Ladri di bambini?

17 novembre 2003 - Giancarla Codrignani

In Parlamento sono tornati – fortunatamente – quelli che una volta si chiamavano “franchi tiratori”. La Casa delle Libertà non se l’aspettava, ma qualcuno che, almeno davanti ai ragazzi, sente il richiamo della giustizia c’è stato e la legge che aboliva i Tribunali per i minori non è stata approvata.
Tutto bene,dunque?
Assolutamente no. Il giudizio dei governanti che si sono espressi non conforta. La Padania – la cui abituale scompostezza non rappresenta né un’attenuante né, tanto meno, una giustificazione – ha definito i giudici minorili “ladri di bambini”, lamentando la presenza di “istituti riempiti con bimbi sottratti ai genitori”.
È bene ricordare che “gli istituti” sono praticamente scomparsi; esistono invece “comunità protette” a cui vengono affidate responsabilità assistenziali e custodiali per minori in difficoltà. Quanto alle adozioni, anzi alla definizione di “eventuale adottabilità”, si tratta di bambini che o sono stati abbandonati alla nascita e non riconosciuti dai genitori, oppure – in relativamente pochi casi – vengono allontanati da situazioni famigliari disastrate e patologiche. È bene ricordare che, facendo riferimento a una città di mezzo milione di abitanti, il Tribunale – che si occupa sia del civile che del penale (e il civile incide per il 70 %) – tratta approssimativamente circa 3.000 casi all’anno. I problemi sono i più diversi e complessi, dalle istruttorie per le adozioni internazionali ai provvedimenti circa la potestà parentale su richiesta dei servizi sociali (e può decidere che il bambino frequenti un consultorio o un doposcuola) e, prima della decisione di adottabilità che riguarda pochissimi casi, l’ “appoggio” di una famiglia disponibile che si occupi del bambino mentre la famiglia di origine risolve i suoi problemi. Come si può ben capire, tutto meno che i “ladri di bambini”. Ma per questo si resta preoccupati.
L’attacco alla giustizia perseguito da questo governo è a trecentosessanta gradi e coinvolge perfino questa parte delicatissima dei bambini e degli adolescenti in difficoltà, sia perché in condizione di abbandono o di sofferenza famigliare, sia perché autori di reati che non hanno il carattere di “colpevolezza” che hanno per l’adulto. Certamente un settore così particolare potrebbe migliorare, per quanto riguarda la formazione psico-pedagogica del magistrato o la stessa normativa penale. Il centro-sinistra propone di dare un altro nome alla struttura, facendone il Tribunale delle famiglie, della persona e dei minorenni; si prevede infatti un’organizzazione unificata, un rapporto decentrato più legato al territorio e una specializzazione del personale. Con una struttura giudiziaria specializzata, un organico più numeroso che consentisse determinazioni più rapide e un po’ più di risorse (anche per dare sostegno alle famiglie in difficoltà) la situazione potrebbe migliorare.
Al contrario, l’abolizione tout court della giustizia minorile risponde a una concezione privatistica e patriarcale della società in cui il “fare giusitizia” assume solo connotazioni vendicative: chi “delinque”, qualunque età abbia, è un criminale e merita le pene del codice. La famiglia, poi, è la struttura che ha la responsabilità dei bambini e deve restare chiusa e incontrollata; se i bambini vengono maltrattati, percossi, abusati, venduti o prostituiti non ha rilevanza giuridica se c’è denuncia e non rilevanza sociale. Per il ministro Castelli la giustizia patriarcale di tempi ormai superati resta un modello: il “diritto mite” predicata dalla nuova giurisprudenza, è un’inutile debolezza, reprimere è “il dovere” dei giudici, la galera è la galera senza costose fisime rieducative.
Dobbiamo riconoscere che l’umanità ha proceduto senza tener conto dei bambini, spesso definiti dalle lingue con il genere neutro, più vicini a pensieri di cose che di persone. Sono passati secoli di incuria, quando la morte di un bambino era meno dolorosa di quella del vitello, secoli di sfruttamento di piccoli lavoratori, di vittime di tutte le privazioni, torture, violenze, secoli in cui anche la rara commozione su tenere immagini infantili non aveva nulla a che vedere con i diritti dell’infanzia, che iniziano il cammino dell’effettività solo nel secolo scorso. Il tribunale minorile italiano viene attuato dal regio decreto del 20 luglio 1934, quando sono in vigore i famigerati ”riformatori”; bisogna attendere la risoluzione ONU del 1959 e, soprattutto, la Convenzione sui diritti del bambino del 1989 perché si possa parlare di tutela – anche se solo teorica – dei diritti dell’infanzia.
Resta il peso morale di tutto un mondo “civilizzato” che sembra prendersi cura dei propri bambini, opprimendoli di cure e di benessere, mentre resta occulta gran parte delle violenze private e non si trova rimedio alle piaghe sociali dei paesi poveri e in situazioni di guerra che producono bambini soldati, lavoratori, schiavi, venduti e bambine che, per giunta, spesso non riescono a nascere e vivere perché abortite o uccise come genere inutile alla famiglia.
È grave sapere di questi crimini e non sapervi porre rimedio, perché si tratta di una sorta di violazione sintetica di tutti i diritti umani a danno di chi, per definizione, resta innocente davanti alle responsabilità degli adulti. Ma non possiamo essere tranquilli neppure da noi, perché si può sempre arretrare e imbarbarire.
Avremo molti problemi economici e sociali come conseguenza delle scelte del governo Berlusconi. Ma la cosa più grave sarebbe trovarci regrediti sul piano della giustizia: leggi come quella patrimoniale o sulle rogatorie, come il conflitto di interessi, il falso in bilancio, i condoni, le cartolarizzazioni, la Cirami, e via deregolamentando costituiscono una perdita secca non tanto di immagine preso gli altri paesi, ma di dignità degli italiani, che rischiano di venire incoraggiati a imitare i loro governanti e a disprezzare con la magistratura, le leggi e, in definitiva, la democrazia.

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