ci siamo rese conto di non essere dee. Non spetta a noi questo compito. Non possiamo costruire e stabilire le regole di questo Regno, spetta a Dio farlo, con o senza di noi. La nostra è umile partecipazione a questa “missio dei”. Una partecipazione, però, che deve lasciare un segno visibile, una manifestazione della realtà invisibile, ossia del potere di Dio, sempre presente nel cuore di tutti gli uomini e le donne dell’universo.
Questo modo di intendere il concetto di missione non può che provenire da una visione del mondo tutta femminile. Allora ci rendiamo conto sempre di più di quanto il nostro contributo di donne “femministe” sia importante nella nostra missione per la pace e la giustizia nel mondo. Lasciateci attingere pienamente dal nostro “genio” femminile, lasciate che liberi la sua energia e capacità di unire gli esseri tra loro, di portarli all’integrità, a un nuovo obiettivo in nome del loro ministero di giustizia e pace: in primis questa è opera di Dio, più che nostra. (Schreiter). Ed è come “tornare indietro” alla contemplazione originariamente insita nel concetto di missione.
Si dice che oggi i cristiani possono solo contemplare se vogliono attenersi ai parametri reali della loro vocazione. Questo presupposto di base ci porta dunque a metodologie nuove, o rivisitate, un tempo perse a causa del nostro “fiducioso attivismo” (Schreiter), ma risorte dalle ceneri dei nostri errori e delusioni: rapporti umani, solidarietà, presenza, guida, testimonianza, vulnerabilità, riconciliazione, perdono, compassione, dedizione.
“In virtù della loro dedizione vissuta con pienezza e gioia, le religiose vengono chiamate in modo molto speciale ad essere segni della tenerezza e dell’amore di Dio per il genere umano” (Vita consacrata, n. 57).
La veridicità di questo amore è la ragione primaria dell’impegno speso in nome della pace e della giustizia. È quello che mi fa alzare dal letto la mattina per “ascoltare nuovamente, come discepolo” (Isaia, 50, 4), per comprendere come rispondere, ogni giorno, al nostro mondo in continuo cambiamento, più che mai bisognoso del nostro genio femminile.
Un “genio” nutrito dall’accoglienza che esso riserva alla tenerezza e all’amore divino nella nostra stessa esistenza, sperimentando la femminilità stessa di Dio. “Mi amate veramente? Nutrite il mio gregge” (Giovanni 21, 17).

Note

Suore francescane missionarie di Maria – FMM

Traduzione a cura di Sabrina Minetti, Traduttori per la pace

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