PRIMO PIANO LIBRI

Se fossero tutte ribelli

Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore.
Un libro, una speranza, un’intervista all’autore Nando Dalla Chiesa.
Intervista di Fabio Dell’Olio

Negli ultimi anni le cronache hanno registrato una recrudescenza dei delitti e un aumento esponenziale dei crimini che coinvolgono donne. Donne, vittime o carnefici, ma pur sempre protagoniste, non più complici inconsapevoli, ma menti lucide in grado di decidere se aderire o ribellarsi. Anche nella mafia le donne oggi rivestono posizioni di primissimo piano. Di fronte a un bivio se sostenere la cultura della morte o rompere le catene e scegliere di alzare la testa e dare un futuro a sé e ai loro figli. “Lo Stato le deve proteggere dai possibili soprusi e la società deve accoglierle” – concorda l’on. Nando Dalla Chiesa, sottosegretario all’Università e Ricerca, e autore del libro “Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore”.

 Come si inquadra il ruolo della donna all’interno dello schema mafioso, di questo mondo notoriamente maschile e patriarcale che diffida dell’affidabilità femminile?

Gioca un ruolo primario un elemento di necessità in quanto le famiglie vengono colpite attraverso i provvedimenti giudiziari e le donne subiscono gli effetti delle sanzioni. Esse sono parte dell’organizzazione mafiosa che enfatizza il ruolo tradizionalmente femminile nella riproduzione e nella sopravvivenza dei suoi arcaici modelli culturali. La mafia ha affidato alle sue donne un compito importante. Esse non sono solamente le riproduttrici della cultura mafiosa presso i loro figli, così come da sempre le donne lo sono della cultura del patriarcato in una società sessista. Nell’affermare la loro appartenenza totale a quel mondo, a un ordine morale diverso, hanno il ruolo e il compito di comunicare al mondo esterno la potenza del sistema mafioso.

 Dopo la strage di Duisburg, mons. Bregantini, allora vescovo di Locri, si è rivolto alle donne di mafia perché “siano capaci di generare nel cuore dei loro figli il dono del perdono”. Il vescovo ha fatto leva su una questione centrale che riconosce alla donna un ruolo di perfetta integrazione nel sistema criminale e di mediazione col mondo esterno. Come può intervenire la società per far sentire queste donne meno sole?

Come ha fatto con tutte le persone che si sono sentite sole e rispetto alle quali ci si è sentiti in dovere di esercitare una solidarietà visibile. Quindi partecipando con loro ai momenti in cui si espongono, invitandole a loro volta a partecipare a delle manifestazioni pubbliche, scrivendo loro, preoccupandosi della loro sorte. Come si è fatto nei confronti dei collaboratori di giustizia, dei primi testimoni. Si sono trovate tante forme. Anche queste vanno, nelle forme dovute, riservate alle donne che vogliono distaccarsi dal mondo mafioso.

 Nel suo libro “Le ribelli”, lei dà voce a sei donne che hanno sfidato la mafia “per amore”. Quale contributo può offrire la letteratura per restituire dignità a queste storie?

La letteratura ha una potenza che molto spesso viene sottovalutata. Quindi il racconto, soprattutto quello che diventa racconto collettivo, anche per chi non ha letto materialmente un libro o visto un reportage, diventa importante per il senso comune che si forma, per la visione che si ha della società compiere delle scelte che a volte sembrano minute, impercettibili, possono invece essere importanti. Tra le storie che ho raccontato nel mio libro quella che ha richiesto una solidarietà più difficile è stata quella di Rita Atria e Michela Buscemi.

 

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