WTO

Questo mondo non è in vendita

A Cancun a settembre il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
In gioco la vita e la dignità di miliardi di persone sul pianeta.
Alberto Zoratti

Cancun 2003.
Detto così, su due piedi, suona persino bene: potrebbe fare il paio con Italia 1990 oppure con Spagna 1982, quando Cabrini, Tardelli e “Spillo”Altobelli affondarono la corazzata tedesca al Santiago Bernabeu di Madrid, facendo esultare Pertini e Bearzot, l’uno bella copia dell’altro ed entrambi con la pipa in bocca. In verità, e a dirla tutta, suonerebbe bene se la partita in gioco vedesse in campo solo due squadre e un pallone, ma la realtà è ben altra cosa e se la posta in palio non è una coppa, ma la gestione del commercio globale in ogni suo aspetto, ci rendiamo conto che l’unica cosa che rischia di prendere dei calci, in questo momento, è il diritto alla vita e alla dignità di miliardi di persone.
A Cancun, il prossimo settembre, si incontreranno migliaia tra ministri, sottosegretari e delegati di 145 Paesi, tutti ospitati (o relegati?) sulla splendida e turistica isola del mar del Caribe: ben 22 km di assolate spiagge, dissetanti drink e robuste body-guard. In poche parole, la quinta riunione interministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, che in maniera molto anglosassone oramai si chiama WTO; “quinta” perché dalla sua nascita, il primo gennaio del 1995, se ne sono svolte già quattro (tra cui quella del dicembre 1999 a Seattle, incubo dell’allora ministro Fassino e dell’allora direttore Ruggero); “interministeriale” perché vede al suo cospetto i ministri del commercio con l’estero di tutti i Paesi membri, con le loro corti e i loro consiglieri (troppe volte legati e collegati alle grandi corporations).
Nonostante sole, mare e tequila bum-bum, i giorni tra il 10 e il 14 settembre saranno momenti di vere e proprie fatiche: il WTO, infatti, a dispetto del suo nome, già da tempo ha deciso di non occuparsi solamente del commercio di beni e della modulazione di dazi e tariffe, ma ha cominciato a interessarsi di servizi, di proprietà intellettuale, di farmaci, di agricoltura e, perché no, di ambiente. Tutto questo e ancora di più sotto le competenze di un’organizzazione che, per non sbagliare, preferisce trattare tutto come merci da vendere e comprare, nella convinzione che la liberalizzazione dei mercati porti benessere ovunque e a chiunque, facendo finta di non vedere che è proprio la deregulation dei mercati che ha portato ad esempio il prezzo del caffè da oltre 250 dollari per cento libbre a circa 50 in soli sei anni (addirittura sotto i costi di produzione) impoverendo milioni di famiglie o che la liberalizzazione della gestione delle risorse idriche in Bolivia e il conseguente incremento delle tariffe fino al 200% ha portato a rivolte sociali senza precedenti.

La forbice si allarga
La forbice dei redditi si va lentamente allargando: a una progressiva diminuzione della redistribuzione delle risorse nel sud del mondo fa da contraltare un incredibile accumulo di profitti per i grandi gruppi multinazionali, in particolare negli ultimi scampoli dello scorso millennio. Con la nascita del WTO nel 1995 si è posta l’ultima (c) Olympia pietra lungo il percorso verso la liberalizzazione totale: dopo gli anni Ottanta in cui i protagonisti erano stati Fondo Monetario e Banca Mondiale, con i loro Piani di Aggiustamento Strutturale e i prestiti condizionati, gli anni Novanta completarono il quadro, trasformando l’accordo Gatt in una vera e propria organizzazione.
Ma quelli, visti in un’altra prospettiva, furono anche gli anni del grande risveglio della società civile, con le grandi manifestazioni di massa in Europa contro i tagli giustificati dai parametri di Maastricht, con le indimenticabili azioni di Greenpeace a Mururoa, con l’uscita di libri oramai cult come Contro il capitale globale di Brecher e Costello. Il tutto, movimenti di base e sindacali, ambientalisti e semplici cittadini, creò le condizioni per la nascita della seconda potenza mondiale, come solo alcuni mesi fa scrissero analisti internazionali in occasione delle mobilitazioni contro la guerra. Il punto di arrivo e di partenza fu Seattle, i protagonisti la gente comune, la vittima sacrificale il WTO di Renato Ruggero. Allora tutti capirono, e noi assieme a loro, che Gulliver aveva i piedi d’argilla.

Resistenza e proposte
Fu in quell’occasione che nacquero decine di reti locali, nazionali e internazionali, con l’obiettivo specifico di sensibilizzare, informare, creare un movimento di resistenza e di proposta rispetto all’oramai pervasiva sindrome TINA (There Is No Alternative).
Tra queste la rete Seattle to Bruxelles (S2B – http://www.s2bnetwork.org), una rete paneuropea di Ong che promuovono campagne per un commercio sostenibile, democratico, trasparente che possa portare benefici a tutti. La rete include organizzazioni di sviluppo, ambientaliste, per la difesa dei diritti umani, di donne e contadine così come istituti di ricerca. La rete S2B è nata subito dopo Seattle proprio per sfidare l’agenda guidata dalle grandi multinazionali del commercio globale e della liberalizzazione degli investimenti dell’Unione e dei governi europei. I gruppi attivi nella Rete sostengono la dichiarazione Our world is not for sale dove viene posto di fatto un limite al potere e all’autorità del WTO, ponendo le basi di un commercio sostenibile, socialmente giusto e democraticamente controllabile.
Il collegamento tra reti globali e mobilitazioni nazionali è breve e così il 30 gennaio di quest’anno viene lanciata nel nostro Paese la Campagna Questo Mondo non è in vendita (http://www.campagnawto.org) promossa da più di 20 organizzazioni della società civile con il chiaro obiettivo di bloccare il negoziato sui servizi (il famigerato Gats) ideato del 1995, lanciato nel 2000 e da concludersi, almeno nella sua prima fase, nel 2005: cinque anni di consultazioni, di pressioni e imposizioni sui Paesi del sud, per mettere sugli scaffali del grande supermercato globale acqua, istruzione e sanità, oltre ai servizi finanziari e a quelli postali: i diritti in cambio della sopravvivenza di interi popoli e i beni comuni trattati come merci. Una deriva degna del peggior Orwell.

La posta in gioco
Ma se i servizi sono parte integrante della fase negoziale di questo quinquennio, a Cancun i giochi saranno strettamente condizionati al potere che i Paesi industrializzati esercitano rispetto al commercio

I PROMOTORI
La Campagna “Questo Mondo non è in vendita” è promossa da: Arci, Attac, Azione Aiuto, Banca Etica, Campagna Riforma Banca Mondiale, Centro Internazionale Crocevia, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Chiama l'Africa, CIPSI, DeA Donne e Ambiente, Focsiv, GreenPeace, Lila Cedius, Lunaria, Mani Tese, Rete Lilliput, Roba dell'Altro Mondo, Terra Madre, Terra Nuova Gruppo di appoggio al movimento contadino africano, Unione degli Studenti, Unione degli Universitari.

Per informazioni: http://www.campagnawto.org
internazionale delle derrate alimentari, spesso sostenute da ingenti sovvenzioni e sussidi che permettono le esportazioni nei mercati del sud del mondo a prezzi stracciati. Dumping è il fenomeno, che può essere tradotto con espulsione dai mercati di milioni di famiglie di produttori, con crollo di intere economie e con la riduzione alla miseria di intere comunità. O al tentativo delle grandi lobby industriali di far rientrare dalla finestra l’accordo MAI (Multilateral Agreement on Investments) già affondato all’Ocse 5 anni fa, imponendo nei fatti l’apertura dei mercati dei Paesi poveri agli investimenti delle grandi multinazionali avendo come contropartita solo la speranza che i profitti guadagnati vengano reinvestiti; il prezzo da pagare è una deregulation totale in campo ambientale e sociale.
Ma questa non è una novità: meno vincoli, maggiore crescita. Dei dividendi degli azionisti. Questa è la partita in gioco, le squadre sono già schierate e l’arbitro è un venduto. Per questo non ha senso stare sugli spalti, ma bisogna invadere il campo contestando la dirigenza, esattamente come ha fatto la Campagna lanciando le Giornate del Bene Comune il 17 e 18 maggio, quando Botteghe del Mondo, nodi di Lilliput, gruppi di Attac assieme a comitati, associazioni e migliaia di semplici cittadini si sono attivati nelle nostre città. Oppure come faremo a Riva del Garda i primi di settembre, di fronte alla miniministeriale dell’UE o a Cancun con i movimenti di tutto il mondo. Stanno cercando di svendere non solo la partita, ma tutto lo stadio. E noi siamo qui per impedirglielo.

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