Oltre la protesta

La conflittualità in campo ambientale è un segnale di vitalità sociale: un’attenta analisi delle dinamiche, dell’importanza della dimensione territoriale e della difesa dell’ambiente.
Giorgio Osti (Dipartimento di Scienze dell'Uomo dell'Università degli Studi di Trieste)

Il conflitto ambientale è da considerarsi un fenomeno largamente positivo per la nostra società. La conflittualità, lo scontro, la discordia non sono di per sé fattori positivi; urtano infatti con la legittima aspettativa di vivere in pace con gli altri. Tuttavia, nel caso specifico dell’ambiente, la conflittualità, nei termini che andremo a precisare, si presenta come un segnale di vitalità sociale. Proviamo a spiegarci.

 I conflitti ambientali

Premesso che:

- l’ambiente non ha una propria rappresentanza, è un interesse diffuso;

- l’ambiente è, in questa fase storica, sottoposto a pressioni insostenibili;

- vi è un’enorme capacità di dislocare il danno ambientale attraverso la mobilità;

la conflittualità segnala che:

- l’interesse diffuso per l’ambiente ha preso forma e corpo, qualcuno si occupa di un bene così difficile da rappresentare e tutelare;

- emerge il grave problema dell’insostenibilità dell’attuale forma di produzione e distribuzione delle ricchezza;

- aumentano le chance di partecipazione e di coinvolgimento in questioni di carattere pubblico.

Ovviamente vi sono anche controindicazioni, le più note sono due: si bloccano progetti di sviluppo con grande dispendio di tempo e denaro, prima; si inasprisce il clima sociale già contrassegnato da sfiducia, frammentazione, odio di classe, qualunquismo, poi.

In linea generale, vi è da dire che i conflitti sull’uso dei beni ambientali sono generalmente poco o per nulla violenti; i casi di ecoterrorismo sono stati davvero pochi, confinati alla questione animalista, anche se qualche scrittore ha pensato di costruirci sopra trame spettacolari (Stato di paura, M. Crichton).

Dunque i conflitti ambientali sono segnali salutari; semmai il problema è che le istituzioni non sono ancora in grado di recepirli con adeguati strumenti di sondaggio, di partecipazione e di redistribuzione. Vi è una carenza politica nel cogliere le valenze positive del conflitto. Per capire ciò bisogna illustrare i tratti peculiari dei beni ambientali.

 La dimensione territoriale

Il carattere diffuso del bene ambientale crea una situazione difficile, tale per cui interessa vagamente a tutti la sua salvaguardia (scarso stimolo a mobilitarsi per difenderlo), mentre pochi possono approfittarsi di esso senza pagare alcune prezzo (il fenomeno del free rider o opportunista). Un esempio chiarirà il caso: tutti o quasi siamo disposti a vivere senza grandi patemi in un ambiente urbano con livelli di polveri sottili (PM10) piuttosto alti; alcuni di noi possono immettere tali polveri con mezzi di locomozione esorbitanti senza pagare il rispettivo prezzo in termini di inquinamento e danno alla salute altrui.

E infatti la mobilitazione ambientale si ha in quei casi in cui il danno è talmente concentrato e gli eventuali benefici così diffusi da rendere molto visibile l’ingiustizia distributiva. Pochi pagano per un (presunto) beneficio distribuito su molti. I conflitti ambientali diventano allora conflitti territoriali, fra residenti in un’area dove dislocare un impianto a forte impatto e comunità più vaste, genericamente identificate con la nazione.

Vi è una dimensione territoriale del conflitto ambientale che permette di cogliere alcune dinamiche di fondo; esse riguardano la trama insediativa, i livelli amministrativi e le capacità di mobilitazione.

I conflitti sono più accesi laddove la trama degli insediamenti è più fitta e di forma reticolare; in quei casi diventa più difficile trovare la pratica collocazione, lontano dalle abitazioni, di impianti e infrastrutture; al contrario in aree in cui vi è una netta differenziazione fra zone residenziali e zone produttive, la localizzazione è più facile e il conflitto si attenua. Non a caso si riesce a collocare qualche inceneritore in aperta campagna o all’interno di aree industriali o, ancora, in mezzo alle reti viarie. La residenzialità, intesa come qualità dell’abitare, diventa un buon strumento di difesa dell’ambiente e quindi di conflittualità. 

 Le amministrazioni locali

I livelli amministrativi sono altrettanto importanti. L’esistenza di ampie autonomie locali, dotate di poteri amministrativi e fiscali, rende più evidente l’eventuale disparità nella distribuzione dei costi e dei benefici fra centro e periferia, fra comunità nazionale e comunità locale. Molte argomentazioni sui conflitti ambientali si appuntano sulla mancata consultazione delle amministrazioni locali, sull’arroganza dei poteri centrali, sulla scarsa modulazione dei progetti in base ai livelli amministrativi. Esemplare il caso della Tav in valle Susa, caso in cui vi sono almeno tre livelli in gioco – nazionale, regionale e locale – in termini di interessi economici e rappresentanza politica (L. Bobbio su Il Mulino, n. 1/2006). 

Ma la dimensione territoriale mostra tutta la sua portata quando si guarda alla diversa capacità delle comunità locali di mobilitarsi. Tale capacità si sostanzia in diversi elementi: un primo elemento riguarda il presidio del territorio: non tutte le comunità sono capaci di seguire con attenzione, di accorgersi dei cambiamenti o delle minacce al proprio ambiente; un secondo elemento concerne l’unità interna: vi sono comunità con forti divisioni etniche o di classe che rendono difficile trovare una posizione o un interesse comune su un certo uso dell’ambiente; il terzo elemento riguarda le capacità di interagire con l’esterno. È noto che diversi conflitti ambientali sono sorti perché la comunità locale era collegata con attivisti, cooperanti, missionari che hanno sollecitato l’opinione pubblica mondiale.

Questi tre elementi della comunità territoriale sono corroborati da fattori strutturali che riguardano la proprietà delle terre (in aree espropriate il conflitto non sorge), la presenza di ideologie universali fra i residenti (qui il marxismo o il cristianesimo contribuiscono alla protesta) e la dotazione di strumenti di comunicazione sufficientemente liberi (molto si imputa a internet per il sorgere dei nuovi movimenti). 

Costi e benefici

Ma questi elementi del conflitto ambientale-territoriale sono dirimenti anche per altri aspetti; nella fattispecie la capacità di analizzare costi, benefici e linee di sviluppo; la possibilità di superare la famosa sindrome nimby (not in my back yard).

Il conflitto ambientale permette di individuare interessi territoriali ossia esigenze comuni a persone che vivono in un certo luogo. La conflittualità ha una funzione cognitiva: aiuta a enucleare meglio le poste in gioco, di misurarle e di proiettarle nel futuro.

Sempre il caso della Tav è esemplare: il conflitto ha permesso di ragionare sui modelli dei trasporti e sul significato di sviluppo locale, nazionale e mondiale, soppesando i diversi pro e contro. Se poi il conflitto ha incrementato la complessità delle poste in gioco e l’incertezza sulle soluzioni non possiamo rammaricarcene, dato che la situazione contraria (estrema semplificazione del problema) era di gran lunga peggiore.

Il conflitto ambientale solleva il drammatico problema della distribuzione territoriale dei costi e benefici dell’uso dei beni. I conflitti sulla gestione dei rifiuti sono in tal senso delle ottime occasioni di apprendimento. Permetterebbero di capire come a) gran parte delle risorse per far funzionare un territorio sono prelevate dall’esterno, da altre comunità; quindi b) vi è una tendenza a dislocare i rifiuti in aree più deboli dal punto di vista politico.

Si usa il condizionale perché in effetti le potenzialità dei conflitti, ad esempio per la collocazione degli inceneritori, sono coperte dalla dimensione amministrativa (enti gestori incapaci) e economica (qualcuno ci specula su). Non sono ancora colte le forti implicazioni territoriali relative appunto a come vengono prelevate le risorse in varie parti del mondo e come poi vengono smaltiti i relativi rifiuti, sempre ormai su una scala sovralocale.

 La sindrome nimby

E arriviamo così alla nota critica che i conflitti ambientali siano soltanto manifestazioni di egoismo locale, detto in altri termini, sindrome nimby. Il rischio che sia proprio così è elevato; una comunità politicamente forte riesce a spostare un problema su un altro territorio. Quando non avviene ciò?

Non basta la consapevolezza del problema delle disparità; bisogna vedere se dal conflitto scaturisce una distribuzione più equa dei carichi e dei benefici ambientali. Il collegamento non è così semplice perché c’è un lasso di tempo fra la manifestazione della protesta e le eventuali risposte costruttive che può essere molto lungo e anche dislocato nello spazio. E poi c’è sempre l’esito del conflitto che premia chi vuole accentuare le disparità territoriali e sociali.

Vi sono stati casi di conflitti sulle discariche che hanno portato a forme di raccolta differenziata dei rifiuti molto spinte; vi sono state proteste locali per il traffico che hanno indotto una certa attenzione alle aree pedonali-verdi, alle piste ciclabili, all’uso di mezzi meno inquinanti.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi, lo scarto fra la protesta e la capacità delle comunità locali di avviare usi più equi dei beni ambientali è amplissimo.

Ciò non significa però ritenere la protesta inutile. Anzi, ve ne è troppo poca sulle questioni ambientali! Significa, invece, che c’è bisogno di uno sforzo molto più ampio nel cogliere le responsabilità, certamente differenziate, di imprese, amministrazioni e società civile in uno scenario ormai mondiale.

Il conflitto ambientale mobilita enormi risorse cognitive, senza ricorso alla violenza, per questo è temuto; si tratta di convogliare meglio tali risorse in progetti praticabili dalle comunità locali.

 

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